Editoriale di Gianluca Berno, 17 ottobre 2017

Cominciamo dalla Germania: come l’indimenticato Dario Fo, nei panni di Bonifacio VIII, al chierichetto stonato che gli pestava il mantello in Mistero buffo, il popolo tedesco ha sussurrato a Donna Angela un chiarissimo «Attenta te…!». Per esser più esatti, ha parlato a nuora perché suocera intendesse, facendo registrare al Fiero Alleaten Schulz il peggior risultato del suo Partito Socialdemocratico dal 1948, se non erro. Venuta meno la prima stampella della Große Koalition con cui la Merkel aveva retto la Germania per dieci anni, il Cancelliere riconfermato si trova senza una maggioranza solida, a dover trattare ogni legge con più partiti. È dell’altr’ieri la notizia, riferita da «Metro», della sconfitta patita dalla signora in Bassa Sassonia, curiosamente a opera dei Socialisti, mentre l’estrema destra va oltre il 6% – e come c’insegnano i romanzi ottocenteschi, chi riesce a vivere con quella rendita è ricco.

Scherzi a parte, sarebbe interessante chiedersi perché i Socialdemocratici, in Germania  e non solo, siano tre metri sotto terra. Non c’è da credere troppo alla commediola di Frau Merkel, la quale subito dopo i risultati simulava in conferenza stampa la caduta dal proverbiale pero: dopo dieci anni, non è poi così strano che un partito di governo abbia perso mordente, sopra tutto se ha commesso degli errori. Al Premio-Nobel-per-la-Pace-peggio-assegnato-di-sempre Barack Obama sono bastati solo otto anni perché l’intero suo partito venisse cestinato in favore di Trump – cioè, di Trump: ne vogliamo parlare? Non piaceva a nessuno ed è stato eletto, vorrà pur dire qualcosa per l’analisi sociale, politica ed economica dopo il voto. Se nel caso degli Stati Uniti basta leggere i dati sulla povertà, sull’occupazione e sul fatto che la famosa riforma sanitaria è servita solo ad aumentare l’entità dei premi delle assicurazioni sanitarie, lasciando comunque a morire per strada chi in America non ha i soldi per curarsi, nel caso della Germania pare abbiano avuto un ruolo decisivo due fattori: un 53% (cinquantatré percento!) di poveri in più e la famosa questione degli immigrati che – notizia dell’altr’ieri anche questa – ha fatto vincere in Austria un trentunenne che, dopo esser stato  sottosegretario per l’integrazione sette anni fa, d’immigrati non vuol più sentir parlare: non è buffo? Pare che improvvisamente nei Paesi di lingua tedesca siano diventati tutti razzisti, oppure, più realisticamente, che siano emerse alcune difficoltà sociali nella gestione di un flusso migratorio senza precedenti. Tanto per fare un esempio, che nulla ha a che fare col razzismo e molto col portafogli, pare che un immigrato abbia meno pretese salariali di un cittadino d’una democrazia occidentale; e pare, che approfittando di questo, cert’uomini di malaffare, che gestiscono aziende, tendano a preferire i lavoratori stranieri, in modo da essere, come si dice oggi, più competitivi; e che in conseguenza di questi calcoli, legittimi finché la legge non interviene come dovrebbe, il lavoratore autoctono possa ottenere un posto di lavoro in certi settori solo abbassandosi a percepire lo stesso miserabile salario che si riservava agli immigrati; e che – udite, udite! – ciò provochi una guerra fra poveri, col risultato che alla fine il cittadino buono e caro manifesti nell’urna una lieve insofferenza per chi arriva da fuori: l’immigrato non è un ladro di lavoro, certo, ma l’inconsapevole grimaldello con cui si abbassano le tutele sindacali.

Poi è arrivata l’ingarbugliata matassa catalana, anch’essa elettorale. Per riassumere: nello scorso anno la Spagna si è trovata di fronte a una delle più evidenti e prolungate crisi istituzionali che abbia mai vissuto, in cui l’economia ha proceduto a pieno ritmo approfittando della serenità di non aver un esecutivo sul groppone – cfr. Paolo Mieli qualche sera fa a Piazza Pulita – ma nella quale nessuno ha cercato di garantire una corretta distribuzione delle ricchezze prodotte e annunciate sulla stampa – credo lo osservasse Bechis nella diretta referendaria prontamente condotta da Mentana il giorno del voto sull’indipendenza. Il popolo di Catalogna, storicamente poco incline a sentirsi parte della Spagna, ha sentito di non aver più nulla a che fare con uno Stato centrale latitante, o ha per lo meno lamentato un senso di malessere sufficiente a dare spazio di manovra al Presidente della regione autonoma: questi ha indetto un referendum per chiedere ai Catalani se volessero l’indipendenza dalla Spagna, dopo aver tentato in vano di ricorrere a vie diplomatiche con il governo di Madrid; il quale ha impedito ogni iniziativa. Bene? Male? Chi lo capisce è bravo: il diritto inalienabile dei popoli alla autodeterminazione si scontra inesorabilmente con la Costituzione spagnola, per cui la nazione iberica è «una e indivisibile». Se Puigdemont ha fatto ricorso a un referendum che non poteva indire, indicando almeno i motivi di questa extrema ratio, io non giudico perché non ho gli strumenti: quel che ho visto erano i resoconti televisivi della violenza, completamente fuori scala, con cui la Spagna ha represso una semplice votazione, quando avrebbe potuto non riconoscerla e basta. Che paura possono fare delle urne disinnescate in partenza? Secondo qualche analista, Rajoy ha voluto far vedere che lo Stato spagnolo esisteva, nonostante tutto, sicurissimo che,  se avesse lasciato correre, le opposizioni avrebbero chiesto il suo cranio. Machiavellico e spietato ma possibile; e comunque sia, bisogna affermare per amor del vero che nei seggi, improvvisati per tutta la Catalogna nonostante i divieti, non è stata garantita la segretezza del seggio elettorale, quella in cui Dio ti vede e Stalin no, per intenderci: posta l’assenza del quorum, il quaranta percento che ha sfidato le percosse per votare si è visto leggermente condizionato dal fatto che tutti coloro ch’erano nel seggio potevano vedere. Ora, se vogliamo portare la questione sul piano dei principî, è peggio difendere una Costituzione democratica con metodi franchisti o lottare per l’indipendenza con tutta la compita serietà di Arlecchino? Giudichi il lettore: io mi sto ancora chiedendo, con lo stesso tono di Giacobbo, come si possa proclamare un’indipendenza nazionale e sospenderla entro lo stesso discorso.

E infine, già che di voto si parla, il problema di casa nostra non è il risultato di un voto ma la possibilità stessa di esprimerlo. Riassumiamo: nel 1948 il primo Parlamento della Repubblica Italiana promulgò una legge elettorale che svolgeva la propria funzione, ossia un proporzionale puro con preferenze. Una legge di questo tipo garantisce la sola cosa che conti in un ordinamento costituzionale come il nostro, ossia che il Parlamento sia la rappresentazione esatta della volontà dei votanti. La governabilità è sempre stata una questione completamente secondaria, soprattutto perché, gira e rigira, le tre realtà più governabili che possono venire in mente guardando alla Storia recente sono la Germania hitleriana, l’Italia fascista e la Russia staliniana, dove c’era un partito solo. Per me, chi propone una legge elettorale che garantisca la governabilità sta pensando a quei modelli. È ovvio – chi nega il contrario? – che un proporzionale puro apra la porta a grandi coalizioni come il pentapartito di democristiana memoria, ma qualunque accordo parlamentare è per lo meno il risultato delle urne, mentre non dev’esserlo il governo, anche considerando che è il quarto organo dello Stato – i primi, se vi va un ripassino, sono nell’ordine la Presidenza della Repubblica, il Senato e la Camera. Nel 1993, approfittando del terremoto mediatico di Mani Pulite, la classe politica commise il crimine di mettere in questione una legge elettorale che almeno era sicuramente compatibile con la democrazia: con un referendum, gli Italiani, tratti in inganno da chi gridava contro i politici ladri, credendo di risolvere il problema così, abrogarono il proporzionale. Citatemi una sola legge elettorale che, dopo allora, sia durata più di una legislatura, se ne siete capaci. Veniamo così ai giorni nostri: stabilito da parte della Corte Costituzionale che la legge elettorale usata alle ultime elezioni era incostituzionale – ci voleva tanto? – e comunque lasciato in vita un Parlamento conseguentemente illegittimo, c’è stata la gara a chi proponeva la sostituzione più fasulla, come se non si potesse utilizzare il risultato delle correzioni apportate dalla Consulta – guarda caso, una legge proporzionale: ma i Costituenti non avrebbero potuto semplicemente inserire direttamente nella Carta la legge che avevano scritto?

Il capolavoro, come sempre, è di Renzi: orripilato dal proporzionale lasciato in piedi dalla sentenza, aveva fatto scrivere una legge elettorale maggioritaria – e già questo vi dovrebbe turbare – disegnata per un PD che aveva preso il 40,8% alle europee a suon di mancette, col premio di maggioranza per la lista – non la coalizione – che avesse preso il 40% e i capilista bloccati. Eravamo a tanto così dalla Legge Acerbo dei tempi di Mussolini: che cosa poteva far pensare ai parlamentari che l’hanno votata, e al Presidente della Repubblica che l’ha firmata, che la Corte Costituzionale non avrebbe sollevato qualche ragionevole dubbio? Di più: la legge era valida per la sola Camera dei Deputati, in previsione della riforma che ci avrebbe impedito di scegliere i Senatori; ma ecco che all’orizzonte arrivano due tempeste sulla nave renziana: la bocciatura referendaria della sua riforma e la sentenza della Consulta: ecco allora che si verificava una strana situazione, per cui il Senato si sarebbe eletto coi resti del Porcellum purgato e la Camera con quelli dell’altrettanto purgato Italicum. È abbastanza improbabile che due leggi elettorali diverse diano due Camere omogenee, perciò aveva senso l’appello del Presidente della Repubblica a che si lavorasse urgentemente per armonizzare le due leggi: sarebbe bastato, naturalmente, che una delle due venisse estesa all’altra Camera, ma questo Parlamento, illegittimo, lo ricordo, voleva scriverne una; e con questa scusa, abbiamo buttato dalla finestra tutti i mesi passati dal referendum del 4 dicembre a questo mese di grandi manovre futili. Qualche giorno fa, la Camera ha approvato la peggior legge elettorale che si potesse immaginare dopo ben due aborti incostituzionali: si traccia una croce sul simbolo di un solo partito per dare automaticamente il voto a un listino bloccato di cinque nomi di quel partito, al candidato in collegio uninominale di quel medesimo partito e a tutti i partiti alleati di quello che avete crocettato.

Resultat: duecento partiti diversi per dare il voto a tre possibili poli, ossia un Centrosinistra a guida piddina, un Centrodestra a guida berlusconiana e i pentastellati. Peccato che, considerando l’impossibilità matematica di dare la maggioranza a un partito solo, ciò comporti statutariamente l’inciucius maximus fra due dei tre poli. Provate a indovinare chi sarà tanto «responsabile» da formare un governo di larghe intese con un partito di cui aveva detto peste e corna fino a due ore prima, al solo scopo d’impedire l’assenza di un esecutivo e la conseguente gestione ordinaria da parte del Parlamento (non sia mai che l’Italia rischi di crescere come la Spagna quando non c’era il governo!)? E questa, sia chiaro, non è una dichiarazione di voto a favore dei Cinque Stelle, di cui continuo a non fidarmi, ma la banalissima evidenza di quanto avverrà dopo il voto. Non ci resta che sperare nell’analisi di Mieli l’altra sera, per il quale due partiti che hanno fatto una legge elettorale a fini d’inciucio così palesi non dovrebbero festeggiare così presto: che tutti sappiano come andrà a finire, qualsiasi sia il risultato elettorale, «è l’anticamera della morte».