Editoriale di Gianluca Berno, 3 novembre 2017

Quello che segue, prima che un commento, vuol essere una ben precisa cronaca dei fatti, di cui ci è giunta notizia dalla Spagna negli ultimi tempi, compresi gli antefatti e, solo in un secondo tempo, il commento. Vorrei che quanto sto scrivendo sia quindi il riassunto di tutta la storia, in modo chiaro e conciso, affinché i lettori si costruiscano un’idea di quel che è accaduto.

Riassunto delle puntate precedenti: la Spagna è una monarchia costituzionale, ossia definita e strutturata per mezzo di una Costituzione approvata a maggioranza da un Parlamento; in essa è scritto chiaramente che “la Spagna è una e indivisibile” ma che è possibile concedere delle autonomie a singole regioni per tutelarne le minoranze linguistiche e culturali.

Sulla base di tali disposizioni, il Governo Zapatero decretò nel 2006 la concessione di queste autonomie, economiche e fiscali, alla Catalogna, le cui secolari peculiarità sono ben note; ma nel 2008 la crisi, che era partita l’anno addietro negli Stati Uniti con la bolla dei mutui immobiliari, investì anche le economie europee, come sempre accade da quando gli Stati Uniti esistono: mentre ai tempi di Zapatero il bilancio spagnolo permetteva generose concessioni, dopo il terremoto finanziario non c’era più verso di sopravvivere senza una parte delle tasse catalane. Questa è una questione importante: se la Spagna avesse mantenuto quel decreto di Zapatero, non potendo rifinanziare il proprio debito pubblico a causa dei vincoli europei e dell’euro, alla fine sarebbe fallita come accadde all’Argentina negli anni ’90. In sé, questo non sarebbe stato un disastro per gli Spagnoli, come non lo fu per gli Argentini, ma per l’Unione e la sua moneta-capestro sarebbe stato la sospirata tomba.

Nel 2010 la Corte Costituzionale spagnola revoca il decreto: si inaugura un accidentato percorso di richieste e porte in faccia, mentre le istituzioni spagnole attraversano il loro periodo di crisi e, tra il primo e il secondo Governo Rajoy, passa un anno in assenza di esecutivi, nel quale la Spagna cresce del 3,7% ma senza controlli sull’economia: di fronte alla compresenza in Catalogna di stipendi spagnoli e prezzi nordeuropei, che cos’altro avrebbero potuto fare i Catalani, se non sperare in uno Stato tutto loro, quando la latitanza di quello centrale si era fatta palpabile?

Si giunge così a quella voglia di indipendenza da cui è nato il famoso referendum catalano: uno scontro fra princìpi – l’unità nazionale spagnola e l’autodeterminazione dei popoli – cui si sono aggiunti la violenza delle autorità spagnole e la mancanza di segretezza del voto. Alla fine il referendum è stato annullato dalla Consulta già citata, il che però non ha impedito la proclamazione, poi la sospensione, quindi l’ufficializzazione unilaterale dell’indipendenza. Le ultime notizie sono quelle più strane. Nell’ordine: il Governo Rajoy si appella all’articolo 155 della Costituzione, che permette la revoca delle autonomie e di fatto il commissariamento della Catalogna; Puigdemont viene destituito e al suo posto regge la Catalogna fino a nuove elezioni l’arcigna Vicepresidentessa del Consiglio; le elezioni regionali vengono proclamate per il 21 dicembre. Intanto, incriminato e a rischio d’arresto, Puigdemont fugge in Belgio in aereo e pare che voglia chiedere l’asilo politico: giustamente fa notare Enrico Mentana che la concessione a una persona dello  stato di rifugiato politico è una implicita accusa verso il Paese di provenienza; ma che cosa succede se il Belgio, Paese dell’Unione Europea, concede il diritto d’asilo politico a un cittadino della Spagna, altro Paese dell’Unione Europea, riconoscendola persecutrice di una minoranza? Ci sarebbe poi quell’altro piccolo particolare, che nessun Paese dell’Unione riconosce la Catalogna come Stato, neanche il Belgio: un dietrofront sarebbe davvero fuori dal mondo, in quell’ottica. Infatti, dopo le prime indiscrezioni, il capo degli indipendentisti ha dovuto spiegare che non intende far scoppiare alcuna crisi internazionale, solo risiedere in Belgio finché non avrà garanzie di un processo giusto e regolare: allora tornerà in Spagna.

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