Satira n° 17 di Gianluca Berno

Questo vuol essere il primo libro – la prima puntata, in altri termini – di un poemetto comico che ha la pretesa d’esser ambientato a Roma, una città in cui non sono ancora stato e che quindi praticamente non conosco. Si noterà questo dal fatto che non cito mai luoghi ben precisi, se non in maniera estemporanea, a parte il Grande Raccordo Anulare che dà il titolo all’opera. Non s’intende prendere in giro la Capitale d’Italia: sarebbe potuta essere qualunque altra grande strada urbana del Paese; ma pare che questa sia divenuta un simbolo, anche grazie a tanti comici, perciò tiro dritto sperando d’ottenere il solo effetto cui miro, quello di strapparvi un sorriso.

«Omnes viae Romam ducunt»

Anonimo.

LIBER I

Cantami Musa[1] l’Eroe ch’un giorno, partito da casa,

volle tentar, impossibile impresa per l’uomo mortale,

di superar le colonne: non quelle che secoli orsono

Ercole pose a confine nel punto in cui pure la terra

cede all’imperio del mare, bensì quelle erette a sostegno

dell’invenzione più atroce.[2] Narra qualcosa[3] del dramma

ch’egli ha vissuto gemendo, sbattuto[4] per svincoli e buche

dalla violenza d’un nume[5] o da quella del fato crudele.[6]

 

Sorto il mattino con l’alba[7] e Lucifero uscito di scena

dopo aver svolto il suo ufficio e da quello venendo assorbito,[8]

l’Uomo, già alzato dal pigro[9] giaciglio, fallito il lavacro,[10]

cerca destarsi del tutto col rito, all’Italia donato

per questo scopo un bel dì da Partenope, figlia dei Greci:[11]

vien dalla terra felice[12] d’Arabia un nero granello,

seme di pianta che asciuga il deserto;[13] tostato a puntino,

esso si macina e, in acqua scaldato, fa una bevanda

grazie alla quale sta sveglia ogni giorno la prole terrestre.

Beve l’eroe la pozione color del suo umore[14] e si sprona;

dopo che tale[15] ha libato,[16] con armi e corazza[17] va fuori,

lascia degli avi le stanze, abbandona la casa turrita,[18]

monta il corsiero[19] e ne gira la chiave: diverso non pare

Giove tonante dall’alto d’Olimpo rispetto al muggito

(quando la belva obbedisce a colui ch’è padrone soltanto

d’essa;[20] ma a volte Vecchiaia crudele le versa nel petto

tutt’i suoi acciacchi e l’inchioda al posteggio, terribile vista!).[21]

Esce la macchina rapida e aspetta che, sgombra, la strada

lasci il passaggio; ma mille destrieri, di fretta correndo,

paiono usciti in un solo momento per far invasione

nelle corsie tutte quante. E bene si sa com’i numi

abbiano data ai mortali una legge che impone all’ingresso

in carreggiata la precedenza. Solo sperare

può il nostro eroe che il semaforo scatti impedendo un momento

l’impeto dei reggimenti a motore e le grida di guerra[22]

(tuona qualcun “li mortacci!” dal posto di guida). Ma grande

pena è l’attesa del rosso per loro: sa bene costui,

tanto allenato negli anni alla scuola di Murphy fatale,[23]

d’essere andato a comprar la dimora nel tratto di strada

dove le luci preposte al controllo del traffico sono

lente tal quali descrive Zenone ne’ suoi paradossi[24]

la tartaruga e il Pelide nell’impari agone[25] di corsa.

 

Sotto alle nubi che oscurano Febo, s’avanza anche un altro

mostro, che sbuffa ben simile a un drago ogni volta si fermi,

scatti o repente[26] modifichi rotta e andatura: con voce

barbara l’hanno nomato gli Italici, dato ch’è giunto

qui dall’Albione[27] nei tempi remoti – pur sembra latino,

vista la fin di parola, autobus – e percorre le strade,

rombo dell’Ennosigeo.[28] Trasporta nel ventre persone

per sgomberare dal traffico i viali e le strade intasati;

pure, alla belva l’eterno vagare e la parca salute

tolgono tutto il vantaggio. Con occhi di bragia[29] l’autista

preme il pedale che spinge al galoppo la fiera, se a volte,

sadico, vede da lungi venire, correndo e pregando:

«Ferma, di grazia!». La vecchia già rischia l’infarto, munita

d’una stampella o bastone; ma quello ha ingranata la marcia,

scatta in avanti beffardo, sorpassa e la donna inveisce

anguicrinita[30] sputando faville, al governo pensando

ladro. Ma intanto si smuove qualcosa nel traffico assurdo:

parte con l’auto l’Eroe ed entra in corsia e s’imbottiglia;[31]

rosso il semaforo ostacola il moto ma lascia le moto[32]

muoversi a slalom nel mezzo del flusso in svariate manovre

folli,[33] piegando, a momenti raschiando il selciato col fianco.

Forse qualcun ha gridato di fronte a sì barbari giri,

forse sarebbe opportuno ch’un vigile passi ogni tanto;

ma vanamente ci sperano i ligi alle norme, ché i fati

loro son sempre contrari.[34] La folla confusa dei mezzi

scalpita, manco si fosse di Monza all’autodromo,[35] e in fronte

cigola la carrozzina puerigera[36] all’ultimo istante;

va più veloce la madre spingente, guardando in cagnesco

tutta la schiera metallica pronta al segnale a dar vita

alla peggiore visione d’inferno.[37] Ma scatta già il verde,

già[38] lo specchietto dell’auto, più a destra partente, da tergo

sfiora la gonna e comincia l’assalto (nessuno ripeta

quel che avrà detto la madre di fronte a sì poca creanza).

 

Note: [1] Cfr. Om. Il. I, 1: «Cantami o diva»; Om. Od. I, 1: «Narrami o Musa». [2] L’allusione è al Grande Raccordo Anulare, teatro della gran parte del poemetto. [3] Cfr. Om. Od. I, 10: «Racconta qualcosa anche a noi, o dea figlia di Zeus». [4] Sbattuto è una espressione virgiliana, cfr. Aen. I, 3: «iactatus». [5] Variatio sul tema virgiliano introdotto dalla ripresa che precede: il testo originale (Aen. I, 4) suona «dalla violenza degli dei superi». [6] Cfr. G. Parini, Odi, La tempesta, 89-90: «dira / sorte» (“dira” è latinismo di origine virgiliana, Aen. IX, 185: «dira cupido»). [7] Cfr. G. Parini, Il mattino, 1: «Sorge il mattino in compagnia dell’alba». Nella prima pubblicazione (1753) questo era il v. 34. [8] Lucifero… assorbito: si allude a una caratteristica del pianeta Venere già nota nell’Antichità, il fatto ch’è visibile a occhio nudo solo appena prima dell’alba e subito dopo il tramonto; in base a questo, esso era chiamato nella Roma antica con due soprannomi diversi, Lucifer (“portatore di luce”) e Vesper (“l’astro della sera”). Appena il Sole sorge, Lucifero, che l’ha preceduto, diventa invisibile dalla Terra per la troppa luce della nostra stella. [9] Il giaciglio è pigro perché induce alla pigrizia, secondo un uso poetico già latino. [10] Cioè: “poiché lavarsi la faccia non ha funzionato…”. [11] Partenope, figlia dei Greci: “Napoli”, in antico un importante centro della Magna Grecia, che è qui personificata come una sorta di divinità minore. [12] I Latini chiamavano felix (“favorita dagli dei”) la parte d’Arabia che meglio conoscevano e con cui commerciavano. [13] La pianta che asciuga il deserto, il caffè, viene chiamata così alludendo all’enorme quantità d’acqua di cui necessita nel corso della sua vita. [14] Cioè “nera”: si ricordi poi che, nella canzone di Fabrizio de André Sand Creek, il generale Custer ha «occhi turchini e giacca uguale». [15] Tale, alla maniera del Parini, vale come un avverbio con desinenza alla latina. [16] Libare è un verbo latino di origine sacrale, che indica il brindisi rituale: così si riprende l’idea, già accennata prima, del rito. [17] Si tratta degli abiti consueti che il personaggio impiega per lavorare ed eventuali attrezzi del mestiere; ma tutto viene sottoposto a una trasfigurazione in senso epico. [18] La casa turrita, per la deformazione già accennata, non sarà un castello ma un grattacielo residenziale. [19] Corsiero: poetico per “cavallo”, cfr. G. Parini, Il giorno, passim[20] Dire che il protagonista è padrone soltanto del mezzo di trasporto citato lo colloca a un modesto livello sociale, dettaglio indispensabile a render conto delle situazioni in cui si troverà dopo. [21] Cfr. «miserabile visu», Verg., Aen., passim[22] Prosegue il travestimento epico, in questo caso militaresco. [23] Murphy è il personaggio che dà il nome alla famosa legge della sfortuna, per la quale: “Se qualcosa può andar male, lo farà”; è fatale in quanto non si può evitare, esattamente come il Fato nella concezione degli Antichi. [24] Zenone d’Elea, discepolo di Parmenide, fu un filosofo cui si attribuisce l’introduzione del ragionamento per assurdo nella riflessione filosofica, soprattutto in difesa del maestro. Celeberrimo è il paradosso d’Achille (di séguito indicato col patronimico Pelide) e della tartaruga: il filosofo immagina una gara fra il lento rettile e l’eroe «piè veloce» per eccellenza, dove questi concede alla tartaruga un vantaggio iniziale; dividendo in infinite parti lo spazio fra i due concorrenti, diventa impossibile che Achille raggiunga la tartaruga, perché rimarrà sempre, per quanto piccolo esso sia, uno spazio incolmabile tra i due. Questo paradosso, basato su un presupposto che allora si credeva accettabile (la divisione dello spazio all’infinito: l’atomismo di Democrito servì a confutare la tesi), voleva dimostrar l’illusorietà del movimento. [25] Impari agone: la gara sopra citata, viziata all’origine dal problema posto da Zenone; ma anche senza di esso, in condizioni in linea col senso comune, la sfida non sarebbe leale, data la disparità fra il veloce eroe omerico e il lento animale. [26] Repente è avverbio alla latina per “repentinamente”. [27] Almeno dai tempi di Parini era detta Albione l’Inghilterra. [28] Ennosigeo, letteralmente “che scuote la terra”, è epiteto di Poseidone, al quale era riconosciuta anche la giurisdizione sui terremoti: si ricordi la concezione arcaica del mondo ancora riscontrabile nel pensiero del milesio Talete, il primo filosofo greco ricordato da Aristotele, che ne riporta il pensiero: secondo gli scritti dello Stagirita, Talete riteneva che la Terra galleggiasse sull’acqua. [29] Cfr. Dante, Inf. III, 108-111: «Caron dimonio, con occhi di bragia, loro accennando tutte le raccoglie; batte col remo qualunque s’adagia». [30] Anguicrinita è aggettivo pariniano, letteralmente: “coi crini di serpenti”. Evoca subito Medusa e le Gorgoni. [31] La ripetizione della congiunzione e riprende uno stilema epico e biblico: dà un senso di rapidità e produce straniamento. [32] Gioco omografico tra la parola che indica il movimento e quella che indica il mezzo di trasporto a due ruote. [33] Folle va inteso col senso dantesco di “non assistito dalla grazia divina”, e dunque destinato a fallire. Tale aggettivo ha qui l’intento morale di diffondere il senso civico per mezzo della velata minaccia d’incidenti mortali in caso di mancato rispetto delle regole. [34] Cfr. Stat. Theb. X, 384, «Invida fata piis». Il significato letterale (un pessimistico «I fati sono malevoli verso i timorati degli dei») subisce qui una leggera attenuazione. [35] Inversione sintattica, leggi “all’autodromo di Monza”. [36] Nuovo conio dal latino (modellato su Lucr. Rer. Nat. I, 3: «mare navigerum», che è un hapax legomena, cioè un’espressione usata una volta sola in tutta la letteratura latina); significa “che-regge-i-bambini”. [37] Cfr. la prima battuta del film Il gladiatore con R. Crowe: «Al mio segnale, scatenate l’inferno». [38] La ripetizione di già è uno stilema tipico virgiliano.