Satira n° 18 di Gianluca Berno

Prosegue il poemetto eroicomico iniziato qui, sempre  basato sulla commistione fra genere epico, stile aulico e materia quotidiana, sempre in esametri.

LIBER II

Torna nascosta l’Aurora con dita di rosa e la sfera

d’oro del Sole Iperione si stacca del tutto dai tetti;

bianco, da grigio e rosato, si fa il Cupolone[1] splendente,

l’ombra forata pian piano riduce l’arena di Flavio;[2]

dorme tutt’ora nel centro di Roma Palazzo Madama,

Montecitorio sonnecchia, a riposo nel chiasso d’intorno;

forse il Governo si trova più tardi in sessione bilancio?

Certo non fa movimento una foglia sul Colle e non parte

più alcun allarme pennuto[3] dall’alto di quella famosa

roccia incrollabile[4] sede del Sindaco: l’oche già sanno

bene che, s’anche tornassero i Galli o i Tedeschi a insidiare

Roma, le buche per strada sarebbero già una difesa.

 

Forse ciò pensa con riso agrodolce il guerriero che in altra

zona, ben lungi dal Centro, si strazia al pensiero del lento

scorrere d’ogni automobile presso l’entrata al girone[5]

detto Raccordo Anulare (qui Eraclito[6] perde di smalto).

Qui non c’è modo d’entrar nella giungla d’asfalto, soltanto

una terribile attesa che logora; quindi l’Eroe

cerca d’andare alla prossima entrata e tentare da quella,

ma si ridesta allora dal fondo del mar Poseidone,

vede l’astuto ripiego e gli torna alla mente Odisseo.

Dunque, la fronte aggrottando, così minacciò con parole:[7]

“Odio i furbetti, da quando per primo Laertide[8] un torto

ebbe di farmi l’ardire,[9] accecando il diletto figliuolo.[10]

Diedi la caccia al nefando per l’ampia distesa del mare,

sopra il mio onore giurando che, s’anche dei Fati il decreto

fosse che salvo tornasse alla patria[11] petrosa,[12] comunque

egli non senza soffrire trovasse la strada. Per questo

ogni qual volta un mortale, con simile spocchia, rivedo

ai suoi confini fuggire,[13] mi sale il nervoso: m’andiamo,

ora facciamo un macello,[14] che questi sia spinto all’estremo

fino a esecrar la giornata ed il mese e pur l’anno[15] nel quale

venne alla luce!”. Così allor dicendo, agitando il Tridente,

mosse il suo cocchio trainato da pesci alla volta del lido

d’Ostia, onde prese l’acquoreo elemento, lo rese vapore,

indi lo fece fermar sopra Roma e con gesto teatrale

tutto lasciò che cadesse sul Grande Raccordo Anulare,

mentre v’entrava con l’auto d’un colpo il malcapitato,

dando alla sopraelevata l’aspetto di scivoli ad acqua.

Pari dovette apparire il Mar Rosso, allorquando si chiuse

sui cavalieri e i cavalli ed i carri da guerra egiziani.[16]

Giusto un minuto di scroscio, e le buche si fecero polle,[17]

stagni e poi laghi e poi mari, poi oceani profondi e la strada

tutta disparve tra i flutti,[18] spazzata da raffiche d’Austro,[19]

Noto e Aquilone – perché pure i venti dai loro recinti

Eolo entusiasta, obbedendo al comando del nume dei mari,

liberi aveva lasciati di fare scompiglio, e più forte

d’ogni corrente squassava i lampioni, i cartelli, le piante

Euro[20] furioso, di cieco potere rigonfio, che abbatte

macchine e case. L’Eroe con le mani si aggrappa allo sterzo,

nel tentativo di reggere a questa tempesta perfetta.[21]

 

Mentre d’intorno si ingorgano mille veicoli e suona

orrido l’urto a sinistra di camion slittanti e riecheggia

l’autoambulanza da lungi accorrente, le tedi[22] già accese,

l’Uomo, ch’ormai non ha scampo e da tanto macello si trova

tutto attorniato, gemendo con gli occhi levati rivolge

supplice un prego[23] al Santino attaccato vicino al cruscotto:

“Tre, quattro volte beati coloro che a letto costringe

qualche malanno, anche orrendo![24] S’è proprio destino che questo

debba segnarsi qual ultimo giorno che vivo, ti prego,

Sant’Antonio da Padova, almeno la liquidazione

venga in soccorso alla vedova e dopo un impiego sollevi

quella famiglia che lascio, annegando in un luogo che nulla

ha da spartire col mare crudele o anche solo col fiume”.

Tale[25] implorava miserrimo, a questo ridotto: sperare,

contro ogni norma dell’epica,[26] almeno una morte sul mare

vero, non sotto il diluvio scrosciante nel traffico intenso:

questo succede passando, dal tempo del mito, nel nostro.[27]

Mosso a pietà dalle lagrime, il Santo, dall’alto dei cieli,

volle aiutare il protetto, così si recò da San Marco,[28]

ch’era il più esperto di flutti nell’àmbito urbano,[29] e gli disse:

“Tu, che sai ben quel che accade se, attratto da Diana,[30] risale

rapido il flusso dell’onda marina: m’assisti nel dare

presto soccorso a quell’Uomo ch’implora mercede[31] nel gorgo

d’auto e di piogge tremende”. Così il protettor di Venezia

chiese l’aiuto a Maria, che si mosse per tempo e rivolse

questa preghiera al Creatore: “Signore, puoi forse lasciare

ch’uno dei pristini numi, ch’ancora nell’epica stanno,

detti le leggi alle cose che vengono dalle Tue mani?”.

Altro non fu necessario, ma sùbito stese la mano

Dio dall’Empireo,[32] in un gesto imperioso[33] per mezzo del quale

Ogni pretesa del vecchio padrone dei mari fu tronca:[34]

squarcia la mano dell’Onnipotente le nubi, e ritorna

Febo visibile in cielo, ed i flutti rincasano in mare;

lenta ritorna la normalità sul Raccordo, e l’Eroe,

messa la prima, ringrazia e s’avanza frammezzo all’ingorgo.

 

Note: [1] Il Cupolone, come dicono a Roma, è la grande cupola della Basilica di S. Pietro. [2] L’arena di Flavio è il Colosseo, il cui nome ufficiale era “Anfiteatro Flavio”; venne detto “Colosseo” in un secondo momento, a causa della vicinanza con una colossale statua di Nerone: infatti, in quella zona si trova tutt’ora, sotto terra, la Domus Aurea in cui l’imperatore risiedeva. Qui arena è il soggetto della frase, che va ricostruita: “l’arena di Flavio riduce la [sua] ombra forata”; la quale non oscura tutto il piazzale ma lascia dei buchi illuminati in corrispondenza delle arcate. La frase, per altro, indica che il sole si sta muovendo verso lo zenit. [3] Si allude al noto episodio delle oche del Campidoglio le quali, secondo la tradizione, vedendo arrivare gli invasori Galli, diedero l’allarme starnazzando. [4] Cfr. Verg. Aen. IX, 448, dove il Campidoglio è detto «immobile saxum». [5] Naturalmente è una ripresa dantesca: essa è ormai entrata nel linguaggio comune a tal punto, che il termine «gironi», relativo esclusivamente alle suddivisioni del cerchio VII, quello dei violenti, vien di norma esteso a indicare i cerchi tout court. [6] Eraclito è il filosofo cui si attribuisce il motto «panta rhei», “tutto scorre”. [7] Tipico dell’epica più antica è l’uso di scomporre espressioni del genere in più elementi. [8] Laertide è il patronimico di Odisseo, “figlio di Laerte”. [9] La frase, trasfigurata dall’iperbato, va ricostruita: “ebbe l’ardire di farmi un torto”. [10] Il diletto figliuolo è naturalmente Polifemo, accecato con uno stratagemma da Odisseo e compagni. [11] Cfr. Om. Il. I, 25, “…e salvi al patrio suol tornarvi”; qui, come nelle altre eventuali citazioni, si impiega il testo italiano di Vincenzo Monti. [12] Petrosa è attributo fisso d’Itaca, l’isola di Odisseo. [13] Torna il motivo della tracotanza umana, del superamento dei limiti imposti dagli dei (qui in modo del tutto ingiustificato: in letteratura, le divinità greche non sono aliene da comportamenti esagerati o difficili da motivare). [14] I verbi al plurale maiestatis richiamano il passo biblico in cui Dio decide di fermar il completamento della Torre di Babele confondendo le lingue, vedi Gen. XI, 1-8. [15] Qui si rovescia un celebre incipit, quello di Petr., R.V.F. LXI: “Benedetto sia ‘l giorno, e ‘l mese, et l’anno”. [16] L’episodio biblico del passaggio del Mar Rosso vien qui ripreso con toni e parole delle stesse Scritture. [17] Cioè “pozzanghere”. [18] Si conclude con quest’immagine una sequenza basata sulla figura retorica del climax ascendente, la quale consiste nel graduale aumento di una quantità o qualità; esiste anche quello discendente. [19] Austro è il primo di quattro venti tipicamente citati nei poemi epici classici; qui essi non sono secondo lo schema consueto di matrice omerica, la causa materiale della tempesta, bensì un sovrappiù. [20] Ogni riferimento alla moneta europea è puramente voluto. [21] Modo di dire che si basa sul titolo di un film catastrofico. [22] Tedis è in latino la “fiaccola”, come si deduce dal termine olimpionico “tedoforo”: qui la forma italianizzata plurale indica le luci lampeggianti che accompagnano la sirena dell’ambulanza. [23] Prego sta qui per “preghiera”, secondo l’uso antico. [24] Tre, quattro volte beati è uno stilema tipicamente virgiliano: in Aen. I, 94 erano «beati» i guerrieri «quis ante ora patrum Troiae sub moenibus altis / contigit oppetere!»; la forza di quello sfogo si trova qui trasferita in altro àmbito, più consono al contesto ma inevitabilmente meno serio. [25] Tale: “allo stesso modo”, cfr. Parini, passim; per esempio l’Ode XII (La tempesta), v. 86. [26] Riferimento meta-letterario, come anche più avanti. [27] L’accenno alla dicotomia fra tempo del mito e tempo degli uomini (nostro) è un tema fondamentale nel genere epico, che pone le sue basi nel primo dei due tempi e finisce affacciandosi sul secondo. Basta l’esempio di Omero (o chi per lui), se si considera che l’Iliade è tutta compresa nel tempo del mito mentre l’Odissea finisce con una violenta incursione del tempo della realtà umani nella storia: Odisseo, uccisi i Proci, è costretto a risarcire i loro parenti per evitare una guerra civile. [28] Inizia qui una catena che vuole alludere a quella delle donne celesti in soccorso di Dante perduto nella “selva oscura”, in Inf. II, 94-108: in quel caso è la Madonna a preoccuparsi per prima della sorte del Sommo Poeta, sì da inviare S. Lucia, cui egli era devoto; questa manda a sua volta Beatrice. Qui la catena va in senso opposto, risalendo i gradini della gerarchia dall’Eroe orante al grado massimo. [29] Come si scrive più avanti, San Marco è il patrono di Venezia. [30] Diana è la dea romana della caccia, equivalente alla greca Artemide; ma nei poemi epici si tende a identificarla con la Luna (Ecate), sulla base dell’associazione col Sole di suo fratello Apollo/Febo. [31] Mercede: “pietà”, voce tipica medievale (cfr. il francese merci nel suo significato originario, o il provenzale antico merce, per il quale si cita com’esempio Bernardo di Ventadorn, Canzoni II, 4). [32] Nella cosmologia aristotelico-tolemaica, su cui si resse l’astronomia fino a Copernico e Galilei, intorno alla Terra ruotano nove sfere, i Cieli danteschi, ognuno col suo corpo celeste, la sua musica, la sua schiera angelica. Allontanandosi dalla Terra, posta al centro dell’Universo in quanto elemento più pesane, essi sono: Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marte, Giove, Saturno, Stelle Fisse e il Primo Mobile, il cielo che imprime il moto a tutti gli altri. Fuori da questo Universo chiuso, vi è l’Empireo, il cielo immobile e infinito che è sede di Dio. [33] Il gesto imperioso serve a marcare tutta la distanza presente fra il Dio cristiano e quelli olimpici sul piano ontologico: una divinità sola è necessariamente onnipotente, mentre gli dei di un pantheon devono sempre dividersi le competenze. Infatti, il gesto di Poseidone era teatrale, letterario: ciò segna ulteriormente lo sconfinamento in un altro genere, quello del poema sacro di matrice dantesca. [34] Fu tronca, ossia “troncata”, con una forma di participio tipicamente poetica.