Satira n° 19 di Gianluca Berno

Prosegue il poemetto eroicomico in esametri iniziato qui e proseguito qui. Buona lettura.

LIBER III

Quanto più aggrada al mondo è un effimero sogno:[1] l’Eroe,

piccolo tratto di strada già avendo percorso, credeva

certo d’avere scampato il pericolo; eppure ignorava

quali altri colpi gli avrebbe serbato la sorte beffarda.

 

Egli guadava con l’auto la strada allagata dai nembi,

già dirigendosi verso la prossima uscita, la sua,

quando gli apparve Mercurio, vestito da vigile urbano:[2]

«O guidatore, giacché qui davanti vi fu un incidente

circa mezz’ora più addietro e al momento non giunge nessuno

per sgomberare la tratta, ch’è breve ma larga, t’arresta».[3]

«Come successe, signore?» gli chiese allor l’Uomo, lasciando

ch’un rassegnato sospiro gli uscisse di bocca; rispose

dunque l’agente con queste parole:[4] «Una macchina prese

l’ultima rampa d’ingresso con foga eccessiva, sperando

giungere presto alla meta; ma al punto nel quale bisogna

dar precedenza a chi è già sul Raccordo e sta sopraggiungendo,

non rallentò, speronando con danno tremendo un furgone;

questo sbandò travolgendo nell’altra corsia una famiglia

sopra una station-wagon; e poi gli sportelli di dietro

furono aperti per forza d’impatto e, di fuori cascando,

tutto il bagaglio, del quale era pieno il furgone, si sparse,

danni causando alle auto con forte trambusto e feriti:

erano tubi di ferro per uso domestico, senza

nulla[5] a tenerli legati. Schizzarono fuori, veloci

come saette di Giove, sfondarono qualche cristallo;[6]

ultimo urtò il groviglio metallico un funebre carro,

non con violenza; ma un tubo per qualche non chiaro accidente

dritto passò il parabrezza, colpì proprio al naso l’autista,

salvo comunque (fuggì la Moira nera il contuso).[7]

Solo, fra tutti, n’uscì senza danno il defunto di dietro».

Ciò proferito, l’agente si mosse a fermar altri mezzi:

quei,  rallentando, mostravano avere l’antifona inteso.

Indi sospiri, accenti iracondi, guaiti[8] e silenzi

fitti di rassegnazione riempivano l’aere pesante:

era in quel mentre splendente Iperione nel cielo schiarito,

senza più nuvole e, pur di mattina, già pronto a scaldare;

l’umido a terra, or vapore, saliva qual fumo d’incensi,

mosche e insettacci puntuti sguazzavano in questi miasmi,

l’afa tremenda prendeva possesso di tutto il paesaggio.

L’Uomo sentiva il calore pesante comprimergli il petto,

già affannoso il respiro, il sudore imperlargli la fronte:

quale testuggine chiusa nel guscio, sentiva picchiare

l’astro del giorno sul tetto, «memento» dicendogli «mori».[9]

Dalle automobili deboli gemiti davano sfogo

(misero udire!)[10] ai dolori del caldo asfissiante. Nessuno

era nel caso d’uscir, se non altro, dal traffico abnorme,

sì che soffrivano[11] tutti la cappa e l’assenza di moto

senza saper come porvi rimedio; finché, salutati

dalle festanti grida di giubilo ovunque levate,

giunsero i mezzi in soccorso e portarono via quei relitti:

sgombra, la strada permise il passaggio alle macchine esauste.

 

Febo era giunto nei pressi del punto mediano dell’arco

ch’egli descrive nel giro consueto (apparenza dovuta

alla volubile[12] Terra). La calma sembrava tornata

stabile in cima al suo scranno, alla guida del mondo, e scorreva

lento e costante quel fiume di latte ambulanti a motore;[13]

tanto pareva che in pace vivessero tutti, che forse

giusto sarebbe stato aspettarsi un disastro in agguato:

trama ogni volta Discordia,[14] vedendo le cose marciare.

Ecco, le macchine andavano in mezzo a muraglie di case

grandi ed altissime, come alveari gremite di genti;

lì sopra i muri era affissa ogni sorta di grandi cartelli,

specchi, forse occhi,[15] dell’alma dannata che tiene il commercio:[16]

«Comprami!» mormora ognun dei prodotti ritratti a colori,

frasi gli fanno corona, fra rime e giochetti verbali;

spesso l’immagine cerca esaltare la merce o solleva

dentro chi guarda guidando pensieri proibiti – ma pare

cosa da tempo scordata il divieto, persino noioso

tutto ‘sto[17] sesso sbattuto su troppi cartelli, rifratto

mille e non più d’altre mille a riprese[18] – ma pure v’è ancora

chi per guardar un po’ meglio due seni o una chiappa, disperde

attimi d’oro[19] nel vento, ogni tanto usurpati[20] alla guida.

Or, come mostra Aritmetica a chi vuol contare, viaggiando

presso i settanta, perdendo un secondo a distrarsi, già andati

sono più o men venti metri.[21] Se quindi mi piazzi alla curva,

presso un incrocio, un’immane Belén in succinto vestiario,

forse potresti aspettarti un finale qual quello toccato

proprio di mezzo al cammino[22] all’Eroe, che correva temendo

perdere il breve intervallo del verde, e voleva bruciarlo.

Giusto al momento del proprio passaggio, si vide arrivare

contro[23] una vecchia berlina guidata da un tizio allupato

sportosi vistosamente col capo dal bianco colletto,[24]

gl’occhi sbarrati, fischiando, con qualche espressione in volgare[25]

subito fuor della bocca – non curo di dar trascrizione:

può coll’ingegno supplir il lettore – passando col rosso.

Quel ch’è successo a quel punto d’ometterlo implora Ritegno.[26]

 

Note: [1] Quanto… sogno: cfr. Petr., R.V.F. I, 14, «che quanto piace al mondo è breve sogno». [2] Gli dei hanno, in molti i poemi classici, la tendenza a scendere sulla terra a favorire od ostacolare l’agire umano; per far questo, si camuffano da persone umane o animali, in quanto un essere umano non potrebbe vederli come sono davvero e restare vivo. La stessa cosa succede nella Bibbia quando Dio appare a Mosè: assume la prima volta le sembianze di un roveto ardente e, sul Sinai, si fa vedere solo “di spalle”. In questo caso, Mercurio, il divino messaggero, compare nelle vesti di vigile urbano; ma la frase è naturalmente ironica. [3] T’arresta (“arrèstati”) è un imperativo tragico: la poesia alta, fino all’Ottocento, continuò a privilegiare le strutture più antiche della lingua, qual era l’enclisi dei pronomi a inizio di frase, anche dove non la useremmo più (p.e.: «Sassi?» per “Si sa?”); di conseguenza l’imperativo, per distinguerlo agevolmente dalle altre forme verbali, veniva trattato in maniera contraria ponendo il pronome davanti, come noi non facciamo più. [4] Cfr. Liber II, 22, nota 45. [5] Senza / nulla: come in vari altri punti del poemetto, l’inarcatura del verso (fr. enjambement) dà ai due termini, innaturalmente separati da un a-capo, un maggior rilievo, poiché li pone in posizione forte, rispettivamente alla fine d’un verso e all’inizio del successivo. In questo caso, si vuol rendere il tono indignato e centrare tutta l’attenzione del lettore su questo punto. [6] Il cristallo è naturalmente il “parabrezza”. [7] Fuggì… nera è un’altra espressione tipica del repertorio omerico, utilizzata anche da A. Baricco nella sua versione in prosa dell’Iliade: è il contuso che fugge, ossia scansa, evita la Moira. Nel mito greco, dopo Omero in cui pare sia una sola, tre sono le Moire: Cloto, “la filatrice”, dà inizio ai fili delle vite umane (metafora geniale); Lachesi, “la misuratrice”, trova su ciascun filo il punto in cui la vita corrispondente dovrà concludersi; Atropo, “l’inevitabile”, taglierà al momento opportuno provocando la morte. Letteralmente, moira in greco è la “parte” ch’è stata assegnata a ciascuno: d’origine militare (evoca infatti la spartizione del bottino) il termine arrivò a indicare astrattamente il “destino”. [8] Cfr. Dante, Inf. III, 22; 25-26: «Quivi sospiri, pianti e alti guai / …Diverse lingue, orribili favelle, / parole di dolore, accenti d’ira». [9] Cioè “ricòrdati che devi morire”. L’uso d’interpolar nel discorso stesso il verbo che l’introduce, fra le prime parole, è tipicamente latino. [10] Cfr. Liber I, 25, nota 21. [11] Soffrivano può essere letto anche come “sopportavano”, per cui cfr. anche C. Collodi, Le avventure di Pinocchio, passim[12] Volubile è un latinismo semantico: consiste, ove una parola italiana con evidente ascendenza latina abbia nel frattempo mutato il senso, di tener presenti sia il significato attuale sia quello originario. Nel caso dell’italiano volubile, dal latino volubilis, bisogna pensare rispettivamente a “capriccioso” e a “ruotante”. La Terra, infatti, ha tratto in inganno i suoi abitanti per secoli, facendo lor credere nel moto del Sole e dei pianeti tutt’intorno, mentre è lei a girar su sé stessa come una lenta trottola. [13] Le latte ambulanti a motore sono, naturalmente, le “automobili”, per metonimia indicate col materiale di cui sono fatte; ma qui la latta dev’essere considerata come iponimo di “metallo”, che suscita a sua volta delle riflessioni: di latta erano le automobiline giocattolo dei tempi andati, il che pone il traffico insensato in una luce quasi sarcastica, come fosse un immenso e aberrante gioco; inoltre, di per sé la latta è un metallo ben poco nobile: si assiste allora al rovesciamento della più celebre fra le metonimie basate sul metallo, quella del “ferro” per indicare la “spada”. Qui è dunque sintetizzata tutta la distanza fra l’epica antica e quest’opera comico-realistica. [14] Discordia non è solo un’allegoria o una personificazione ma una vera e propria dea del mito antico: i Greci la chiamavano Eris e la consideravano responsabile della contesa fra dee che rese necessario il giudizio di Paride, donde il ratto di Elena e la guerra di Troia. [15] Si ricordi che, secondo il proverbio, gli occhi sono lo specchio dell’anima (qui alma, forma antica e poetica). [16] Un altro noto adagio afferma che “la pubblicità è l’anima del commercio”. I due modi di dire vengono incatenati l’uno all’altro attraverso il gioco delle allusioni, restituendo un’immagine in complesso negativa. [17] L’abbassamento del registro segue l’abbassamento delle tematiche, non tanto perché il sesso sia un argomento basso (non lo è minimamente) ma perché un continuo impiego pubblicitario lo svilisce fino al rango di merce e di mezzo per vendere altre merci. [18] Mille… a riprese: “a mille riprese”, un’inversione sintattica intrecciata con la biblica espressione «mille e non più mille», adattata al ritmo dell’esametro. [19] Attimi d’oro: ossia “preziosi”, secondo un’antica e fortunatissima metafora. [20] L’espressione è comprensiva di giudizio morale. [21] Il metodo, impiegato sui manuali per la patente di guida per calcolar la distanza percorsa in un secondo in base alla velocità, prevede di divider la velocità per 10, moltiplicarla per 3 e sottrarre qualche metro per avere una buona approssimazione. Un’auto che viaggi a cinquanta chilometri orari, in un secondo, percorrerà dunque poco meno di quindici metri. [22] Scoperta è l’allusione dantesca (Inf. I,1). [23] Ancora un uso espressivo dell’inarcatura, cfr. sopra, nota 77. [24] Il bianco colletto è segno di una posizione sociale superiore, anche di poco; di un’apparenza rispettabile clamorosamente smentita dai fatti. [25] In volgare vale “in dialetto”; ma anche “di registro basso”, se si tralascia la preposizione. [26] Ritegno è figura allegorica o personificazione.