Satira n° 21 di Gianluca Berno

Pensavate che fosse finita, eh? In verità la norma degli antichi prevedeva di procedere per gruppi di sei libri, o multipli di sei; ma siccome non serbo odio per i miei lettori, mi limito a quattro… Sempre in esametri, riprendo dalla scena dell’incidente, che chiudeva il terzo libro lasciando un minimo di mistero sulla sorte del personaggio. Che fine avrà fatto?

LIBER IV

Ei[1] non è più tra i vivi. L’Eroe, abbandonando il mortale

corpo s’eleva nell’alto dei cieli e rivà con lo sguardo

tutto stupito alla Terra che lascia, e s’accorge di colpo

quanto sia rapido il moto in ascesa,[2] che passa i pianeti

come se fossero case ai due lati di qualche bel viale,

non delle sfere rotanti a distanze astronomiche.[3] Pure

quest’impossibile fatto gli par naturale: “Comunque

è qualche cosa ch’accade, sia pure in un sogno”[4] si disse.

Or si trovava in regioni esplorate coi sol telescopi,

mentre la Terra era solo un puntino, ben presto svanito;[5]

tutte vedeva le ardenti stelle e chiamava per nome,

pur non avendo mai letto alcun libro su quell’argomento,

ciò che gli diede maggior meraviglia. Galassie intere

egli vedeva trascorrere e, voltosi indietro, arrossarsi

lungi da lui,[6] che volava attirato da incognita forza.

Nuovo e curioso spettacolo innanzi gli apparve alla fine:

giunto era al luogo da cui si squadernano[7] stelle e pianeti,

donde iniziò l’Universo da un punto che tutto includeva[8]:

là si trovava la fonte, là d’ogni cosa il ritorno;

l’alfa e l’omega a un sol pascolo a bere,[9] gli estremi composti

senza conflitto per sempre; né lutto, né duolo trovava

l’Uomo cercando, né i Cieli o la Terra di prima scopriva.[10]

Quando arrivò più vicino a quel centro del Cosmo,[11] l’Eroe

presto s’accorse d’andare più lento, che già si fermava,

quindi si chiese perché l’andatura scemasse a distanza

tanto ridotta dal grande traguardo; ma mentre pensava

giunse Mercurio di nuovo, o un Arcangelo, a dargli dei lumi.

L’ali spiegate e l’aureola lucente, una candida veste

non intessuta da mano d’umani[12] copriva il suo corpo,

tenue e raggiante[13] a tal segno, che forse di corpo[14] parlare

era sbagliato; in mano recava una verga fiorita

simbolo del messaggero,[15] e parlava con voce soave:

“Anima salva, rallegrati![16] Giungi quest’oggi a salvezza:

là dove il Cosmo ebbe inizio si trova l’Empireo, ove siede

Dio sul suo trono[17] celeste; però, per vedere la Luce

serve aspettare il momento del sommo Giudizio, ciascuno

quando il suo turno verrà. Si raccolgono qui le persone

d’ogni nazione, e tempo, e luogo, in coda infinita:

qui s’attende col numero in mano il Suo giusto parere”.[18]

Mentre diceva l’un questo, quell’altro sbiancava nel volto[19],

quindi aprì bocca e da un filo di voce egli trasse parole:

“Quindi, dottore,[20] mi dice che è come la coda alla posta?”.

“Credo potremmo affermarlo, mio caro, con tempi maggiori”

l’Angelo replica. “Come?” l’Eroe, fisso il guardo,[21] gli chiese,

“Come? Non è onnipotente? Non v’era altro modo, più lesto?

Io son allora dannato ad attender i secoli eterni?”.

“Non tu da solo” rispose paziente l’Inviato celeste.

“Tutti, in realtà, coloro che vissero, vivono e ancora

Sopra la Terra vivranno, e con lor gli abitanti di mille

altri pianeti, di mille galassie d’ammassi[22] lontani:

qui si converge da tutto lo Spazio, da tutti gli Eoni[23],

qui si convien[24] che sia forte pazienza; da quando è partita

l’opera somma di tutto il reale,[25] il Signore ha iniziato

l’altro lavoro lunghissimo, ossia l’accoglienza dei morti

fin dal momento nel qual vi fu il primo. Per tutti l’attesa

lunga sarà, fin al giorno nel qual chiamerà l’Universo

qui, per veder il finale”.[26] Rispose allora l’Eroe:

“Santo Arcangelo, tu che ben sai dell’umano le vie,

tu che hai contezza di quanto sia fragile questa pazienza;

dimmi, ti prego, fin quando dovremo aspettare, di modo

ch’io mi disponga all’attesa con quel fatalismo ch’è forza

d’ogni individuo schiacciato da mille sventure”.[27] Gli disse

quindi l’Adepto: “Per molto mi son trattenuto a parlare

teco,[28] ma vedo miliardi di spiriti giungere in fretta.

Presto darò pur a te la risposta che chiedi, ma solo

quando l’autor d’esti versi avrà posa[29] la penna: non lice,[30]

stante il Decreto supremo[31] di Somma Sapienza[32] che alcuno

vivo ancor sappia la data ch’è scelta dal Padre per quando

venga concluso il caduco Universo e si giunga a sentenza”.

Indi si mosse e rimase l’Eroe con un palmo di naso.

 

Giuro, mi spiace che l’ultima parte di questo poema

breve risulti, qual vita di frale farfalla[33] caduca,

rapida, è ver, come gl’anni d’Orazio che a Postumo scrive,[34]

pare fluisse la pioggia di versi, per quanto complessi;

pure alla fine son giunto del mio veleggiar periglioso,[35]

vedo la costa che già si profila alla fine de’ flutti,

vedo banchine e pennoni, cordami e fasciami e le case,

vedo aspettarmi alla riva gli autori che furono Muse;

forse non tanto contenti, magari con mazze e archibugi,

spero con qualche sorriso, una stretta di mano, se proprio

duro sarà farmi entrare nel loro Paese di carta.

Comico son, lo confesso, m’a testa ben alta mi vanto:

chiamo qual numi a tutela l’Ariosto,[36] Luciano[37] e Catullo[38];

quindi Boccaccio,[39] poi il Dante che scrisse quei canti d’Inferno

pieni di diavoli strani[40] e Parini, l’italico Cigno.[41]

Qui si conclude[42] il poema nomato Raccordide: spero

ch’esso, al di là delle pecche, sia parso gradito ai lettori.

 

NOTE: [1] Ei, forma antica e poetica per “egli”, rimanda, come tutta la prima frase, ad A. Manzoni, Il cinque maggio, 1: «Ei fu». [2] Anche Dante (Par. I, 91-93) per bocca di Beatrice s’accorge di ascendere a grandissima velocità, il che ha perfettamente senso a fronte delle distanze incredibili fra i corpi celesti. [3] Distanze astronomiche: letteralmente. Si definisce come Unità Astronomica la distanza minima (perielio) fra Terra e Sole, corrispondente a poco meno di 150 milioni di chilometri. [4] Cfr. J.K. Rowling, Harry Potter e i doni della morte, p. 664 (ed. 2008): «Certo che sta succedendo dentro la tua testa, Harry. Ma perché diavolo dovrebbe voler dire che non è vero?». [5] Cfr. F. Migliacci, D. Modugno, Nel blu dipinto di blu, v. 11: «mentre il mondo pian piano spariva lontano laggiù». [6] Arrossarsi / lungi da lui: gli astrofisici chiamano “spostamento verso il rosso” o “Effetto Doppler” un fenomeno osservato sulle galassie e tutti i corpi celesti. Quando un oggetto che emana luce si allontana dall’osservatore, lo spettro luminoso tende a una prevalenza di rosso; nel caso che l’oggetto luminoso si avvicini, lo spettro virerà più verso il blu. Attualmente tutte le galassie osservate si stanno spostando verso il rosso, cioè si allontanano da noi (e fra loro), il che è una base della teoria del Big Bang[7] Cfr. Dante, Par. XXXIII, 87: «ciò che che per l’universo si squaderna». [8] L’Eroe sta raggiungendo il punto in cui avvenne il famoso Big Bang, quasi 14 miliardi di anni fa. [9] A un sol pascolo a bere è una reminiscenza biblica (Isaia): il passo comunica la stessa idea d’armonia degli opposti. [10] Cfr. Apoc. XXI, 1: «E vidi un cielo nuovo, e una terra nuova. Infatti il cielo di prima e la terra di prima se n’erano andati, e il mare non era più». [11] L’idea che il centro del Cosmo sia sede di Dio appare abbastanza logica, se Lo si pensa come “Creatore del cielo e della terra, di tutte le cose visibili e invisibili” (cfr. il Credo). Per secoli, però, è stato collocato fuori da un universo chiuso, in base alla fisica aristotelica, quella che è impiegata anche da Dante, in ossequio ad altre logiche: l’estraneità del Motore Immobile al mondo sensibile e al tempo di cui esso è prigioniero. [12] Il motivo della veste / non intessuta da mano d’umani vuol essere un segnale evidente della natura sovrumana del messaggero e attinge al repertorio epico e biblico. [13] Raggiante era Mosè dopo esser asceso al Sinai e aver parlato di persona con Dio. [14] Se s’intende il corpo come contrapposto allo spirito, l’espressione è realmente impropria; ma se è il «corpo spirituale» cui accenna S. Paolo,  allora lo si può recuperare. [15] A dimostrare che l’intera rappresentazione dell’angelo è prima di tutto d’ispirazione pittorica, si riprende qui un classico motivo iconografico che i lettori potranno verificare in qualunque antico capolavoro d’arte sacra, per esempio in una delle numerosissime Annunciazioni medievali e rinascimentali. [16] Cfr. Lc. I, 28: «Rallegrati, piena di grazia; il Signore è con te». [17] Cfr. Dante, Inf. I, 128: «Quivi è la sua città e l’alto seggio». [18] Cfr. Salmi XCVI, 13: «Judicabit orbem terrae in aequitate, et populos in veritate Sua». [19] Cfr. Dante, Inf. V, 139-140: «Mentre che l’uno spirto questo disse / l’altro piangea». [20] L’apostrofe all’Arcangelo come dottore è fantozziana: così il ragioniere dell’immortale Paolo Villaggio si rivolge a qualunque persona (o animale) percepisca come superiore nella scala sociale (o catena alimentare, che dir si voglia). [21] Il guardo è espressione poetica, cfr. Leop., L’infinito, v. 3. [22] Gli ammassi sono zone dello Spazio più dense di materia, formati da milioni di galassie relativamente vicine fra loro. Gli scienziati tendono ad asserire, infatti, che l’Universo sia “a bolle di sapone”. [23] Eoni: unità di misura massima del tempo geologico, ve ne sono due: quello di prima della comparsa della vita sulla Terra (detto, con gentile eufemismo, «criptozoico», “della vita nascosta”) e quello successivo a tale momento, che è il «fanerozoico», ossia: “della vita manifesta”. [24] Qui si convien, ossia: “qui è doveroso”; cfr. Dante, Inf. III, 14-15: «Qui si convien lasciare ogne sospetto; / ogne viltà convien che qui sia morta». [25] Per la scolastica medievale, Dio è la «omnitudo realitatis», la “totalità della realtà”. [26] Si prefigura la teoria, complementare al Big Bang, del Big Crunch, il “grande raggruppamento” che dovrebbe avvenire qualora l’Universo invertisse l’attuale tendenza all’espansione. Altri scienziati ritengono invece che questa possa anche proseguire indefinitamente. [27] Cfr. il monologo in chiusura del film Fantozzi, con Paolo Villaggio (1974): «Loro non lo sanno… ma io sono il più grande perditore di tutti i tempi. Ho perso tutto: due guerre mondiali (sic), un impero coloniale, il potere d’acquisto della mia moneta, la fiducia in chi mi governa…». [28] Teco, italiano per il latino tecum, significa letteralmente “con te” e ha uso unicamente letterario e arcaico. [29] Avrà posa: “avrà posata” la penna. Per il participio contratto, cfr. Parini, Il mattino (1763): «i compri onori» per “il titolo nobiliare comprato”. [30] Non lice: “non è lecito”, arcaismo. [31] Decreto supremo: è il brano evangelico di Mt. XXV, 42: «Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà»; v. anche Mc. XIII, 33. [32] Cfr. Dante, Inf. III, 5-6: «fecemi la Divina Potestate, / la Somma Sapienza e ‘l Primo Amore». [33] Frale farfalla: allitterazione; frale per “fragile” è forma letteraria. [34] Cfr. Hor. Carm. II, 14, 1-2: «Eheu! fugaces, Postume, Postume, / labentur anni». [35] Comincia qui la lunga metafora dell’arrivo in porto, con cui s’indica tipicamente la fine dell’opera letteraria. Magistrale esempio è la chiusa dell’Orlando furioso, sulla cui vaga reminiscenza è costruita questa conclusione, compreso l’arrivo nel Paese delle Belle Lettere (qui rovesciato comicamente). [36] Si cita Ariosto proprio per il suo poema cavalleresco, percorso da sogno e ironia. [37] Luciano di Samosata, scrittore greco antico, è conosciuto per alcune opere di enorme fantasia, fra cui si ricorda qui l’ironica Storia vera[38] Catullo è autore di poesie di vario genere, fra le quali alcuni gustosi componimenti «scommatici», ossia “d’insulto”; ma tendono al comico, sia pure con una sfumatura dolente, le poesie in cui il poeta denuncia l’infedeltà di Lesbia. [39] Boccaccio è ricordato in questa sede principalmente per il Decameron, e soprattutto per le novelle che più si accostano al genere comico. [40] Di allude qui alla “Commedia dei diavoli”, ossia la parte dell’Inferno che comprende i canti XXI e XXII e l’inizio del XXIII: in essi la critica ha accettato solo in tempi relativamente recenti di ravvisare un intento comico, ispirato alla sacra rappresentazione in voga all’epoca. Il motivo di questo ritardo è nella pregiudiziale convinzione che il Sommo Poeta non potesse essere accostato a un genere tradizionalmente pensato – a torto – come basso. [41] Giuseppe Parini, di cui si riporta anche il soprannome, è il massimo ispiratore dello spirito di questo poemetto: col Giorno egli segnò una pietra miliare nella storia della poesia neoclassica e illuminista, fornendo uno dei più alti esempi di satira mai prodotti. [42] È possibile prendere quest’espressione come l’equivalente italiano della formula latina con cui i copisti medievali solevano segnalare la fine dell’opera o di una sua parte (Explicit ecc.).