Satira n° 22 di Gianluca Berno

Nelle sestine doppie di settenari che Manzoni impiegò per il Cinque Maggio, canto il povero abete natalizio morto a Roma in questi giorni, dopo le critiche da ogni parte perché non era bello come quello di Milano. Da milanese, non voglio far polemica su questo: m’importa solo di rendere giustizia alla pianta.

*Ei fu. Siccome gracile

fin dall’arrivo a Roma

s’era mostrato il povero

legno di parca chioma,

così ciascun, burlandosi,

l’andava a motteggiar.

*Muti si stanno al subito

lutto tivù e giornali,

cercando di spiegarselo

con frasi ben banali,

un poco vergognandosi

del previo sbeffeggiar.

*M’astenni, non calendomi,

e sol adesso il canto

sorge per il cadavere:

morto per vacuo vanto

resta Spelacchio immobile.

Mi chiedo questo, allor:

*può propaganda spingersi

a criticar decori?

A massacrare un sindaco

per l’albero e i suoi ori?

Signori vergognatevi!

Lo dico con il cuor.

*Natale è per lo spirito,

non per le confezioni;

è festa per i poveri,

non tocca re e padroni:

per primi infatti giunsero,

chiamati di Lassù,

*ad adorar dei semplici

pastori intimoriti.

Né spese soldi inutili

né mandò ai Grandi inviti,

per incarnarsi e scendere

nell’umiltà Gesù.