di Fè.

Giuro che mi piaceva
guardarti mangiare un pezzo di torta,
sul tavolo della cucina scalza
e assonnata.

Sembravi indifesa, bellissima.

Giuro, mi piacevi,
stropicciata
e coi capelli sfatti
nel silenzio.

Mi piaceva osservarti, piano.

Poi hai cominciato a parlare,
del più e del meno,
nonostante i miei occhi ti urlassero: “Taci.”
Hai continuato con il deludere ogni ipotesi
e mi hai reso estraneo.

Così,
ho aspettato tu finissi,
che squillasse il telefono
il cane del vicino abbaiasse.
Ho aspettato finisse di piovere
che i panni si asciugassero,
i pesci dormissero
poi, esaurite le scuse
ti chiesi di andare via.

Come immagine
a tratti mi piacevi,
davvero.
Ma non eri Lei.