di Gianluca Berno

Il titolo di questo scritto, si spera breve, è un giudizio di stile: così diceva Aristofane, il massimo commediografo greco in Età Classica, della lingua usata da Eschilo, il primo dei tre grandi tragici. Egli si riferiva al gusto per le parole lunghe, composte, a volte complessissime usate dal poeta: forse anche troppo, per i gusti di Aristofane; però va notato che un poeta è proprio colui che con la parola conduce esperimenti, che prova accostamenti e posizioni, che cambia il senso o lo porta fin all’estremo. Una sola parola, pur tra le più comuni, anche di quelle che passano normalmente inosservate, se usata come si deve, può fare la differenza.

Io, che scrivo versi di tanto in tanto, non pretendo d’essere un esperto né un genio. Il mio solo intento è suscitare qualche riflessione su ciò che un poeta “professionale” potrebbe fare quando prende in mano la penna e vuol far capire che sta poetando. Oggi sembrerebbe facile scrivere poesie: le regole formali che un tempo facevano parte della struttura di un componimento sono un vago ricordo, definizioni su un libro di scuola che quasi nessuno si prende il disturbo di spiegare, codici di cui non si ricorda più la chiave. Il livello formale della poesia è oggi talmente lasciato all’arbitrio del singolo autore, che uno potrebbe prendere una notizia di cronaca e farne una finta poesia semplicemente mandandone il testo a capo in modo creativo:

 

Ieri

quattro ragazzi

si sono schiantati con l’auto

in tangenziale. [1]

 

Che cosa può dunque fare il poeta, per non subire la concorrenza di qualche burlone? Se la metrica è materia ostica, ci sono comunque dei trucchetti ben radicati in secoli di letteratura: figure retoriche, usi particolari del linguaggio e, ciò di cui voglio parlare, il lavoro sulla densità delle parole.

Partiamo da Omero, che ha la precedenza come classico dei classici: lasciando da parte le traduzioni italiane, che dai tempi di Vincenzo Monti sono belle e infedeli, la prima parola dell’Iliade in greco è ménin, “ira”. La prima e l’ultima parola di un verso sono, come si dice, “in posizione forte”: la prima parola va scelta con cura, specie al principio di tutto, perché resti impressa. S’intuisce che l’ira sia un tema fondante, e anche la parola in chiusura del primo verso ha un peso in questo calcolo. Achiléoos, “di Achille”:

 

L’ira canta, o dea, del Pelide Achille…

 

suona letteralmente il primo verso. L’ira di Achille ingloba tutta la narrazione – canta, o dea – al suo interno, perché ne è il motore; di più, ne è anche la conclusione, perché l’ultimo fatto che Omero racconta è il funerale di Ettore, la vittima più illustre di quest’ira.

Passiamo a Dante. Il Sommo Poeta, di nuovo all’inizio della sua più famosa opera, usa una parola che non è né la prima né l’ultima del verso, ma non va per nulla sottovalutata:

 

Nel mezzo del cammin di nostra vita…

 

Non è un plurale tanto per dire, né un majestatis: il poeta voleva dire in una sola parola un intero concetto, anzi due. Il primo è indicare la vita media di un essere umano, ai tempi trentacinque anni: in base alla vita di Dante, iniziata nel 1265, voleva dire il 1300, il primo Anno Santo mai proclamato. Il messaggio che Dante vuol dare mostrando le pene e le ricompense dopo la morte è un invito alla conversione: il Giubileo era stato la prima occasione per ottenere la remissione totale dei peccati, come “resettare” anime piene di “virus”. Si poteva ricominciare da capo e non bisognava sprecare quella possibilità.

Il secondo concetto è un invito alla lettura: dire la metà della nostra vita è dare a tutti la possibilità di seguire il poeta nel pellegrinaggio oltremondano, è stabilire in forma implicita quel famoso patto che è alla base di ogni narrazione: «Venitemi dietro e credeteci tutti, perché solo così sarà possibile far attivare al cuore il primo messaggio di questa Commmedia».

Ora, se si può tirar fuori un articolo da tre parole, vedete bene come il poeta abbia, nel campo d’azione che è suo, un potere enorme: nella maggior parte dei casi, usiamo le parole nel loro senso più comune e le lasciamo cadere senza troppi scrupoli. È vero che il grado zero del linguaggio non esiste, che è un’astrazione come l’angolo nullo (0°); ma se nel linguaggio comune l’angolo è acuto, in quello poetico non può esser meno che ottuso. E voi, se scrivete, anche in prosa, che cosa ne pensate? Come usate le vostre parole?

Nota:

[1] La notizia è ipotetica.