Cambiaversi/16, di Gianluca Berno

Ecco il sesto dei sonetti di genere (v. pagina dedicata): questa volta abbiamo a che fare con il genere comico, quello bistrattato da tutta una tradizione letteraria eppure tanto arduo da mettere in pratica. Una piccola chicca verrà evocata nel testo, questa volta con uno schema provocatoriamente semplice (ma solo in apparenza: AABB-BBAA-CCC-DDD), per cui rimando alle note.

*Nell’assurdo teatro d’imprevisti
che in vita vostra mai avete visti,
si riderà parecchio, a crepapelle:
e, fossero le scene sempre quelle,
*voi non temete, ché saranno belle,
s’ancora non udite, pur novelle. [1]
Mestiere è il riso sol di grandi artisti,
seppur pochi maestri al mondo udisti
*spender parole a lodare o studiare
il comico, e perché fa sbellicare
la tale scena, il caso, il dire o il fare.
*Il pregiudizio lo chiamò bassezza,
volle ignorarlo in più superba altezza; [2]
ma è chi disprezza ch’al fin si deprezza.

Note:

[1] Si allude a una massima più volte detta da Gigi Proietti in televisione, al momento di raccontare qualcuna delle sue memorabili barzellette: esse, infatti, anche quando sono molto vecchie, «se uno non le ha mai sentite, sono nuove».

[2] Più superba altezza è una perifrasi manzoniana, usata nel Cinque maggio al v. 100 per indicare Napoleone. Qui essa è riciclata per Dante: nell’Inferno, i canti XXI e XXII, e parte del XXIII, rivelano una natura che, per gli schemi medievali, si può dir propriamente comica; ma molta critica letteraria, per secoli, si ostinò a negare quest’essenza sì lampante, presa dalle sacre rappresentazioni di allora, in quanto non si credeva ammissibile che Dante avesse potuto concepire dei canti comici per il suo poema sacro. Ancora il Pirandello, pur fine lettore, non aveva il coraggio di parlare dell’ironia in quella parte della prima cantica, chiamandola «sarcasmo» per pudore; oggi non c’è più alcun pregiudizio in merito.