di Gianluca Berno

Questo è un saggio anche troppo lungo, e me ne scuso immediatamente. Spero che però l’argomento sia interessante quanto basta da compensare…

Avete mai notato che in molti classici si trova, prima o poi, un passo più o meno ampio in cui la descrizione si tramuta in saggio? In quelle parti cessa la «poesia» di cui parlava Croce – concetto che fece allora morti e feriti anche illustri nelle belle lettere, per esempio squalificando vari passi della Commedia dantesca – né ci si limita a impostare la scena in cui dovrà accadere qualcosa: è il momento della divulgazione, un punto delicato che non dev’essere noioso e che l’autore sceglie d’introdurre per diverse ragioni. Esempi e motivi di una simile opzione si potrebbero moltiplicare; ma qui si terrà conto della regola aurea del «pochi ma buoni».

L’enciclopedia omerica

L’origine dei poemi omerici, l’Iliade e l’Odissea, è legata indissolubilmente alla ragione per cui noi umani ci narriamo storie. Ancor oggi, nelle culture prive di una tradizione scritta, il racconto serve a conservare l’identità di un popolo o di una singola tribù: i miti, spesso associati a forme poetiche per memorizzarli, son la risposta alle domande esistenziali, il metodo per insegnare, il repertorio dei riti e delle formule, l’archivio di Stato, la ragione di un cert’uso, il manuale delle istruzioni. Non v’è niente di strano: noi siamo narrazione, non conosciamo altro modo di pensare la vita e la Storia, pure quando, come noi Moderni d’Occidente, ci serviamo di metodi scientifici.

Ora, che i miti stratificatisi nei poemi di Omero – o chi per lui – fossero concepiti o meno come enciclopedia della grecità, in quel modo la cultura greca l’intese: le usanze, le credenze, i rituali descritti in quei libri furono per i Greci antichi le usanze, le credenze e i rituali della loro cultura. Iliade Odissea erano, secondo necessità, codici di leggi, pagine del galateo, “messali”, opere storiografiche, utili serbatoi a uso degli scrittori. Omero costituiva la base dell’educazione di un Greco antico.

Un caso interessante, per limitarci a un solo esempio, è il passo di Od. VI, 2-10 in cui si racconta la fondazione della città dei Feaci, Scheria: l’eroe fondatore, tale Nausitoo, «li condusse / e insediò  […] lontano dagli uomini che mangiano pane, / cinse la città con un muro, e costruì le dimore, / e fece i templi agli dei, e i campi spartì». Per quanto gli storici ne sappiano attualmente, i Greci tendevano ad attenersi a questo modo di procedere quando fondavano una città; e ne fondarono parecchie! Perciò il racconto omerico assurge a inopinata fonte storica, nonostante vi si narri un mito. In tale contesto, è evidente come ogni sezione dei due poemi, ch’esulasse dalla narrazione propriamente detta, si rivestisse di un valore identitario per il pubblico leggente.

L’inferno aristotelico di Dante

«…la tua Etica pertratta / le tre disposizion che ‘l ciel non vole». Virgilio inzia così a riassumere a Dante, in Inf. XI, 79-80, l’Etica nicomachea dello Stagirita: qui, la lezione di filosofia che tiene il poeta latino, non senza un po’ di sdegno perché Dante non ricorda, nasce da una forte esigenza strutturale.

Sembrerà strano, ma la classificazione dei peccati e delle pene nell’Inferno non deriva dai famosi sette vizi capitali – che verranno usati nel Purgatorio – bensì su quanto spiega Aristotele circa le cattive disposizioni dell’animo umano. Questo è il fulcro del canto XI, che fa da cerniera fra il sesto cerchio, quello degli eretici, e il successivo cerchio dei violenti. Con la scusa che da questo salisse un odoraccio pestilenziale, cui bisognava abituarsi, i due poeti si fermano al confine e Dante ne approfitta per esporre certi dubbi al suo maestro. Il sistema è ingegnoso, non c’è che dire, e permette l’inserimento di una parte saggistica molto importante: essa è come un “dietro le quinte”, che dà modo al lettore di capire meglio questa gigantesca, burocratizzata struttura che è l’inferno. Così capiamo che la grande divisione è fra «incontenenza, malizia e la matta / bestialitade» (ibid., versi 82-3), dove il crescente grado di volontarietà della colpa misura la sua gravità: chi non seppe resistere – cioè i lussuriosi, i golosi, i prodighi e gli avari, gl’iracondi e gli accidiosi – è meno colpevole di chi ha ingannato o di chi fu mosso da cieca violenza.

La Cetologia di Melville

Moby Dick, o la balena è forse il maggior romanzo americano dell’Ottocento, per quanto passasse, ai propri tempi, quasi inosservato. Nel suo spettacolo Totem, Baricco osservava: «Melville le prova tutte per farci avere paura della balena, ci prova, si sforza… e non ci riesce mai». Il libro è tutto costruito come un moto a luogo, una rincorsa, uno slancio – non a grande velocità – verso il disastro finale: ogni capitolo vuol essere la tessera d’un grande mosaico, contribuisce al senso di quel momento catartico che è lo scontro fra il capitano Achab e Moby Dick.

In questa lunga costruzione, Melville si serve di qualunque cosa: demolisce, o si prova a farlo, l’immagine positiva che la nostra cultura occidentale ha del colore bianco; si produce in lunghe descrizioni tecniche di una caccia alla balena, delle parti d’una baleniera, dei prodotti che dal leviatano si ricavano; accumula già all’inizio del libro una lista di citazioni a tema “balena”, che attribuisce a un vice-vice-bibliotecario annoiato; riprende lo stile epico, il linguaggio biblico, clausole shakespeariane; descrive uno scheletro di capodoglio immenso, visto su qualche isola sperduta; moltiplica i presagi di morte, non senza ironia; e, fra le varie pagine saggistiche, si cimenta anche con la divulgazione scientifica.

Un capitolo intero, da titolo eloquente di Cetologia, descrive i cetacei noti allora, ordinandoli in base alle dimensioni, in modo vagamente naturalistico, senza la pretesa d’essere troppo scientifico: non si dimentichi, infatti, che a parlare è un marinaio, Ismaele, e non uno scienziato; e la cosa diventa evidente pensando che tutto il trattatello si basa su un postulato falso, che la balena sia un pesce. Forse qualcuno starà pensando che Melville abbia buttato via un capitolo; ma è bene ricordare che l’interesse dell’autore non era la correttezza scientifica: il realismo gl’impediva di trasformar il suo Ismaele in Piero Angela, inoltre la balena bianca doveva restare sfuggente, inspiegabile, misteriosa.

La Storia della Colonna Infame e le altre ricerche di Manzoni

Esistono prove filologiche recenti, per le quali la Storia della Colonna Infame non va considerata un altro libro, del tutto storiografico, di don Alessandro, bensì il capitolo XXXIX de I promessi sposi. Pare che l’editore avesse temuto un calo nelle vendite, e per questo avesse espunto la Storia dal romanzo; ma anche lasciando da parte quella sezione dalla vita così difficile, il lettore si troverà «provvisto bastantemente» d’esempi, come Renzo.

Più d’ogni altra esigenza, Manzoni sentì sempre quella di dire la verità: anche al momento di scrivere un romanzo, il suo primo obiettivo fu quello. Non c’è allora da stupirsi, se scelse come sottogenere il romanzo storico, ispirandosi al lavoro già compiuto in Inghilterra da W. Scott e portandolo a maturazione come nessun autore coevo. Il romanzo storico si basa sull’inserzione della vicenda inventata in un contesto storico preciso, che andrà ricostruito con attenzione perché tutto risulti credibile. Abbiamo così, in ordine d’apparizione nel romanzo: due pagine di gride contro i bravi per spiegare chi fossero a un pubblico digiuno; un vago accenno di fonti documentarie dietro la figura di fra Cristoforo, non segnalato nel libro ma rilevato dai critici; il breve riassunto della Guerra dei Trent’Anni durante il pranzo da don Rodrigo, che sarà sfondo e della storia e motore di parecchi fatti; i capitoli sulla carestia e sui fallimentari rimedi del governo milanese, che danno l’avvio all’assalto ai forni e indeboliranno la popolazione; la storia della monaca di Monza, basata su una storia vera come anche – ma con più difficoltà – la figura dell’innominato; le notizie sul cardinal Federigo; quelle sulla calata dei lanzichenecchi; la peste e i monatti. Insomma, tutto quello che poteva servire – persino i documenti del Concilio tridentino – perché il romanzo fosse anche il credibile affresco di un secolo.

La preveggenza di Verne

Ventimila leghe sotto i mari contiene un sottomarino elettrico e una descrizione della moderna attrezzatura subacquea; in Michele Strogoff appaiono i cannoni a lunga gittata; Dalla Terra alla Luna pare un campionario di problemi relativi alla conquista dello Spazio, con soluzioni in molti casi parecchio ben congegnate; in Attorno alla Luna è raccontato quello che gli scienziati han definito «effetto-fionda». Sono tutti romanzi che hanno due cose in comune: sono stati scritti da Verne e descrivono queste meraviglie moderne… prima che fossero inventate.

Al di là delle affascinanti ipotesi che del narratore francese fanno un veggente o un viaggiatore nel tempo, qui si rileva che ognuna delle sue felici invenzioni è nata da un lavoro di ricerca accurato: in ciascun romanzo si troveranno passaggi anche lunghi di spiegazioni, dati e cifre, fino al rischio della noia, pur di rendere credibili le trovate mirabolanti di cui si serviva. Il segreto di quest’autore è l’aderenza alle conoscenze d’allora: ogni congengo che compare nei suoi romanzi era all’epoca molto avanti ma anche ben radicato nelle possibilità effettive della tecnologia. Bisognava solo darne prova.

In conclusione, tutti questi esempi sono altr’e tanti motivi per cui s’inseriscono i brani saggistici in un’opera letteraria: ce ne sono sicuramente altri, non pretendo d’esaurirli; ma spero d’aver fornito a chi leggerà – e riuscirà ad arrivare fin qui – degli spunti di riflessione.