Editoriale di Gianluca Berno, 22 febbraio 2018.

Cari Italiani, qualora leggiate queste righe vi avviso che potrebbero non essere piacevoli; ma dato che ho il diritto costituzionale di rimanervi sullo stomaco, cioè di non pensarla per forza come volete, con coraggio procederò. L’indignazione dei nostri padri nei decenni passati, per quanto giustificata, ci ha gettati nel caos ed è alle origini di un dissesto enorme, ancorché rimediabile; ma il rimedio impone un radicale cambio di prospettiva da parte di tutti.

Primo: il finanziamento pubblico ai partiti è cosa buona e giusta. Vi sembrerà incredibile, protesterete, ma devo dirlo: chi ha votato per abolire il finanziamento pubblico ai partiti negli anni Novanta ha rovinato la vita politica del Paese, ha abbattuto un pilastro della democrazia. I politici, si sa, spesso sono corruttibili come qualunque cittadino: per questo avevate votato contro le leggi che garantivano loro delle entrate fisse, credendo di punirli. In verità avete fatto in modo che i partiti si finanziassero da soli, cioè ricorressero o all’autofinanziamento, per esempio organizzando sottoscrizioni ed eventi, o ad accettare le donazioni: è qui l’incaglio, direbbe Amleto, giacché dona chi può – banche, grandi società, fondi d’investimento, mafie – e chi può vuole anche qualcosa in cambio dai partiti che finanzia. La verità è che avreste dovuto pretendere che qualunque finanziamento ai partiti diverso da quello pubblico rientrasse nel reato di corruzione. Finanziamento privato significa partiti privati, e questo è uno dei motivi per cui la politica non vi rappresenta più: non è vostra la mano che la nutre. Personalmente, tanto per essere onesto fino in fondo, preferirei che non vi fossero partiti da finanziare ma che qualunque cittadino potesse candidarsi e comparire nelle liste appese fuori dai seggi, indipendentemente dai partiti. Su questo argomento si tornerà nel terzo punto.

Secondo: i politici devono essere stipendiati. Questo è un presupposto della democrazia fin dall’Atene del V secolo: chi fa politica dovrebbe dedicarsi esclusivamente a questo mestiere per farlo bene; ma ciò significa che non può ottenere altri redditi per tutto il periodo in cui è in carica. Se non è prevista una retribuzione per il parlamentare, solo chi ha già parecchio denaro da parte potrà ricoprire le cariche pubbliche, che allora pubbliche non sarebbero più. Sono perfettamente d’accordo con chi sostenesse l’assurdità, per esempio, di aggiunte a questo reddito quali diarie e rimborsi spese; ma di tutti i provvedimenti che il popolo dovrebbe invocare a gran voce non c’è il taglio degli stipendi e neppure quello dei vitalizi – che in ogni caso considero indecente intascare anche senz’aver presenziato realmente alla Camera o al Senato per gran parte della legislatura – ma che finalmente fosse davvero impedito ai politici in carica di esercitare qualsiasi altra professione: non di rado, oggi siamo pieni di deputati e senatori che spesso mancano perché fanno altro e prendono un inaccettabile altro stipendio, spesso fonte di conflitti d’interesse. Non dovrebbero sfuggire, dopo anni e anni di pratica, i risultati di avere un legislatore che possiede un’azienda, è azionista di una banca, controlla un giornale o nella vita sarebbe avvocato, così che riempie le leggi di cavilli per deformazione professionale. Una legislazione seria al riguardo permetterebbe di non dover per forza selezionare la classe dirigente fra una ristretta minoranza di nullatenenti, orfani/e, celibi/nubili e privi/e di parenti collaterali.

Terzo: la sola legge elettorale buona che abbiamo mai avuto è quella che avete cestinato nel 1993. Il proporzionale puro garantisce che gli Italiani, il giorno dopo le elezioni, si trovino un Parlamento che sia l’esatta rappresentazione della loro volontà. Qualcuno però obietterà che, a meno che i cittadini non si mettano d’accordo prima del voto, una legge del genere renderebbe il Paese ingovernabile. E allora? La democrazia non è una forma di governo che implichi la governabilità: se volete la governabilità, andate a vivere in Cina, dove c’è un partito solo, o provate a rifondare la Repubblica di Salò. La Repubblica italiana è parlamentare: il Governo si forma quando la maggioranza dei deputati e dei senatori si mette d’accordo su un programma, presentato da un possibile Presidente del Consiglio: allora, attraverso una votazione, le Camere danno la famosa fiducia all’esecutivo. Non è accettabile, su questo presupposto, che l’intera campagna elettorale sia orchestrata da “candidati premier” e i cittadini vadano a votare come se scegliessero il Presidente del Consiglio. Noi non lo scegliamo. Punto. Noi scegliamo quelli che lo nominano. Ciò significa che la legge elettorale di una Repubblica parlamentare non deve e non può tener conto della governabilità. Ciò detto, il solo correttivo accettabile per una legge elettorale che ha permesso all’Italia di funzionare dal 1948 al 1993 sarebbe stato ridurre a una le preferenze, se non altro per non fare confusione; ma l’impianto generale era e rimane l’unico compatibile con la democrazia, l’unico in cui i parlamentari non vengono scelti dal segretario del partito, il quale è spesso il candidato alla Presidenza del Consiglio: non è chi non veda come un sistema del genere faccia sì che il voto di fiducia si tramuti in una pura formalità, lasciando al Governo il potere non di governare – ossia rendere esecutive le leggi uscite dal Parlamento, come vorrebbe la logica – ma di abusare del proprio diritto di proporre leggi oltre che applicarle, sostituendosi al Parlamento stesso. Ricordiamo che, fin dai tempi di Montesquieu, uno Stato in cui i poteri legislativo ed esecutivo non sono distinti si chiama «tirannide».

Bene, ora dite sette milioni di avemarie per penitenza e andate a firmare un referendum per riportare le cose al 1993, o non ne usciamo più.