Editoriale di Gianluca Berno, 8 marzo 2018

I risultati pubblicati sul sito dell’ANSA, la quale riprende i dati del Viminale, danno un quadro al contempo preciso e indefinito: alla Camera dei Deputati, la coalizione di centrodestra ha ottenuto 263 seggi, di cui tre dal voto estero; il Movimento 5 Stelle si aggiudica 222 seggi, di cui uno dall’estero; la coalizione di centrosinistra conquista 118 seggi – numero ironico – di cui sei dall’estero; Liberi e Uguali si ferma a 14 seggi, presi solo nel proporzionale e solo in Italia. Al Senato della Repubblica, la coalizione di centrodestra ottiene 137 seggi, due dall’estero; il Movimento 5 Stelle 112 e solo sul territorio nazionale; la coalizione di centrosinistra 59, di cui due dall’estero; Liberi e Uguali quattro seggi, solo in Italia e solo col proporzionale.
A parte, si aggiunga che il nuovo Presidente della Regione Lombardia è Attilio Fontana, col 49,75% dei voti, mentre il suo omologo del Lazio è Nicola Zingaretti, col 32,92%. Ah, giusto: sia alla Camera sia al Senato non c’è maggioranza.
L’analisi politica dovrebbe partire da alcuni dati più precisi: se si osserva la composizione interna delle due coalizioni presentatesi alle urne, si vedrà che nel centrosinistra supera lo sbarramento solo il Partito Democratico, che si arresta al 18 o 19%; dall’altra parte, non si è mai vista una Lega così forte, al punto da superare di tre punti Forza Italia e attestarsi sopra il 17%, a un punto o poco più dal PD. Primo partito è comunque quello di Luigi Di Maio, che ha avuto ragione al pari di Berlusconi: davvero la coalizione di centrosinistra non è stata della partita; ma i due poli in grado di gareggiare si sono sgambettati a vicenda quand’erano a un passo dalla soglia del 40%, quella necessaria a ottenere il premio di maggioranza.
Il risultato, come aveva osservato ieri o l’altr’ieri sera un giornalista in televisione, è che “vince chi perde”: si comprende ora il vero disegno che si cela dietro a una legge elettorale “demenziale” (M. Travaglio): chi l’ha scritta era il partito certo di perdere; e perché fosse certo di perdere si capisce pensando a quel che ha fatto in sei anni di governo. Ha umiliato tutte le categorie che si sarebbero potute umiliare, ha reso la precarietà legge e non ha gestito minimamente quei famosi flussi migratori che solo l’Italia si accolla, per affidarli invece a svariate cooperative, mai così piene di soldi come ora. Era assolutamente ovvio, con tali premesse, che gli Italiani si rivoltassero nelle urne – o nelle tombe, tanto siamo lì…
Sta di fatto che l’unico partito del centrosinistra ora in Parlamento diventa l’ago della bilancia nelle dure consultazioni che si apriranno: gli elettori del PD non sono d’accordo a larga maggioranza con l’ipotesi che i loro rappresentanti formino un governo con i grillini o con il centrodestra; d’altra parte ci sono sempre le correnti, in quel partito, che è un miracolo sia ancora rappresentante di qualcuno – industriali e banchieri, suppongo. Spicca, nel solito marasma sull’orlo d’una scissione, la risoluta posizione di Michele Emiliano, il quale ho sentito con queste orecchie, incalzato da Floris e dai giornalisti ospiti a Di martedì, fare i nomi di una nutrita schiera d’antirenziani disposti a tender una mano all’eventuale Governo Di Maio: «Ci sono io… un altro che non ricordo…». Come si può non tremare di paura innanzi a sì Reboante e Mirabile Esercito?
Dall’altra parte abbiamo l’ex ministro Calenda, che si iscrive al PD e non vuole alleanze, e Renzi, che si dimette per l’evidente sconfitta ma aspetta a lasciare l’incarico: le dimissioni, nel suo piano, diventeranno effettive quando ci sarà un Governo senza PD – cioè mai? – il che non pare nemmeno possibile secondo i regolamenti interni. Quello che mi ha lasciato basito è stato il riassunto del suo discorso post-voto: se l’è presa, nell’ordine, cogli Italiani che non hanno visto le meraviglie fatte dagli Esecutivi del suo partito; in modo indiretto col Quirinale, reo di non aver indetto le elezioni subito dopo quelle francesi, quando il PD avrebbe potuto sfruttare l’effetto-Macron – quando mai??? – e ancora con gl’Italiani, che gli avevano bocciato la Stupenda Riforma (in)costituzionale. In uno Stato civile, uno così sarebbe incarcerato per eversione e vilipendio del Capo dello Stato, o internato in apposite strutture psichiatriche come aveva immaginato Travaglio commentando quelle parole. Non si può essere così arroganti, c’è un limite a tutto.
Passiamo agli altri due poli, quelli premiati nelle urne dai cittadini.
Il Movimento 5 Stelle, di cui non mi fido, ha preso il 33% tutto da solo, principalmente nel Meridione, che è praticamente diventato un suo feudo. Come ha ben sintetizzato lo stesso Beppe Grillo, il successo può essere dovuto alla democristiana tendenza del Movimento a essere tutto e il contrario di tutto, trasversale quanto un trasformista; ma sicurissimo di mettere il vincolo di mandato, a quanto pare. Guarda caso, il primo problema per i Pentastellati sarà il comportamento di quei Deputati e Senatori eletti con loro ma espulsi dal Movimento a causa dei rimborsi non pagati: si dimetteranno dalle cariche? Nessuna legge lo impone. Come voteranno? Questa è la prima legislatura della Storia d’Italia in cui il gruppo misto esiste da prima delle elezioni.
Al Nord, con il determinante apporto della Lega, il centrodestra ha fatto il botto; è esclusa la Provincia di Bolzano, dove ha assurdamente vinto la Boschi, nonostante metterla lì fosse una palese mancanza di rispetto nei confronti degli Alto-Atesini, visti solo come una riserva di voti sicuri. Il problema è che il centrodestra e i grillini si sono scannati per mesi, quindi è ben arduo che nasca un Governo sostenuto da entrambi: certamente non si presterebbe Salvini che, col suo 17%, non sarebbe altro che una costola del Governo Di Maio; ma la minaccia di farlo potrebbe tenere a bada Berlusconi. D’altra parte, nemmeno i Pentastellati obbedirebbero a Salvini, essendo in una posizione di forza. Che cosa potrebbe fare il povero Mattarella? Due Governi, uno per il Nord e uno per il Sud? Mi sa leggermente di incostituzionale. Un Esecutivo con Primo Ministro al di fuori dei due schieramenti e un’equa ripartizione degli incarichi? Difficile che si faccia.
La palla è del Presidente della Repubblica: speriamo la giochi decentemente. Io sarei molto contento se la grande ossessione dell’Esecutivo non lo cogliesse di nuovo, se insomma lasciasse lavorare il Parlamento da solo, in gestione ordinaria, con i positivi effetti che questo ha avuto in Belgio e in Spagna anni fa. Ma ho come la sensazione che il potere economico voglia a tutti i costi qualcuno cui dare ordini…