Buon giorno a tutti! Dopo altri mille anni di attesa, abbiamo pronta la nuova puntata del Trittico: il colore Bianco può avere molte sfaccettature, ma questa volta ci siamo trovati a interpretarlo in modi curiosamente simili – ciascuno di noi ignorando che cosa gli altri due stessero scrivendo. Buona lettura!

Gianluca Berno Stefania Ferrazzi Filippo Mairani
Sul foglio, nulla. Il famoso, tremendo complesso del foglio bianco aveva deciso di tormentarlo nel momento esatto in cui, più d’ogn’altra cosa, avrebbe avuto bisogno d’un’idea. Un autore, sopra tutto se ha qualche scadenza all’orizzonte, o anche solo il lontano sentore che là fuori ci si aspetti che pubblichi, dovrà pur darsi da fare.

Eh già, ma chi si attende, poi, ch’egli pubblichi? Beh, dai, qualcuno ci sarà… la vicina di casa, il portiere, il barista… uno a caso, che passa per strada e nemmeno sa di aver questo bisogno viscerale di leggerti:

 

«Ma vede, io in realtà avrei bisogno di un lavoro…».

«Eh, ma sempre questa materialità, questa rozzezza del vivere moderno, che toglie all’uomo il rapporto con la sua dimensione più alta…!».

«…anche a tempo determinato, anche a progetto…».

«…e poi sfido io, che siamo tutti presi dal male di vivere come Montale, e alla fine non legge più nessuno: la gente, della malattia vuole la cura, mica la descrizione…».

«…guardi, anche pagato coi voucher, non me ne frega più niente…».

 

«Eh, ma bisogna saperlo prima, che il lavoro dopo non c’è». [1]

Chi ha detto questa frase? Fa niente: il succo è chiaro, che l’intenderebbe un cretino. Ma perché non s’era messo a scrivere milioni di pagine quand’era il momento giusto, nell’acme della più dolce ispirazione, quando le Muse parevano invitarlo sul loro dilettoso monte per porgli in capo la corona d’alloro? Ma sì, come Esiodo, che se la tirava tanto nel suo proemio…

Come accumulare i contributi della pensione, insomma: alla bisogna ce li hai lì, anche per la cassa-integrazione. È così che fanno i grandi, ed è per quello che nei loro cassetti trovi dei manoscritti quando muoiono. Tipo Prince, no?

E invece, l’autore seduto a quella scrivania previdente non era stato: non aveva, ahi lui, capitalizzato a dovere il dono sublime di Parnaso. Ora doveva scrivere qualcosa per quella rivista, in tempi stretti, ma il cervello si rifiutava di collaborare. Che moralisti, i suoi neuroni! Sembrava quasi che dicessero: «Che cos’hai fatto, Cicala, durante l’estate? Cantavi? Bene, adesso balla».

«Maledetti, sono io che vi do da mangiare, sapete?» aveva detto ad alta voce, come se ne stesse discutendo con loro per davvero.

E intanto rimaneva bianca la sua pagina, incagliata la sua mente, in mezzo alla burrasca di progetti campati per aria, in cui non trovava porti sicuri. Il tempo passava, i passeri sul ramo cinguettavano fuori dal balcone, insensibili.

«Nulla, un’idea non sovviene». [2]

Gli venne meno anche la forza d’esercitare una leggera pressione sulla pagina con la punta della penna, per spingere la sfera all’indietro e liberare un rigagnolo d’inchiostro.

E sì che sarebbe bastato un solo sussurro della Musa:

 

«È incredibile quanto si possa andar avanti a scrivere di non sapere che cosa scrivere…».

 

Note:

[1] E. Jannacci, Se me lo dicevi prima.

[2] Cfr. C.E. Gadda, Notte di luna, in Id., L’Adalgisa. Disegni milanesi, Adelphi, Milano 2012, pag. 13: «Un’idea, un’idea non sovviene…».

Bianco:

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Chi segue questo blog da qualche tempo saprà che a noi della redazione piace giocare con i nostri lettori e proporre loro giochi letterari al limite del comprensibile. La mia idea iniziale, infatti, era di lasciare questa mia parte del Trittico completamente bianca.

Che furbata eh? Così sarei rimasto in tema senza scrivere. L’idea non era male, certo, ma alla fine mi era parsa troppo bislacca ed ingiusta nei confronti dei nostri amici lettori.

La seconda idea che mi era venuta in mente consisteva invece in un racconto, iniziato in medias res, su di un investigatore privato alle prese con un caso in cui l’assassino firmava i suoi delitti inviando lettere alle vittime. Alla fine, l’investigatore avrebbe trovato una di queste lettere e l’avrebbe aperta, solo per scoprire che era bianca! In quel momento tutto sarebbe diventato bianco: il vicolo che lo circondava, il cielo della città hard-boiled, egli stesso; finchè non si sarebbe scoperto, con uno di quei finali a sorpresa che tanto mi piacciono da quando Poe me li presentò per la prima volta, che il detective stesso e tutto il suo mondo altro non erano che creature di carta. Personaggi ed ambientazioni che un giovane scrittore (amo immaginarlo adolescente) stava inventando per fissarli poi sul bianco foglio elettronico che aveva davanti.

Una storia che tutto sommato aveva del potenziale ma, ahimè, cari miei dodici lettori e mezzo, non sono tagliato per le consegne ed il tempo stringe. Così mi trovo costretto a svestire i panni del (saltuario) scrittore di finzione per vestire invece quelli (ancora più saltuari) del saggista, per cercare di spiegare, in maniera chiara e diretta, come mai ritengo che la pagina, ed il suo candore, siano così importanti.

Alexis de Tocqueville, in uno dei tanti appunti presi durante il suo viaggio nei neonati Stati Uniti, faceva notare come l’asprezza e la grandiosità della natura incontaminata americana fossero da mozzare il fiato; ma che anche questa natura sarebbe stata ben presto piegata ed ammansita dall’industrializzazione. Gli stessi sentimenti avvengono, benché forse in scala un momento ridotta, quando un qualunque scrittore in erba si pone faccia a faccia con la pagina bianca. L’immensità di questo campo albino appare infatti al pioniere delle lettere tanto selvaggia ed ostile, quanto dovevano esserlo le foreste millenarie del nord America agli occhi di un puritano appena sbarcato. Come però giustamente affermava Tocqueville, il destino di quella terra è inevitabile e, passato il primo momento di sconforto, entrambi gli esploratori estraggono i loro neri utensili, si rimboccano le maniche, ed ecco fiorire case, strade, ferrovie, parole, sotto-trame e personaggi a perdita d’occhio, finché non arriva a chiudere tutto la parola «fine» con la sua inoppugnabilità.

Sia come fonte di horror vacui, che come fertile landa da coltivare, il bianco è carico di un’energia che solo lo scrittore, con la sua creatività, sarà in grado di piegare e plasmare.

Questo non vuol dire, però, che, solo perché si è finalmente riempito il foglio di righe nere, o perché si è principalmente lettori, si possa pensare di essere al sicuro dalla potenza incontenibile del bianco. Un qualunque lettore saprà cosa si prova quando il protagonista della storia che si sta leggendo si trova, solo e disarmato, all’interno di un lugubre edifico e, ad un certo punto, appare una frase come: «Improvvisamente, la porta alle sue spalle si aprì». Con tanto di inevitabile punto e a capo. Il nostro sguardo viene spinto giù per il bianco abisso della pagina e, per sopravvivere, non può fare altro che aggrapparsi all’inizio del periodo successivo. Un qualunque lettore di fumetti un minimo esperto, poi, si sarà reso conto che la storia non viene tanto raccontata nelle vignette quanto nello spazio bianco tra di esse, ovvero in quel regno della possibilità dove ogni cosa può accadere e dove i personaggi bidimensionali diventano vivi e si spostano, giusto in tempo per essere immortalati dalla prossima vignetta.

Per questo, a chiunque stia leggendo voglio dire: non fatevi spaventare dai critici, dal dubbio o dalla consapevolezza di non essere abbastanza bravi: la prossima volta che vedete quell’arma pericolosa che è la pagina bianca davanti a voi, estraete la vostra penna e disinnescatela, consapevoli che non importa quanto abili sarete stati: intanto avrete trasformato potenza grezza ed incontrollata in energia, che potrà essere usufruita da chiunque e, per questo, secondo me, avrete il diritto di essere orgogliosi.