Traduzione. Strofe di cinque versi sciolti, tre novenari e due settenari. La forma poetica scelta da Orazio – credo ispiarata al poeta greco Archiloco; si accettano rettifiche – si componeva di quattro versi a strofa, due più lunghi e due più brevi; per mantenere lo stesso numero di strofe, si è scelto di allungarle d’un verso.

Ahi! Rapidi, Postumo, Postumo, [1]
scorrono gli anni, e non il culto
indugio alle rughe porrà,
o a vecchiaia incombente
o all’indomita morte;

non se, amico, placar cercassi
con trecento tori ogni giorno
Plutone, che mai si commuove,
che Gerione triforme
e Tizio [2] imprigiona

coll’onda maledetta che,
si sa, tutti noi che mangiamo
frutti della terra, re o poveri
contadini, dovremo
comunque [3] traversare.

In van ci terremo alla larga
da Marte [4] cruento e dall’onde
rotte e rauche dell’Adriatico, [5]
in van l’Austro [6] d’autunno
temiam, che nuoce al corpo:

Dovremo veder il Cocito
atro, [7] ch’ in acque lente scorre,
e l’infame schiatta di Danao, [8]
e l’eolide Sisifo [9]
dannato a lunga pena.

Bisogna lasciar terra e casa,
l’amata moglie, né alcun albero
che coltivi, padrone effimero,
te seguirà, tranne
gli odiati cipressi; [10]

Si godrà il più degno erede
il Cecubo [11] ben custodito, [12]
e di vino puro, più superbo
di quello dei pontefici, [13]
tingerà il pavimento.

Note: [1] Nome proprio di un amico del poeta; non si esclude minimamente una volontà ironica nello sceglierlo come dedicatario – [2] Gerione… e Tizio sono due tipici ospiti del regno dei morti, in particolare della sua parte più terribile e quasi infernale. Se ne ricorderà Dante, che pone Gerione, ancor più mostruoso, a custode del cerchio ottavo, come simbolo della frode – [3] comunque, non presente nel testo latino, si aggiunge a fini metrici – [4] Qui il dio romano personifica la guerra – [5] Orazio non aveva il temperamento del marinaio, come del resto molti Romani, ma chi ha visto l’Adriatico in tempesta sa che non esagera, per quanto un mare così basso dal lato italiano sembri innocuo – [6] Si tratta di un vento meridionale – [7] Il Cocito  è un fiume del regno dei morti, usato anche da Dante come ultimo cerchio dell’Inferno; qui si è tenuta la forma latina di ater perché l’aggettivo è intraducibile in italiano: non vuol dire semplicemente «nero» come colore, che sarebbe niger, ma «oscuro, privo di un colore». Nella letteratura si accompagna sempre al sentimento o al presagio della morte – [8] Si veda il mito delle Danaidi; ma si tenga anche presente che i Danai, in Virgilio, sono i Greci, popolo orientale e quindi traditore: d’altronde, gli stessi Greci pensavano questo dei Persiani – [9] Sisifo è noto per la sua pena eterna: spingere un macigno su per un’altura, finché questo, puntualmente, non rotola a valle e lo costringe a ricominciare da capo – [10] Già per i Romani il cipresso era l’albero dei morti – [11] Nome di un vino pregiato, come dire lo champagne – [12] letteralmente, l’espressione latina vale «sotto cento chiavi»: si direbbe oggi «in cassaforte» – [13] Propriamente, il poeta dice che quel vino è «migliore di quello usato nelle cene dei pontefici». A Roma antica, i pontifices erano un collegio sacerdotale di gran peso, che fra gli altri incarichi aveva la redazione degli annali della città – come dirigere oggi l’archivio di Stato. Il loro capo era il pontifex maximus, carica ambitissima che Augusto, sulla scia di Cesare, si fece assegnare come parte integrante delle sue funzioni d’imperatore. Trasmessa ai successori, questa carica è la ragione per cui il Cobcilio di Nicea, in cui venne fissata per la prima volta la professione di fede dei Cristiani, fu convocato non da un’autorità religiosa interna alla Chiesa – che allora non era una né aveva tal potere – ma da Costantino. Si capisce, dunque, come questo titolo, man mano che s’indeboliva l’autorità imperiale in Occidente, finisse per designare il Papa di Roma.