Editoriale di Gianluca Berno, 5 aprile 2018

Quando, in una conferanza stampa con Salvini in campagna elettorale, i due economisti contrari all’euro Borghi e Bagnai avevano detto che in cinque anni l’euro sarebbe finito, non avevo capito dal contesto se una condizione necessaria a tal esito fosse la vittoria del centrodestra alle elezioni, o se i due professori si riferissero a uno scenario più ampio e indipendente dalla nostra politica interna. Al momento non dico d’aver capito, ma mi è stato segnalato un articolo, da fonte terza, in cui prevale la seconda interpretazione.

Il 30 marzo, Sabato santo, alle 9:26, appariva sul sito d’informazione “Sputnik”, in pagina economica, un articolo che riportava le osservazioni di un analista finanziario tedesco, tale Marc Friedrich. L’articolo, in inglese, è reperibile a questo indirizzo; qui si fornirà la traduzione di qualche passo significativo:

«Il capo del Fondo Monetario Internazionale è francese […]. Ora Christine Lagarde si comporta come il suo compatriota Macron. S’è intestata il compito di salvar l’Unione Europea e l’eurozona […]. Unitamente all’unione bancaria e all’introduzione di un sistema di graranzia dei depositi unico, questo è un passo ulteriore verso la dittatura dell’Unione Europea. Stanno disperatamente cercando di salvare l’euro. Ma l’euro non può essere salvato. Si può solo sperare che coloro che governano la Germania possano resistere a questo. La speranza è sempre l’ultima a morire, ma alla fine muore».

M. Friedrich

Nel prosieguo della sua analisi, l’esperto accenna alle ragioni per cui l’unione monetaria è insostenibile, ma anche alle misure che la Lagarde vorrebbe si mettessero in campo per sventare l’irreparabile, a costo di far intendere persino agli intellettuali di sinistra che oggi non siamo in democrazia – non da quanto non battiamo moneta né controlliamo il debito pubblico. Fra le proposte, anche il meccanismo di protezione dei depositi, che prevede di accollare le perdite di una banca in crisi ai possessori di obbligazioni e anche ai correntisti. Sapendo questo, appena tale disposizione, applicata dall’Italia renzista alle banche venete e alla Banca dell’Etruria prima che fosse legge europea, sarà inevitabile, la maggior parte dei cittadini sarà presa dal panico: folle spaventate prenderanno d’assalto gli sportelli, causando esse stesse la reazione a catena:

«E allora non passerà molto tempo prima che qualche debole banca spagnola o italiana collassi, e poi le altre – per prime, naturalmente, quelle tedesche – dovranno pagare. Per preservare i propri beni, i real asset sono la scelta migliore, sottolinea Friedrich. Anche le cripto-monete potrebbero servire da mezzi di pagamento in futuro, aggiunge».

Sarebbero i sintomi di una completa perdita di fiducia nelle banche e nella moneta, e ciò non può esser preso sottogamba: il valore della moneta non dipende solo da variabili che potremmo dire materiali, come gli scambi commerciali, la solidità dell’ente che l’emette e la situazione economica generale del Paese in cui essa ha corso; c’è anche la fiducia degli utilizzatori della moneta, che in caso temessero un disastro, potrebbero ricorrere a soldi altrui: fino al 1913, anno della nascita della Federal Reserve americana, erano numerose le banche cui il Governo americano aveva concesso di battere moneta; ma questi istituti di credito, essendo privati, non fornivano abbastanza garanzie: se la tal banca fosse fallita, tutti i dollari emessi da questa sarebbero divenuti istantaneamente carta straccia. Per questa ragione i milionari americani, quando viaggiavano all’estero, impiegavano le sterline inglesi: pochi avrebbero accettato i loro dollari. Allo stesso modo, poiché la BCE è una banca privata, non può fornire garanzie sulla tenuta dell’euro, protetto soltanto dal diritto d’autore e dalla connivenza del FMI. Friedrich dà alla moneta unica cinque anni di vita al massimo, poi torneremo alle valute nazionali, alla libertà.

Alcuni, anzi, ritengono che per singoli Paesi già deboli – com’è sempre stato il nostro –  le difficoltà comincino già molto prima: Andrea Mazzalai, Esperto dell’ufficio titoli della Cassa Rurale di Trento e responsabile del blog “Iceberg finanza”, il 20 marzo pubblicava sul suo blog questo articolo, nel quale si dice che: «Il fallimento dell’euro, da distinguere da quello dell’Europa, è ormai evidente, è sotto gli occhi di tutti»; talmente evidente, che persino gli economisti tedeschi ne hanno dovuto discutere, alla facciaccia di Mario Draghi per cui l’euro dovrebbe essere del tutto «irreversibile». Sì, come il Titanic era inaffondabile. Se fosse irreversibile, il banchiere non si sarebbe dovuto scomodare, anni fa, per dire:

«Durante il nostro mandato, la BCE è pronta a fare qualunque cosa serva a preservare l’euro. Credetemi, sarà abbastanza».

M. Draghi

Molto più seriamente, afferma Benjamin Cohen, citato da Mazzalai:

«In un mondo di Stati sovrani nulla può essere considerato come veramente irreversibile. Analisti politici ed economisti dovrebbero impegnarsi in piani di emergenza anche in presenza di bassa probabilità».

B. Cohen (2000)

Gli economisti tedeschi, però, a parte rare eccezioni, si sono decisi a discutere un piano d’emergenza partendo sempre dalla loro situazione d’intellettuali legati a un’élite la cui sola ragione di vita è il mantenimento dell’euro: l’obiettivo della riunione era disporre un meccanismo d’uscita dall’euro non subordinato all’abbandono dell’Unione, che funga in verità da deterrente per quei Paesi che avessero intenzione di scuotere il giogo. Sanno che la vera vittima della dissoluzione della moneta unica non sarebbero i Paesi uscenti, anche quando fossero debolissimi, ma proprio la Germania, che dall’inizio del millennio pratica una svalutazione competitiva costante: si sa che il marco tedesco varrebbe più di quanto vale oggi un euro (ossia un marco del 1999) e che l’economia tedesca, di per sé, porterebbe a una rivalutazione monetaria deleteria per i commerci tedeschi, mentre le economie di quasi tutti gli altri membri dell’eurozona avrebbero bisogno di svalutare.

Conclude Mazzalai:

«Abbiamo bisogno di […] una completa riforma della finanza e del sistema economico in senso cooperativo più che competitivo. L’esperimento monetario dell’euro è fallito!

Non è più solo una questione di benessere, ma di sopravvivenza, la storia per l’ennesima volta sta bussando alla porta. Una nuova crisi è questione di mesi, non lo dico io ma Luigi Zingales, uno dei più importanti consiglieri economici di Renzi, in un’intervista al ‘Foglio’: “O l’eurozona si autoriforma nei prossimi 18-24 mesi oppure i costi di rimanere cominceranno a eccedere i benefici e l’uscita diventerà il male minore”».

Su quanto detto da Zingales bisognerebbe aggiungere due rettifiche: la prima è che a oggi non sono stati provati i presunti benefici: l’andamento positivo dell’economia nei primi anni dell’euro è imputabile non alla moneta nuova, ma all’effetto della ripresa, allora in corso, dalla crisi del 1992, che ha mascherato gli effetti dell’euro. Esso produce di per sé un allontanamento dall’equilibrio valutario, impedendo agli Stati aderenti qualunque soluzione diversa dalla svalutazione interna, ossia del lavoro e degli stipendi. Nessuna agevolazione degli scambi commerciali – per altro tutta a vantaggio di chi era già ricco – potrà mai ripagare la distruzione di un tessuto sociale e produtttivo.

Seconda rettifica: per quanto ci riguarda, «i costi di rimanere» sono già insostenibili oggi: Il Fatto Quotidiano del 26 aprile 2017 pubblicava, inascoltato, gli effetti macroeconomici della manovra che il governo dei tecnici di Monti aveva messo in campo «per salvarci dal fallimento». Il modello su cui Monti aveva basato la presunta cura non teneva conto di un dettaglio alquanto rilevante, che in una crisi bancaria come quella del 2011 le banche sono in crisi, quindi se hanno soldi non li prestano: per ridurre il famigerato rapporto fra deficit e PIL del 2,9%, Monti aveva messo in conto, come effetti collaterali del piano di austerità voluto da Francoforte, di perdere in media, nel periodo dall’anno 2012 all’anno 2015 compresi: l’1,6% del PIL, l’1,1% dei consumi e il 3,3% degli investimenti. In realtà, secondo quanto presentato nel Documento di Economia e Finanza di aprile 2017, quelle manovre ci sono costate uno sproposito di più: un calo del 4,7% del PIL, un calo del 3,6% dei consumi e una perdita d’investimenti del 9,7%. Per ottenere che cosa? Un calo del rapporto deficit/PIL d’appena l’1,5%. Trecento miliardi buttati nel water.

Quant’altra gente dovrà morir suicida perché non riesce a pagare i debiti, prima che ci si renda conto della realtà? Si può solo sperare che, qualora dalle consultazioni uscisse un nuovo governo, rispondente alla volontà popolare, questo cerchi davvero di ridiscutere i trattati e preparare uno smantellamento concordato dell’euro; altrimenti, semplicemente fallirà, com’era inevitabile fin dal giorno in cui entrò in vigore. Perché, se esiste una cosa realmente irreversibile, è la stupidità di chi ci ha governato dagli anni Ottanta, quando ci siamo sciaguratamente aperti al “mercato libero”, al 4 marzo 2018.