di Gianluca Berno

In occasione del CVI anniversario dell’affondamento del Titanic, cito qui uno stralcio del romanzo che sto tentando di scrivere sull’argomento. Al momento s’intitola La Babilonia galleggiante, titolo che mi è stato ispirato alla definizione data della nave da un passeggero di prima classe.

Il brano che propongo nasce dalla scoperta, che ho fatto di recente, di una storia davvero accaduta e sconosciuta immeritatamente: E.S. Andrew, diciassettenne argentino d’origini inglesi, era stato mandato a studiare in un collegio a Londra; nel 1912, riceve una lettera da suo fratello, in procinto di sposarsi, che lo invita a passar le vacanze in Argentina per presenziare alle nozze. Intanto arriva al giovane anche un’altra lettera, dall’amica Josey, la quale sta arrivando a Londra e vorrebbe visitare la città insieme a lui: i due impegni paiono collimare, finché non si mettono di traverso le complicazioni dello sciopero dei minatori, da poco terminato lasciando i depositi a secco…

«Dunque, l’Oceanic… vediamo un po’… no, non parte, mi spiace» fu la risposta del bigliettaio.

«E adesso come faccio?».

«Su, non disperate, vi cerco immediatamente una nave in sostituzione. Sicuramente ce n’è una che parte a breve; certo, non lo stesso giorno… ma voi avete tanta fretta?» la frase conclusiva era stata pronunciata con un tono che, con tutta probabilità, tradiva più una speranza dell’uomo dietro il vetro che un tentativo di alleviare il disagio del giovane viaggiatore.

«Se fosse possibile restare presso la data che avevo scelto, ve ne sarei grato…» disse Edgardo.

Dopo un’indeterminata cifra d’altri secondi, il naso del bigliettaio riemerse dalle pagine del registro, e i suoi occhi grigi e un po’ spenti si posarono sul volto del diciassettenne: «In quella settimana parte da Southampton solo il Titanic; è il viaggio inaugurale, ma non mi sembrate un tipo superstizioso… il giorno 10 d’aprile, a mezzogiorno in punto. In verità è diretto a Nuova York, il che per voi sarà una seccatura, ma da lì ci sono i piroscafi per l’Argentina» spiegò. Vedendo poi l’espressione non precisamente entusiasta del suo interlocutore, l’uomo aggiunse: «Oppure, la prossima partenza per l’Argentina senza intoppi è a metà di maggio».

«Per allora, a Buenos Aires avranno già fatto tutto, anche il viaggio di nozze…» mormorò tra i denti Edgardo.

«Come, prego?» chiese il bigliettaio.

«Niente, dicevo tra me… vada per il Titanic, anche se il viaggio ne verrà almeno raddoppiato» sospirò.

«Oh, non ve ne pentirete, avrete certamente sentito dire che al mondo non esiste nave più grande o più lussuosa: la seconda classe lì è praticamente la prima dell’Oceanic!».

La notizia non ebbe il potere di risollevare l’umore del giovane: anticipare la partenza significava dir addio all’incontro con Josey e arrivare giusto alla vigilia del matrimonio, se tutto fosse andato bene. Uscito dall’ufficio, per tutto il tragitto fino al collegio, ricontrollò il calcolo che aveva fatto così in fretta di fronte al bigliettaio, sperando che fosse sbagliato; ma in matematica se l’era sempre cavata maledettamente bene, e il risultato era sempre che il 10 aprile veniva prima del 13 e Josey si sarebbe fatta il giro di Londra da sola. Che rabbia!

Tornato in stanza, assicuratosi che non ci fosse nessuno, scrisse al fratello dell’intoppo e lo rassicurò che sarebbe arrivato in tempo comunque; e poi, appartandosi quanto più possibile, scrisse anche alla sua amica:

Mia cara Josey,

ti scrivo per darti una brutta notizia, purtroppo. Qui in Inghilterra è appena finito lo sciopero dei minatori, ma molte navi sono rimaste a corto di carburante, compresa la mia.

La sola possibilità di essere presente al matrimonio di mio fratello è di prendere il Titanic fino a Nuova York e cambiar nave là per scendere in Argentina; ma ciò significa che, quando arriverai qui, io sarò già via. Sappi che mi dispiace molto.

Sembra veramente incredibile che io debba partire pochi giorni prima del tuo arrivo, ma non ci posso fare nulla, devo andare. Capisci Josey, sto per imbarcarmi sulla migliore nave a vapore del mondo; ma non ne sono per niente orgoglioso, in questo momento vorrei che il Titanic fosse nel fondo dell’oceano.[i]

Mi fa una rabbia, avevamo organizzato tutto… Ma per quanto sfortunata e incresciosa sia questa situazione, io spero che riusciamo a vederci se non altro a casa, oppure a Londra dopo il matrimonio. Ti scriverò di nuovo una volta arrivato in Argentina, così almeno potremo mantenerci in contatto. Scusami ancora, ma ho proprio le mani legate. A presto,

sinceramente tuo,

Edgardo.

La sera scuriva la porpora lasciata indietro dal sole morente, e calava lenta su Londra, che si accendeva per sostenere la consueta guerra alle tenebre. Edgardo rilesse la lettera al lume della lampada e gli parve accettabile; poi sentì dei passi che si avvicinavano dalle scale in fondo al corridoio e, temendo moleste entrate in scena, piegò la lettera e la ripose in una scatoletta che sapeva lui, sul fondo d’un cassetto del suo armadio, sotto chiave.

Quando fu l’ora andò a dormire, dopo aver brillantemente sostenuta la parte di chi non ha particolari angustie di cui dolersi; allo spegnersi delle luci, chi prima chi dopo, tutti s’addormentarono prima di lui, che invece restò immobile con gli occhi fissi al soffitto senza in realtà badarvi. Per quanto tempo? Mistero: seguitò a rimuginare sui fatti della giornata finché fu la pura stanchezza di farlo ad aver ragione di lui. La mattina dopo, affrancata la lettera, l’imbucò, e ancora la malaugurata combinazione delle cose gli fece venir un po’ di bile. Cara grazia se poteva almeno arrivare alla vigilia delle nozze, per dir così, col fiatone; ma se n’andassero all’inferno i minatori, gli scioperi, gli armatori e le navi di lusso!

E alla fine dei suoi sfoghi si rese conto, lì sul ponte a vari metri d’altezza dall’acqua grigiastra del Tamigi, che al mondo, di tutte le sue maledizioni, non importava proprio niente. Guardò mesto al suo riflesso, che il blando flusso rendeva tremolante; e quello rise di lui.

Nota:

[i] Tutto il paragrafo da «Sembra» a «oceano» è tratto dalla lettera effettivamente spedita a Josey Cowen da Edgardo Samuele Andrew prima di partire. Il testo è citato così com’era stato tradotto in un pannello alla mostra Titanic. The Artifact Exhibition, dove vengono esposti vari reperti recuperati dal relitto e restaurati negli ultimi anni. La lettera è riportata, tradotta in modo leggermente diverso, anche sul catalogo della mostra, Titanic. The Artifact Exhibition, p. 27. Il resto della lettera è un’ipotesi ricostruttiva.