Traduzione di Gianluca Berno

Quartine di endecasillabi sciolti: con tale forma si volevano riprendere almeno le strofe oraziane, sia pur aumentate e con versi del repertorio italiano. Con questa poesia, la prima delle Odi, Orazio voleva dichirarare non solo la propria poetica, ma un ideale di vita.

Mecenate, da regali disceso
atavi, e mio sostegno e dolce onore,
ci son quelli cui sollevar col carro
piace la polve d’Olimpia, e la meta

evitata dalle ruote infuocate,
e la nobile palma agli dèi leva,
signori della terra: questi è lieto
se la turba dei Quiriti incostanti

gareggia per dargli triplici cariche;
quello, se tutto è riuscito a stivare
nel proprio granaio quel ch’è spazzato
nelle aie di Libia. Non smuoverai

colui ch’a tagliare gioisce i campi
patri neppure a condizioni degne
d’Attalo, perché il mar di Mirto solchi
col legno ciprio, pauroso nocchiero.

Il mercante c’ha paura dell’Africo
quando lotta coi flutti icarii loda
l’ozio e la città e i suoi campi, ma tosto
ripara le assi malconce, incapace

di sopportar la povertà. C’è chi
non disdegna una coppa di Massico
invecchiato, né spender una parte
del salario del giorno, or adagiato

le membra all’ombra d’un verde cespuglio,
or al principio d’una sacra fonte
che scorre dolcemente. A molti piace
l’accampamento, e al lituo della tromba

il suono frammisto, e le guerre odiate
dalle madri. Rimane sotto un freddo
Cielo il cacciator, della sposa giovane
dimentico, sia ch’una cerva i cani

abbiano vista, sia ch’abbia un cinghiale
marsicano rotto le torte reti.
Me l’edera, della fronte dei dotti
premio, rende uguale agli dèi del cielo,

me il fresco bosco e le danze aggraziate
delle Ninfe coi Satiri distinguono
dal popolo, s’Euterpe non rifiuta
di concedermi il flauto a due canne,

né rifugge Polinnia d’accordar
la lesbia cetra. Se per questo tu
fra i lirici vati mi conterai,
coll’alto capo toccherò le stelle.