di Gianluca Berno

Quello che segue è un commento appena scritto in coda a una interessantissima discussione, sotto un breve articolo di Guido Sperandio, cui rimando per chi volesse avere il quadro completo. Anzi, consiglio di leggere quello che ha scritto perché è graffiante come sempre. Prima delle mie parole, aggiungo qui che il tema da cui sbocciano è il malfunzionamento della giustizia italiana, vexata quaestio alla quale, con un po’ di buona volontà e vocazione al martirio, si potrebbe anche rimediare.

Da questo [stato di cose] si deduce una riforma sensata della giustizia:
1) la prescrizione va limitata al tempo concesso per le indagini, come volevano già Pietro Verri e Cesare Beccaria tre secoli orsono, così che l’imputato non abbia utilità alcuna a tirare in lungo il processo: sembra un paradosso, ma i tempi di prescrizione allungano i procedimenti invece che accorciarli;
2) la discrezionalità della corte deve essere limitata: in particolare, pene accessorie come l’interdizione dai pubblici uffici, per i reati più gravi contro lo Stato [penso alla truffa, al peculato e alla corruzione, all’eversione, alle grandi evasioni ed elusioni fiscali, ma anche alla bancarotta fraudolenta], dovrebbero scattar in automatico con la sentenza definitiva, indipendentemente da una decisione del giudice;
3) eliminare tutta una serie di cavilli e procedure che inficiano la certezza della pena: è provato scientificamente, anche in questo caso dai tempi di Verri e Beccaria, che un reo catturato temerà di più una pena breve ma senza sconti e scappatoie, che la remota eventualità di passare molto tempo in carcere ma col rito abbreviato, il patteggiamento, le attenuanti generiche, i permessi premio per “buona condotta”, il comma 9845/ter della legge tal de’ tali (magari un Regio decreto del ’37) che permette uno sconto di dieci anni se l’imputato entra in aula saltellando all’indietro su un piede solo e recitando la Vispa Teresa in cinese mandarino…
Ma naturalmente, finché il codice penale sarà scritto dagli avvocati, tutto ciò rimarrà lettera morta.