Satira n° 29 di Gianluca Berno

Endecasillabi sciolti.

Il venticinque aprile di quell’anno

Milano insorse contro gli occupanti,

così come in quel marzo più lontano,

stavolta concentrando in un sol giorno

lo sforzo e la battaglia libertari.

Ma come sempre la vittoria è mezza,

e c’è un però che frena l’entusiasmo:

si vede adesso, ma partì già allora,

che la democrazia così ottenuta

sarebbe stata vie più limitata

dall’ingerenza degli americani,

cui il voto aggrada se dà lor ragione

e al capitale di cui sono schiavi.

Il popolo oggi si dibatte in ceppi

monetari, e fasulla ideologia

lo droga e lo soggioga, progressista

col deretan d’altrui, com’è da sempre.

Ma un giorno si verrà a quel limitare

dov’è cessata ogni accondiscendenza,

all’orlo di quel vaso che trabocca

per una goccia ancor d’umano sangue?

Non so, ma so che tremo, perché è vero

sia che non si potrà più proseguire

per questa via che porta a perdizione,

sia che Rivoluzione ha un gran difetto:

ell’è una fiera multiforme e astratta

qual dama che non sa quel che si voglia,

così rimane in fronte al grande armadio

con tre vestiti in man e gli altri appesi,

di prender un partito disperando

entro l’orario dell’attesa festa;

in fin s’annega il suo pensiero incerto

in un oceano d’infiniti “forse”,

ove galleggiano i “se” congelati

che affondano la nave d’entusiasmo;

e per salire tutti sulla zattera,

i naufraghi s’azzuffano fra i flutti.

Così fallisce il gran rivolgimento,

s’assesta in un regime uguale a prima,

e ancor ha vinto il principe Tancredi:

«Perché tutto rimanga tutto muti!».