di Gianluca Berno

Gentile Editore,

secondo il celebre poeta Vittorio Alfieri, per essere scrittore il primo requisito non è, come immaginrebbe chiunque, il talento, né l’ispirazione o la tecnica, una particolare sensibilità, l’orecchio d’Enzo Iannacci; no, prima di tutto ciò bisogna essere nobili. Non nobili d’animo, nobili proprio di stirpe.

Detto così, mi rendo conto, parrebbe un insulto al nostro senso dell’eguaglianza, della democrazia e della modernità; ma come spesso accade, chi profondamente pensa giunge a conclusioni talvolta ben lontane dal senso comune, cui sùbito si dovrà aggiungere una giustificazione. Il pensiero di Alfieri si comprende solo se si rammenta la condizione sociale degli scrittori ai suoi tempi, alla quale non si vedeva allora via d’uscita alcuna.

Da quando esiste la letteratura, chi la sa scrivere deve trovare un modo di vivere grazie a tale capacità, o nonostante essa. Sotto questo rispetto, si potrà distinguer fra quello che per i professori è l’antico regime della letteratura, cominciato con la letteratura stessa e cessato solo con la Rivoluzione Francese e i suoi successivi sviluppi; e dall’altra parte la situazione attuale, di cui si dirà dopo: infatti Alfieri era ancor immerso nel clima antico.

Quivi, se si tornasse indietro nel tempo, si troverebbero questi uomini di lettere: alcuni, come Lorenzo de’ Medici o come lo stesso Alfieri, avevano titoli, prestigio e ricchezze, quindi potevano scrivere di tutto senza doversi occupar di guadagni e altre simili trivialità; altri, com’erano il conte Leopardi o il mio Manzoni, pur insigniti di un titolo, non godevano delle ricchezze che ci si attenderebbe, magari per sopraggiunte difficoltà economiche o perché non avevano potere sui beni di famiglia, come appunto il Recanatese; in terzo luogo si annoverano quegli autori che, non avendo titoli o rendite, furono costretti a trovare altri mezzi. Di questi, i più furbi – a patto di convivere, se c’era in loro un po’ di moralità, con il senso di colpa per tutta la vita – si facevano preti o frati come Boccaccio, Petrarca, l’abate Parini. Altri si trovavano un lavoro, così da relegar le lettere nei ritagli di tempo: Carlo Porta fu impiegato statale, Foscolo insegnava; ma ancora ragionarono così un altro impiegato, Italo Svevo, nonché l’ingegner Carlo Emilio Gadda, sebbene non fosse la loro una scelta obbligata. Il peggior destino, però, fu di quei letterati che, come Ariosto e Tasso, e in antico Virgilio, Orazio e mille altri dovettero ingraziarsi un marchese, un conte, un duca, un monarca o un porporato: una vita in guardia per gl’intrighi di palazzo, sempre «servi umilissimi e devoti di Sua Signoria Illustrissima», e a prosciugar le fonti di Parnaso per dare gloria a quel gran signore, anche quando non aveva mai combinato nulla. Ma la più crudele di tutte le sorti toccò proprio a Dante, di cui oggi ancora i versi risuonano, alti su tutti: da politico impegnato, e priore nel 1302, finì esiliato, e dopo lui i figli, per motivi politici, e dovette far il poeta di corte, di più corti, sovente in viaggio, come Ovidio a sperar in una grazia mai arrivata.

Che cos’ha mai potuto cambiare questa situazione? A un primo esame, la nostra epoca presenta due elementi cruciali, il sistema editoriale e il romanzo, genere moderno per eccellenza; ma gli esperti, anche se mai d’accordo sulla data in cui il genere della modernità sia nato, pure lo fanno comparire al più tardi nel XVIII secolo; e gli editori sono apparsi almeno due secoli prima. La vera novità, che ha messi in dialogo questi due elementi, è stata un articolo della Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo e del Cittadino (1791): per la prima volta, veniva riconosciuto il diritto d’autore, cioè il diritto di vivere dell’attività artistica e letteraria.

Oggi, in un momento di crisi e oscurità, gli editori hanno comprensibilmente un certo timore a fare salti nel buio, perciò io non La biasimerò per aver tentato di cautelarsi: dico soltanto che propormi la pubblicazione di un mio libro di poesie, a patto che però io acquisti al prezzo di copertina settanta copie, e ne riceva ben trenta altre in omaggio, su una tiratura iniziale di centocinquanta copie, senza poter prevedere se le cinquanta rimaste vengano tutte piazzate con successo, mi pare leggermente rischioso per me, che non sono Alfieri, né Manzoni, né Porta o Petrarca, e neppure il povero Alighieri.

Dunque grazie, grazie perché non Le ho chiesto una simile opportunità ma me la concede spontaneamente dopo ch’avevo partecipato con discreto successo a un concorso da Lei promosso qualche mese fa; grazie ma no, grazie. E non perché io sia superbo, ma perché di questi tempi è meglio, anche potendo spendere a rate gli ottocentoquaranta euro cui accenna nel contratto, far come s’io non li avessi punto. C’è crisi per tutti. In attesa di un momento migliore, vi porgo

distinti saluti.