Editoriale di Gianluca Berno, 4 maggio 2018

Vediamo un po’ se mi ricordo la cronaca recente: il 4 marzo, due mesi or sono, gli Italiani erano chiamati a votare per il rinnovo delle Camere e di due amministrazioni regionali.

I risultati dimostrarono uno spiccato senso estetico nel popolo, nonostante esso sia stato oggetto d’eversivi insulti da parte di tre quarti di mondo politico, stampa e televisioni: se infatti si riconsiderano a mente fredda i numeri, i cittadini hanno espresso il loro chiaro dissenso contro le politiche perpetrate negli ultimi vent’anni da ogni partito, dando così i voti alle due forze che, in un modo o nell’altro, sembravano promettere altro: la Lega di Salvini e il Movimento 5 Stelle di Di Maio hanno ottenuto i migliori risultati di sempre. A chi hanno tolto quelle grandi percentuali? Da un lato, la Lega ha eroso il sostegno a Forza Italia, che si è contratto fino a un misero – per l’ex Cavaliere – 14%; dall’altro lato, non si fa mistero che i pentastellati abbiano raccolto i naufraghi del Partito Democratico, gente di sinistra che si è sentita come Arianna abbandonata da Teseo: il PD ha subìto la peggior batosta elettorale dal 1948, arenandosi sul 18% tirato; e ancora non ha nemmeno fatto lo sforzo di chiedersi il perché. A completar il quadro, per tacere delle mille liste nemmeno entrate nell’emiciclo, a destra Fratelli d’Italia rimane inchiodato al 4%, mentre a sinistra si accasciano trafitti da uno strale d’indifferenza i fuoriusciti piddini di Liberi e Uguali, ai quali va un risicato 3%.

si può concludere che, al buon risultato di due partiti capaci di rappresentarsi come altro da quanto si è già visto accadere, si contrappone simmetrico lo sfacelo dei due partiti più «moderati» e centrali dell’emiciclo, FI e PD; intanto, i due piccoli partiti di contorno, che io credo abbiano pagato la loro somiglianza a concorrenti più grandi, quasi spariscono dalla scena, conservando solo un tenue zoccolo duro; ma mentre per Giorgia Meloni si parlerà di un peggioramento, il recente Liberi e Uguali è semplicemente sopravvissuto – male – alla prima prova.

Onde si giungeva alla situazione per nulla inedita dell’assenza di maggioranze. I piddini, per tutta la durata delle consultazioni fin qui svolte, fra alti e bassi hanno mantenuto una posizione aventiniana che riesce a confortarmi e offendermi al tempo stesso: in parte mi tranquillizza pensare che, all’ultima chiamata grillina, non abbiano infine accettato una nuova e per noi deleteria proposta di governo; dall’altra parte, è abbastanza palese che la loro idea sia d’aspettare sulla riva del fiume che passi il cadavere del nemico; ma la loro stessa idea del nemico politico è tale per cui, se questi governasse, l’Italia crollerebbe: è il nostro cadavere che stanno aspettando, senza più ritegno, per sbatterci in faccia il nostro errore. In verità io dubito sinceramente che aver votato i “populisti” possa peggiorare la nostra situazione più di quanto avrebbe fatto l’ennesimo governo Draghi; sono anzi certo che a ogni frase arrogante uscita di bocca da un suo dirigente, il PD meriti di perdere un altro punto percentuale, fino alla completa estinzione. Quanti hanno cercato di dar loro un saggio consiglio, e quanti sono stati ascoltati? Non può che finire così.

Nel frattempo, i grillini mantenevano un’impostazione maggioritaria dinanzi a una legge per due terzi proporzionale: del resto, non possiamo più stupirci che Luigi Di Maio sbagli la grammatica – ok, è una battuta cattiva. In una situazione come questa non si può, tale è la lezione, mantenere un atteggiamento da prima donna, per cui «o il presidente sono io, o non lo sarà nessuno»; non quando la mancanza di numeri costringerebbe all’umiltà. La soluzione del contratto alla tedesca è stata più volte enunciata e annunciata, senza che il famoso documento saltasse poi fuori; e intanto ci deliziavano con gli assalti ai forni, oggi la corte a Salvini, domani il ritorno in ginocchio dal PD, con questa metafora dei forni in sottofondo, che discende dal Divo Giulio Andreotti in persona: democristiani, signori. Un ordine di politicanti che sopravvive a tutto, e si ricicla finanche come movimento anti-sistema, per poi dar prova di un camaleontismo degno di Scilipoti. Sapevano, questo è il punto, che a condizioni così stringenti nessuno li avrebbe seguìti: non si poteva chiedere al partito di Renzi di cancellare il programma di Renzi; non alla Lega di venire a trattare senza quel centrodestra, che le ha permesso il suo risultato; a nessuno di sostenere un esecutivo in cui il Presidente sarebbe stato irremissibilmente Di Maio, che ha in tasca da mesi una lista completa di ministri, tutta prenotata. Ciascuno, su ogni posizione, s’è fatto la sua idea, dando ragione ora all’uno ora all’altro dei contendenti; ma condivido a pieno l’osservazione di Bersani, quando ieri sera ha detto, riferendosi a tutti: «In questi discorsi non c’è l’Italia!».

Lo stesso può valere per la Lega, con due sole attenuanti: da una parte, vale per Salvini il famoso detto: «Dai nemici mi guardi Iddio, ché dagli amici mi guardo io»; dall’altra non è che non ci abbia provato. Attualmente, resta in auge un’analisi riportata dal TG La7, per cui, mal che vada sia i pentastellati sia i leghisti potranno sostenere che la colpa di questo aborto governativo fra loro sia tutta di Berlusconi: non si sa che cosa gli sia successo, chi lo consigli, qual embolo gli sia partito; ma sembra uscito di senno, o la sua strategia oggi è indecifrabile. Forse ha ragione chi attribuisce alla sconfitta interna alla coalizione un vero e proprio crollo nervoso; magari «lo Smandibolato» – così lo chiama ormai Crozza – sta ancor inseguendo, come Achab la balena bianca, un Patto del Nazzareno/bis. Su tale progetto, Salvini ha già espresso un parere molto netto, che si spera mantenga; del resto, i numeri stessi smentiscono la sola possibilità dell’Inciucius Maximus.

In tutto questo bailamme, spicca la posizione lucida e salda del Capo dello Stato: che cosa c’è di meglio, di fronte a uno stallo auto-evidente, che reiterare il calcolo? Ora, un po’ lo prendo in giro – spero mi perdoni – ma, lasciando da parte gli scherzi, mi rendo conto che un ennesimo giro di consultazioni non sia altro che un segnale: come un pedagogista vi spiegherà che un alunno irrequieto a volte disturba in classe perché non sa come chieder aiuto, così il fatto che Mattarella ripeta la domanda cui gli hanno già tante volte risposto è un modo per dire ai partiti che, facciano come vogliono, egli esige una risposta diversa. Io, personalmente, non credo che l’otterrà: non si possono mettere d’accordo l’apertura ai Cinque Stelle se accettano Berlusconi; il governo Di Maio, se qualche partito fa la carità di sostenerlo gratis et amore; e l’arrogante Aventino degli sconfitti. Scartata in partenza è anche la proposta che il centrodestra intende avanzare lunedì, quella del governo Salvini di minoranza: se c’è un punto fermo nelle dichiarazioni dal Colle, è che l’esecutivo dovrà essere «nella pienezza delle sue funzioni». Restano, qualora l’arduo rompicapo non trovi soluzioni politiche, due sole strade: un governo del Presidente, che verrebbe imposto per chiunque volesse sostenerlo; oppure il voto anticipato, se possibile già in estate.

Io sempre mi sono espresso contro la necessità assoluta d’avere un esecutivo: le Camere possono tranquillamente lavorare anche senza, sia pur limitandosi agli affari ordinari, e i casi della Spagna e, prima ancora, del Belgio dimostrano a sufficienza come una simile congiuntura sia a volte salutare per l’economia. Come al solito, però, esiste anche qui un cavillo, in virtù del quale non valgono per l’Italia le leggi che governano il mondo. Lascio da parte la legge elettorale, palesemente da cambiare; ma in autunno scatterà la clausola di salvaguardia più temuta della Storia d’Italia, ed è congegnata in modo tale che solo un governo possa impedirlo: si tratta dell’aumento dell’I.V.A. dal 22 al 24,2%, cui seguirebbe, nel 2019, un aumento al 25%. A quel punto, potremo dire «ciao-ciao» ai consumi, e perciò rimprovero a Salvini quell’idea assurda della tassa piatta: le coperture prevedrebbero in egual modo quell’aumento, e si sa che l’economia si regge sui consumi dei poveri, e non sugli sconti ai ricchi; perciò, siamo sicuri che un abbassamento delle tasse «per tutti» al 15% compensi adeguatamente l’aumento di un’aliquota che si applica anche a pannolini e assorbenti; mentre l’oro e le vincite alla lotteria sono vergognosamente esenti? Io, per altro, proprio perché colpisce in egual modo ricchi e poveri, abolirei proprio quella tassa, altro che 25%; ma qui si entra nell’utopia più assoluta.