Eccoci qui con una nuova puntata del Trittico, la rubrica in cui noi tre autori principali de L’Irriverente giochiamo a mettere a confronto tre articoli: ciascuno di noi l’ha scritto senza sapere come avrebbero lavorato gli altri, partendo da un argomento o, meglio, un concetto già concordato. Finora sono state realizzate due serie, che troverete nella pagina dedicata: la prima è composta da sette puntate sui vizi capitali; la seconda, più lunga, sui colori. Oggi siamo alla penultima puntata, il nero.

Gianluca Berno Stefania Ferrazzi Filippo Mairani

Quartine d’endecasillabi (schema ABBA) più un distico di congedo in rima baciata.

Per questo pezzo mi sono sforzato

d’immaginare tante cose nere

e far la lista per chi vuol vedere:

nera è la notte, e il sangue raccontato

.

dal grande Omero; e pure il giorno è nero,

s’è solcato da nembi gonfi d’acque;

nera è la terra poi che piovve, e piacque

di dar la stessa tinta al cimitero

.

da questo lato del mondo volubile.

Nera è la pelle più press’ all’Equatore

nel continente ch’è d’ugual colore;

le navi, poi, quando l’autore nobile

.

le mentova tirate sulla riva

onde è bagnata la città di Paride;

così l’umore a volte, e le acque luride,

e l’ebano e il carbone e quel che, schiva,

.

la seppia spruzza nel tentar la fuga;

e pur l’ardesia, d’ogni scienza edotta,

ed ogni cosa quand’è troppo cotta,

ed il cassetto dentro cui si fruga.

.

Nera la borsa in man al faccendiere,

nero il lavoro, i soldi e la pensione,

nero il dolore di lor consunzione

e la divisa del carabiniere.

.

D’ugual colore nei romanzi in versi

è un Cavaliere, ma pure il dragone;

la strega col suo gatto e la magione

d’un Conte che il tuo sangue vuole bersi;

.

poi il metro ch’era usato così bene

dal Bardo, e ‘l sito e l’aere de l’Inferno,

e di Tom Riddle il vecchio quaderno;

e l’universo che gli astri contiene,

.

e poi la peste, come sa il Manzoni,

e Lucrezio, Tucidide e Boccaccio.

Nera la rondine e peggiore il laccio;

non la Balena ma certo gli arpioni,

.

nera è Violenza, comunque si spieghi;

nere son sempre certe ideologie:

pur mascherate di rosso, le vie

sono le stesse, né più te ne sleghi.

.

Nere la tonaca e pure la toga,

nero il Rettore cinto d’ermellino,

i corvi spie del nordico Odino,

e un abito da sera molto in voga.

.

Per Malcom X fu il color del Potere,

l’attesa mai premiata di Mazzini,

lo scafo costellato di puntini

che sprofondava sotto le acque nere

.

ferito a morte dal ghiacciato monte;

nera è la guerra, ancor più se civile.

S’aggiunga il caso raro dell’ovile,

e l’anima, se vuol rendersi fonte

.

di mali piani per quei che comanda,

l’oliva matura e la prugna secca.

Poi v’è la pietra ubicata a La Mecca

ed i rugbisti di Nuova Zelanda;

.

un genere di film alla francese,

e una Selva magnifica tedesca.

E dato che bisogna pur che riesca

a completar chi dapprima intraprese,

.

questo concluda il mio lungo poetar:

un distico così, per salutar.

È che non sono più stata in grado di affrontare

la nostalgia delle cose perse:

mi sposto di casella in casella

tra schemi sempre uguali.

Tuttavia mi darei in pasto a Dio,

pur di svegliarmi un giorno,

tra mamma e papà

in ritardo per l’asilo

e felici.

Stupida io ad aver firmato il contratto

senza leggere le clausole

una ad una.

«Il timer non può essere riavvolto».

Passo quindi di casella in casella

aspettando la fine del gioco.

I momenti peggiori della mia vita sono associabili al colore nero.

 

Con questo non voglio però intendere il nero metaforico dell’odio e dei sentimenti meno lodevoli dell’animo umano, almeno non solo e non prevalentemente. Il mio è un nero bluastro squarciato da mille puntini bianchi pulsanti, dalle fredde luci di neon sbiaditi e di lampioni ammaccati: il nero della notte.

Una notte così oscura che diventa difficile distinguere i confini tra gli oggetti, tra le persone, tra ciò che riteniamo giusto e ciò che riteniamo sbagliato, col rischio di finire in anfratti dove non si sarebbe mai voluti andare. Goya aveva detto, anzi dipinto, che «Il sonno della ragione genera mostri», e sembra quindi inevitabile che tali demoni escano soprattutto nottetempo.

Ero intento a riflettere su questi argomenti quando, come in uno di quei sogni dove sai che ciò che sta accadendo ha senso, ma non sapresti dire quale, un amico mi si avvicina e mi ricorda che nell’Eneide “nero” si dice in due modi: niger, il quale indica semplicemente l’oscurità, ed ater il quale ha una sfumatura più minacciosa ed è usato come premonizione per dire, Virgilio e Murphy mi perdonino, che tutto ciò che può andar storto lo farà.

Virgilio in particolare, dal suo inamovibile piedistallo di maestro della letteratura latina, dovrà perdonarmi due volte perché, secondo me, niger e la semplice notte ad esso associata sono più pregni di significato di quanto qualunque minaccia di sventura imminente potrà mai essere.

Il motivo, per dirla come l’aveva posta una volta il mio vecchio professore del liceo è che «la tragedia, nel contesto moderno, non è più possibile», ed aveva aggiunto come prova che, oggigiorno, Giasone e Medea sarebbero semplicemente andati dall’avvocato a spartirsi soldi e figli, stile Kramer contro Kramer (1979, Rober Brenton). Se la tragedia non è, per fortuna, una realtà quotidiana, parole dal significato tenebroso come ater perdono di rilevanza agli occhi dell’uomo moderno mentre niger col suo essere il nero ed il buio della notte, ci dà una rispondenza maggiore.

Chiunque pratichi la scrittura, come professione o anche solo come hobby sa che i momenti più produttivi sono quelli notturni, quando il sole è ormai un lontano ricordo, i suoni sono tutti immancabilmente ovattati e diventa difficile distinguere il confine tra le cose; in questo caso tra il vissuto di ciò che è accaduto e la fantasia di come si vorrebbe far andare le cose.

Quella della scrittura è una pianta strana, il cui niger semen sboccia meglio se piantato di notte e raccolto da una sacca tetra e confusionale, dove si annidano semi estremamente fertili ma spesso spinosi.

Eppure è estremamente importante avere il coraggio di farsi del male alle mani e perdere ore di sonno per fare in modo che i nostri pensieri più intimi e problematici abbiano lo spazio adatto per poter essere lasciati liberi, per essere compresi e permetterci di comprenderci. Solo dopo aver compiuto questo lavoro potremo riposarci all’ombra del nostro albero nero appeno sbocciato e, se mai proveremo addirittura a scalarlo, ci renderemo conto che esso e tutti gli altri alberi del campo sono l’unica cosa in grado di dare vita all’immobile, monotono, piattume del bianco.