Editoriale/ter di Gianluca Berno, 27 maggio 2018

Scrivo quest’ennesima eccezione al concetto d’Editoriale mensile perché me li cavano a forza dalla tastiera. Questa sera, il Presidente della Repubblica si è istituzionalmente suicidato.

Il veto sulla nomina a Ministro dell’Economia del professor Savona rappresenta un’autentica devotio: così Livio definiva il sacrificio estremo compiuto dal console in capo all’esercito, quando la battaglia volgeva al peggio e decideva di offrire agli dèi nientemeno che sé stesso, gettandosi sui nemici e così morendo. Non mi è venuto in mente nessun altro paragone alto e non offensivo con l’imparaticcio di scempiaggini che Mattarella ha messo insieme per difendere da qualsiasi messa in discussione, anche solo teorica, una moneta che, con ogni evidenza, ha ucciso il potere d’acquisto, e dunque i risparmi degli Italiani; cito questo punto proprio perché a tutela dei risparmi dei cittadini il Capo dello Stato si sarebbe mosso, nella sua allucinata narrazione senza costrutto e senza basi.

La verità è abbastanza evidente: a Berlino qualcuno ha sbattuto un pugno sul tavolo e Mattarella ha obbedito. Non è che la posizione di Savona sia poi così rivoluzionaria: riformare l’euro in modo che le evidenti distorsioni che provoca abbiano un indispensabile contrappeso, senza il quale un’unione monetaria funziona solo fra economie identiche, o non funziona – si veda la crisi argentina degli anni Novanta. Che poi il professore si sia limitato a ribadire, nella lettera che ha pubblicato oggi su un sito d’informazione, che un’indisponibilità a dialogare dell’Europa potrebbe risolversi nell’uscita italiana dall’euro, non è cosa inaudita né impossibile. Si ribadisce in questa sede che la prima e vera vittima della fine dell’unione monetaria sarebbe la Germania, non l’Italia.

La questione si delinea ora nella peggiore delle maniere: il Colle contro la maggioranza degli elettori, il Presidente della Repubblica contro la Repubblica, pur di non scontentare chi detta le regole da oltre le Alpi, pur di non sconfessare quarant’anni di sistematica distruzione dell’Italia propagandata come scelte sagge, indispensabili e irreversibili, per affrontare «le sfide del Terzo Millennio e del mercato globale», come hanno sempre detto questi traditori. Di tradimento, non d’altro, si deve parlare: questo è accaduto, a livello morale, e per questo già due forze politiche propongono che il Presidente della Repubblica venga messo in istato d’accusa; il problema è che un’accusa di tale gravità deve ricevere sostanza giuridica, dev’essere codificata e rientrare davvero in qualche casistica: ci devono essere, insomma, prove forti. E tutto questo, per tacere del fatto che i giudici preposti alla trattazione di simili casi hanno esaurito il loro mandato e andrebbero prima rinnovati col voto delle Camere.

Che cosa succederà ora, però? È chiaro come il sole che la campagna elettorale per Salvini, Di Maio e Giorgia Meloni è servita senza il minimo sforzo: il problema è che sarà una campagna elettorale segnata dal palese conflitto istituzionale che oggi è uscito alla luce, dunque si svolgerà in un clima tutt’altro che rassicurante. Le altre forze, fin ora «afone» (così Mentana durante la diretta), cercheranno di mettersi goffamente dall’altra parte: significativo è che il PD abbia aspettato di sentire il discorso di Mattarella prima d’esprimere sostegno alla sua linea; ciò significa che avrebbero anche potuto decidere di continuare a tacere o prendere altre strade anche loro: dai nemici mi guardi Iddio, ché dagli amici mi guardo io. Mi par il solo consiglio che potrei dare a Mattarella, in calce alla dichiarazione di guerra.