Nuovo frammento della Sinfonia Urbana, è una canzone composta da sestine di endecasillabi e settenari, con schema di rime AbaCCbA.

Dice qualcuno che significasse
“rovina” il nome suo,
oppur che derivasse
dal tedesco – difficile trafila,
chiedi a Bianciardi [1], che tutta l’infila
in quel libretto tuo
che m’hai prestato. Ma comunque andasse,

tutto il quartier dalla strada si noma,
e questa dal palazzo:
con la sua mole doma [2]
tutte le case, e i suoi mattoni a vista
rossi, un po’ barocco un po’ classicista;
non manca qualche sprazzo
di pietra levigata a fargli chioma

con bugni, con decori e cornicioni.
Esso troneggia austero;
nudo fuor che i maroni,
pure il Napoleone può apparire
pieno di dignità, lì nel cortile:
finxit [3] sotto l’Impero
Canova, fra le tante commissioni.

Dentro le mura, un sovraffollamento
d’istituzioni chiare: [4]
qui trova il suo cimento
chi delle Muse vuol farsi seguace,
mentre di sopra, per chi è men loquace
però vuol imparare,
la Biblioteca sarà il nutrimento.

Chi ha già imparato l’arte è messo a parte
nella Pinacoteca,
che del leone ha parte:
quadri giganti e piccole bellezze
vi son profusi, ed a superbe altezze [5]
lo spirito si reca
mentre contempla, e più non se ne parte.

Fuori, i fiori sbocciano nel Giardino,
nei nomi sui cartelli [6]
presso un pittor bassino
ritratto in statua, quell’Hayez Francesco
sì noto, forse un po’ militaresco
qui, dove i colonnelli
han sede – nel palazzone bianchino

ancor più austero, che ha nome Cusani.
Di là, se si va avanti,
già s’odono i malsani
del traffico rumori in piazza Scala.
E dire ch’è da poco che la mala
fama d’un dì, coi tanti
sfrattati se n’andò dai mesti vani

mal mobiliati delle vecchie case
di popolo e ringhiera,
là dov’era la base
sol di pittori e poveri e immigrati
– quanti sinonimi ho testé trovati!
Or di viverci è fiera
la casta ch’è potente in questa fase.

La Brera è tutta o quasi pedonale,
fatta di case basse,
ingresso padronale
e due soggiorni – un angolo cottura
perché fa moderno, e poi non si cura
una donna di classe
d’usarlo lei – da bagno son tre sale;

riattato ad ospitar cabina armadio
il cesso sul balcone;
una stanzetta-studio,
quattro camere. “E pensa, a quella data
gli appartamenti erano tre, ed è stata
una rivelazione:
c’è chi davvero non prova fastidio

a stare in meno di quattro locali!”.
Ma forse è il genio mio [7]
che troppo batte l’ali
in cerca della satira comunque.
La chiudo qui, com’è chiusa, dunque,
anche la Brera, addio:
carmina longa ventris causa mali. [8]

NOTE: [1] Il romanzo La vita agra di Luciano Bianciardi si apre proprio con una dissertazione sulle origini del nome del quartere milanese di Brera, dove il protagonista trova casa trasferendosi dalla provincia di Grosseto. Nel libro la chiama sempre con la latineggiante forma Braida [2] Per brevità metrica si sostituisce al più consueto “domina” – [3] Tipico verbo degli artisti rinascimentali, significa “fare” in senso artigianale, un po’ come l’inglese to make – [4] Qui chiare ha il senso latino di “famose”, che si conserva in formule accademiche del tipo «chiarissimo/a professor/essa» – [5] Cfr. Manzoni, Il cinque maggio, v. 100: «che più superba altezza» – [6] Proprio accanto al Palazzo di Brera, sul lato settentrionale, corre via Fiori Oscuri, che dopo l’incrocio con via Brera si trasforma in via Fiori Chiari – [7] Cfr. ancora Il cinque maggio, v. 14, dove il «genio» è la capacità poetica; più in generale, nell’italiano d’allora il termine indicava propensione o talento in un campo qualunque – [8] Il verso in latino, tradotto letterale, suona: «Le lunghe poesie (sono) la causa dei mali di stomaco»; non è una citazione ma vuole riprendere idealmente, e su un registro più basso, il motto di Callimaco, poeta di Età Ellenistica secondo il quale «grande libro, grande danno». Egli intendeva che un’opera troppo lunga non mantiene la perfezione formale e il registro sublime per tutta la sua lunghezza, e va quindi evitata dal poeta che miri alla bellezza dei versi.