Editoriale di Gianluca Berno, 22 luglio 2018

«Sergio Marchionne non sarà più con noi», o qualcosa di simile: l’avrebbe detto John Elkann, ma scrivo per sentito dire; sta di fatto che, ufficialmente entrato in ospedale per un problema a una spalla, il dominus della FIAT-Chrysler sembra ormai destinato a non uscirne da vivo. Le indiscrezioni si affastellano, una più cupa dell’altra, ma basta pensare alla riunione straordinaria e velocissima con cui Marchionne è stato sostituito ovunque per convicersi che al problema alla spalla sia subentrato di peggio, o che quel problema non fosse altro che un paravento.

Un personaggio come Marchionne è indubbiamente controverso: gli deve molto la FIAT come società quotata in borsa, e molto l’avranno maledetto parecchi lavoratori, i quali si sono visti ridurre certi diritti o semplicemente licenziare in tronco. Nulla di tutto ciò sarà oggetto di quest’articolo; o meglio, ne farà parte ma rimanendo sullo sfondo.

Il dottor Marchionne, italo-canadese, potentissimo in tutto il gruppo gestito dagli Agnelli e dagli Elkann, dalla FIAT alla Lancia alla Ferrari – per limitarsi ai primi nomi che saltano in mente con sicurezza – ora giace in un letto d’ospedale, inerme di fronte alla concreta possibilità di affrontare a breve un passaggio obbligato per tutti noi. La sua situazione è paradossale, nella sua ordinarietà: rischia una morte piccolo-borghese, se è lecito dirlo, pur essendo stato tanto più in alto sulla scala sociale. Ora, sospettando la prossimità della fine, i vertici del gruppo hanno provveduto immediatamente alla sostituzione. Si capisce: se un uomo di quell’importanza lascia questo mondo mentre ricopre un simile incarico, che cosa succede in Borsa pochi istanti dopo? La prevenzione di crolli e scossoni richiede decisioni rapide, lungimiranza economica: al momento del triste annuncio, non una ditta avrà sedie vuote, e ogni figura che le riempirà, avendo lavorato con Sergio Marchionne e conoscendolo bene, manterrà la continuità necessaria. Il tutto, provvidenzialmente, fra il sabato e la domenica, mentre i mercati riposano per il fine-settimana.

Non per caso si accostano in un solo paragrafo il dramma umano d’un uomo e i metallici calcoli della contabilità generale: alla fine, Marchionne è vittima di quello stesso sistema economico di cui è stato un esponente di primo piano sulla scena italiana – e non solo: un giorno, padrone indiscusso; il giorno dopo, problema da risolvere. In una società com’è la nostra, che si disfà degli anziani e non si cura dei bambini, perché non rendono sul breve periodo; una società che plaude al testamento biologico parlando di morte dignitosa, per non doversi occupare dell’unica dignità che conti, quella della vita; in una società in cui non si vendono i parenti solo perché è ancora vietato dalla legge, anche l’amministratore delegato della FIAT-Chrysler è stato archiviato in poche ore, sminuzzato dagli ingranaggi come un uomo qualunque. Queste parole non sono l’esultanza per una giustizia in fondo troppo umana e anch’essa terribile: non c’è mai giustizia quando una persona si ammala così senz’essere davvero invecchiata. Si tratta semplicemente di riflettere sulla brevità dell’uomo, cioè del tempo in cui si ritiene remunerativo riconoscergli la dignità di uomo: se il gigante finisce così, quale formica sarà al sicuro? Del resto, non potrebbe succedere lo stesso se Roberto Fico riuscisse davvero a ricalcolare all’indietro i vitalizi di deputati e senatori? Quando un privilegio, che è però anche un diritto acquisito, vien eliminato in questa maniera: chi mai si opporrebbe, se un Governo futuro attaccasse le pensioni di chi non ha difese?