di Gianluca Berno

Un secolo e mezzo orsono, le donne si domandarono che cosa mai avessero di meno rispetto agli uomini. La risposta è: assolutamente nulla. Infatti seguì presto un’altra domanda: perché, allora, fra gli uomini e le donne c’era, in alcuni àmbiti, una disparità di trattamento? Perché ai primi spettava il diritto di voto e alle seconde no? Perché il mondo del lavoro era in molti settori precluso a uno dei due sessi?

Nel corso della Storia, alcuni momenti e civiltà avevano visto le donne godere di una libertà che era loro sconosciuta nell’Ottocento, quando il femminismo mosse i primi passi: presso gli antichi Egizi, come in certi popoli sparsi nelle periferie del mondo moderno, la parità era un fatto, e una donna poteva anche governare. In certi Comuni del Medioevo italiano, le donne votavano come gli uomini; in altri, le donne non votavano ma potevano esprimere un parere, e influenzare il voto dei mariti. Se esistesse davvero un’evoluzione culturale progressiva e unilineare, come si credeva proprio nel secolo XIX, si dovrebbe concludere che gli antichi Egizi e i Medievali fossero, per certi versi, più evoluti dei nostri bisnonni, e forse di noi. L’evoluzione in senso progressivo e unilineare, concetto che fu un pretesto per invadere gli altri continenti e spolparli d’ogni risorsa, è anch’essa un’idea falsa; ma non è questa la sede in cui se ne dirà.

Tornando alle donne, esse iniziarono a battersi per ottenere le famose pari opportunità, fra cui il diritto di voto; durante le guerre mondiali, fu il loro lavoro a mantenere in piedi gli Stati mentre gli uomini giocavano a massacrarsi, perciò è del tutto sensato che dopo la tempesta le donne pretendessero di lavorare al pari degli uomini. Quello che certamente le donne non si aspettavano era di dover firmare le famigerate dimissioni in bianco e di dover accettare uno stipendio inferiore a quello dei colleghi uomini, come nell’Ottocento. Di fronte al delitto, il bravo investigatore dovrebbe sempre iniziare dalla buona vecchia domanda: «cui prodest?», “a chi giova?”. Giovava ai datori di lavoro trovare un pretesto per pagare meno delle lavoratrici, così da risparmiare sui costi di produzione e vendere a un prezzo concorrenziale. Vien quasi da credere che, qualora le donne ottenessero, alla fine, la sospirata equità salariale, verrebbero lasciate immediatamente a casa. Ma questa è fantapolitica, naturalmente. Sta di fatto che questa battaglia dei salari, lasciando un istante da parte il complesso discorso sulla violenza di genere, è la più grossa e urgente che abbia innanzi il fronte delle donne; eppure, questa rivendicazione non appare sulla stampa col rilievo che è invece accordato alle crociate lessicali di boldriniana memoria – come se chiamare un sindaco donna “sindaca” fosse la più impellente necessità che abbiamo oggi. La sensazione è che queste polemiche siano più gettonate perché non intaccano realmente l’ordine sociale capitalistico, il quale trae da dette discriminazioni un innegabile vantaggio in termini di profitti.

Si può discutere a lungo del valore culturale di una desinenza, senza risultati: idiozia è l’argomento dell’avversione degli uomini per la presenza di donne in contesti di potere, dato che, se così fosse, i latini non avrebbero mai inventato la parola regina. Ugualmente inutile è appellarsi ai cambiamenti sociali di questi ultimi decenni, che renderebbero necessario un aggiornamento: si può sostenere con pari forza che i nomi degli incarichi pubblici siano asessuati, e ricordare che la finale in -o, pur evocando il maschile, è anche la desinenza che agisce di default quando non si può stabilire il genere. Ecco un esempio classico:

Enrica, Assunta, Filomena, Luciano e Benedetta sono andati al cinema.

Basta un unico sostantivo maschile in un elenco per far scattare la desinenza maschile in tutti i termini declinabili riferiti all’elenco stesso; non è un retaggio patriarcale né alcuna altra scempiaggine venga ripetuta da quelle donne che femministe si dicono e non sono. Semplicemente, la lingua italiana non ha mezzi grammaticali per evitare che le orecchie delicate d’oggi si offendano a ogni piè sospinto: il neutro latino, che oggi sarebbe di tanta utilità, si è perso nelle pieghe del mutamento linguistico.

Del resto, si tende a far confusione fra le pari opportunità e la presenza delle donne nelle varie realtà lavorative del mondo contemporaneo: non è obbligatorio che, potendo ogni donna acceder al lavoro che preferisce, i due sessi si distribuiscano equamente in tutti i settori, poiché ognuno sceglierà in base alle proprie inclinazioni e ai propri interessi. Per esempio, se le donne laureate in ingegneria sono poche, può essere semplicemente che la maggior parte di loro non abbia interesse per l’ingegneria. Anche per questo non hanno mai avuto senso – né mai l’avranno – le leggi sulle quote rosa in politica: e se il numero di donne interessate alla gestione dello Stato si riducesse al punto, da non trovarne quante bastino alla pari rappresentanza nelle Camere? Senza contare che non esiste legge più sessista di quella, che dice alle donne: «Da oggi entrerete in Parlamento, e non perché siate capaci quanto gli uomini – quando mai? – ma perché siete donne. No, non c’è da dimostrare alcuna abilità: potreste essere intelligenti come un comodino, non importa: il criterio è l’apparato riproduttivo interno». Non è al contempo ridicolo e orrendo?

Quanto alla violenza, essa è intollerabile senza deroghe: nessun essere umano dovrebbe mai subire violenza, o addirittura la morte, per mano d’un altro essere umano; eppure ci si trova periodicamente a commentare casi di cronaca – ragion per cui risulta più facile creder autore del quinto comandamento Dio piuttosto che gli uomini. Proprio la cronaca tende a restituire del fenomeno una percezione non sempre oggettiva: si tende a credere, infatti, che la violenza di genere si eserciti a senso unico, dagli uomini verso le donne, e che serva pertanto una parola apposita nel codice penale, quell’orrido «femminicidio». A giudizio di chi scrive, la violenza si può esercitare in entrambe le direzioni, ma esiste una disparità di trattamento fra la donna che ha subìto violenza da un uomo, giustamente indicata come vittima, e l’uomo che l’ha subìta da una donna, in genere deriso. Si tace poi delle violenze fra persone dello stesso sesso, ma si permetta un’osservazione suscitata da certe reazioni ai recenti casi di attrici che hanno denunciato abusi da parte di produttori o registi: a volte, nessuno è più sessista verso una donna di un’altra donna. È giusto che si trovi nel Codice Penale un’aggravante di discriminazione sessuale, ma essa deve valere per tutti allo stesso modo, poiché «Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono uguali davanti alla legge, senza distinzioni di razza, sesso», ecc. (Cost., art. 2). La donna, che non è la sola discriminabile per il sesso, e non fa parte di una diversa specie, è pari, non superiore o inferiore. Pari: uccidere una donna non è intrinsecamente più grave che uccidere un uomo, e per questo nel codice si parla di “omicidio” – dal latino homo: essere umano senza distinzioni di sesso, contrapposto ad “animale”; se l’italiano ha rinunciato a distinguer l’uomo-umano dall’uomo-maschio, in latino vir, si rimproverino gli avi.

Prima di discutere di argomenti così importanti, questo si vuol sostenere, è giusto lasciar da parte i luoghi comuni; bisogna andare a fondo delle questioni, cercare di scegliere le battaglie sulla base della loro reale importanza. Sotto il nome del femminismo, spesso si portano avanti guerre inutili o stupide, prima ancora d’averne discusso seriamente, con la convinzione che l’altra parte in causa non possa capire, che vada solo schiacciata. Non diceva così un signore coi baffetti a spazzola qualche anno fa? Dopo aver osservato delle comunità umane nel Pacifico occidentale, il Bateson aveva elaborato un concetto che, in conclusione di questa trattazione senza pretese, pare utile richiamare: la schismogenesi è quel processo che si innesca quando uno dei due sessi tende a estremizzare i caratteri che considera propri, così da suscitare una reazione uguale e contraria nell’altro sesso: se nell’Ottocento le donne non contavano abbastanza nell’opinione di molti uomini, e allora hanno cercato di riemergere, il rischio è che esagerare dall’altra parte stia alimentando le reazioni scomposte da parte dei maschi più fragili psicologicamente. Ma è giusto viver un’eterna guerra dei sessi, e fonmentarla ogni tanto al contrario senza cercare mai una vera pace? E fino a che punto ci si potrà spingere senza radere al suolo la società, cioè l’insieme di relazioni che, in ogni luogo e tempo, ha garantito la sopravvivenza della specie umana?