Editoriale di Gianluca Berno, 1 novembre 2018

Si dice che l’Italia sia in condizioni economiche disastrose per colpa del suo elevatissimo debito pubblico. Non si dice che il debito pubblico è elevatissimo perché nel 1981 lo Stato ha rinunciato a controllarlo attraverso la Banca d’Italia, e che l’adozione di una moneta non nostra, su cui paghiamo il signoraggio bancario, non aiuta.

Ma, indipendentemente da ciò, l’Italia è messa meno peggio di quanto non si creda; e paradossalmente, questo è possibile grazie alla sua presunta arretratezza: i cittadini, tramite le banche in cui hanno i risparmi – moltissimi risparmi – possiedono ancora il 70% del debito nazionale, il che dà qualche speranza di cavarsela quando tutto andrà a catafascio. E succederà, basta vedere come sono messi realmente gli Stati che, in genere, ci vengono additati come i primi della classe, quelli col debito basso e titoli che rendono poco, quelli che trainano l’eurozona…

Prendiamo la Germania, proverbialmente il Paese-dai-Conti-in-Ordine: così in ordine, che ha il controllo dell’Unione Europea, che tanto unione non mi pare a questo punto; così in ordine, che ha potuto pretendere e ottenere la distruzione dello Stato e del popolo greci per motivi che, in un’Unione di democrazie vere, non avrebbero giustificato nemmeno il rovesciamento di un esecutivo incapace – e ne sappiamo qualcosa anche qui in Italia…

Ebbene, il Paese-dai-Conti-in-Ordine non ha i conti in ordine. D. Stelter, il 3 ottobre, sul blog “Voci dall’Estero”, riportava quanto scritto – contro ogni aspettativa – sul sito “The Globalist”; questo, a sua volta, seguiva gli studi del professor Raffelhüschen, Università di Friburgo: le politiche adottate in dodici anni d’ininterrotto cancellierato Merkel avranno un costo futuro enorme: la sola politica delle porte aperte agli immigrati, lungi dal pagar le pensioni ai Tedeschi come, in Italia, ripetono Boeri, Saviano e altri, costerà almeno 900 miliardi di euro solo per l’anno 2015. Il conto è presto fatto: per definizione, gli immigrati sono più poveri della popolazione che li ospita. Non è colpa loro, è semplicemente che si emigra da un Paese povero a uno ricco, altrimenti perché farlo? Ma questo significa che gli immigrati, prima di versare miliardi di contributi pensionistici ai loro ospiti, saranno i primi destinatari delle spese assistenziali, che in Germania sono molto generose. Oltre a questo, si ricordi la più volte citata regola dei quattro nigeriani senza diritti, che in tutti i Paesi sono molto più convenienti di un cittadino con i documenti in regola, e verranno di certo assunti – in nero. Ne consegue una povertà persistente che genera ulteriore bisogno di assistenza statale; quasi sempre, senza contributi pensionistici, o con retribuzioni ben più basse di quanto servirebbe per «pagarci le pensioni». Se anche i figli degli immigrati subissero il destino dei padri, come paiono indicare le tendenze attuali, il risultato per la Germania sarà qualcosa come 1500 miliardi di spese future. E qui non si tiene conto delle altre politiche adottate in dodici anni da zia Angela, perché allora il conto diverrebbe più salato, attestandosi su una cifra compresa fra 3700 e 4700 miliardi di euro.

Chiunque ora si chiederà su quali basi il professore di Friburgo possa fare previsioni così allarmanti: se la Germania è la locomotiva d’Europa, l’economia più forte! L’apparenza, in realtà, inganna: lo Stato tedesco impiega la contabilità fiscale, che si basa sulle entrate e sulle uscite del singolo anno; nessun cenno alle spese che un provvedimento approvato oggi porterà negli anni successivi. Domani è un altro giorno, si vedrà, come cantava anni fa Ornella Vanoni. Eppure, questo è un sistema alla tedesca, non all’italiana; e non solo è estraneo alla Ragioneria dello Stato italiano, ma a qualunque azienda sanamente gestita, in Italia come in Germania: troppo rischioso. La Merkel, dopo avere straperso in Assia, si è risolta al passo indietro: ha annunciato che alle prossime elezioni, quelle del 2021, non si candiderà.

La polvere sotto il tappeto è così tanta, che ormai serve uno sforzo d’immaginazione non indifferente, per non vedere il rigonfiamento: la Germania, che ha tanto voluto l’euro per campare d’esportazioni a spese di tutti gli altri, non ha fatto nulla per proteggere coloro che sostengono dall’interno la sua economia, ossia i cittadini del ceto medio. La domanda interna tedesca, affermavano F. Dragoni e A.M. Rinaldi sul sito Scenari Economici il 30 di ottobre, ha subìto tutti i contraccolpi delle politiche economiche merkelliane: i consumi delle famiglie sono passati dal 57% del PIL nel 2001 al 53% di oggi. Detto così non pare un grande crollo, ma significa qualcosa: tanto per cominciare la CDU, il partito di zia Angela, una sorta di Democrazia Cristiana alla tedesca, ha perduti quasi dieci punti percentuali, e non in qualche periferia degradata dell’Est, ma nella zona di Francoforte. A che cosa è mai servito svalutare il marco tedesco, travestito da euro, per diciotto anni, se alla fine le famiglie tedesche subiscono ugualmente una deflazione salariale? Il piano della Merkel è ora molto semplice: pregare che il tappeto nasconda tutto, aiutato dalla propaganda, fino al 2021, per poi scapparsene via, magari in Argentina.