Poemetto polimetro di Gianluca Berno.

Due parole prima di cominciare: l’obiettivo di questo esperimento è legare il più possibile la forma e il contenuto. A seconda di ciò di cui parlerà, la poesia cambierà metro – segnalo il cambio di passo alternando corsivo e tondo. La stessa poesia è stata già pubblicata qualche giorno fa sul blog Circolo 16, che vi esorto a leggere.

In principio

era il fonte,

e il fonte era sul monte,

e il monte era imponente.

Dal fonte tutto il dì

zampilla un’acqua viva,

ma appena esce di lì

di sùbito s’ingolfa in una diga.

Il castoro, il suo lavoro,

mille sassi in pochi passi;

di qua cozza, là si strozza

il ruscello che gorgoglia,

che s’imborglia

in un gioco d’aquitrini

popolati da girini.

Poi si fa ripido e scosceso

il lieve pendio del monte

e viene da gravità preso

il flusso, e si rende torrente:

e rapida si scarica,

fra mezzo ai sassi rotola,

schiumante, l’acqua gelida,

furoreggiando in giù.

Travolge in corsa i ciottoli,

li leviga sfregandoli,

e il viaggio al salmon complica;

la pioggia di lassù

l’ingrossa e più l’infuria;

in mulinelli s’agita

il flusso, finché ingiuria

l’orecchio nel cascar.

I vapori si diradano,

le correnti poi si calmano:

il torrente, fatto fiume,

scende i colli, e fra le brume

della piana va perdendosi

in meandri e in anse morbide.

Qualche volta fa paludi

o riflette il cielo blu.

Alle volte trascorre impetuoso

e trascina chi incauto vi cade;

altre volte si scinde in più strade

o di fiumi diversi è il riposo.

Se l’azione dell’uomo invasiva

ruba l’acqua per darla a dei campi;

o se a lungo non piove – ci scampi

il Signore da questo! – ogni riva

s’avvicina alla dirimpettaia:

si riduce a rigagnolo il fiume,

fra i canneti, le pietre e il marciume

d’un’estate dal sole che abbaia

e che ringhia bruciando l’erbaccia.

Qualche volta, fra gli argini in pietra,

è aggiogato dai ponti: si arretra

l’acqua in innanzi al progresso che traccia

strade ai lati, ed erige palazzi?

Solo in parte, ma a volte si scuote

la creatura, e s’ingrossa, e percuote

le fatiche degli uomini pazzi.

Altre volte, quando il terreno è buono

e lascia spazio al fiume d’allargarsi,

s’acquieta il moto e si attutisce il suono:

allora l’acqua riesce a stiracchiarsi,

diventa un lago e ispira al cuore pace,

e vien la voglia a nuoto di gettarsi.

Ma a volte tanta quiete è anche fallace:

ché l’acqua dolce non sostiene il corpo

e, quando s’agita, anch’ella è mordace.

Poi il lago torna fiume

e scorre ancora lento,

e giunge – si presume –

al proprio compimento:

se ancora corre rapido, la riva

rimane incisa da un profondo estuario;

se invece stanco del cammino arriva,

in un reticolo si perde, vario,

che per la forma delta è nominato.

In ogni caso del mare è immissario,

là dove l’onda s’infrange avvolgendosi contro gli scogli,

mentre stridendo un gabbiano le nuvole fende, lontano.