di Gianluca Berno

Troverete qui gli altri Saggi senza pretese. Il presente s’addentra in un territorio arduo, ma si spera di aver discusso la faccenda con chiarezza.

Di recente è ricomparsa la notizia della modifica del Padre nostro, proposta da alcuni filologi e, secondo il Televideo di qualche giorno fa, approvata dal Papa.

Tutti, immagino, hanno presente la penultima proposizione di cui si compone la nota preghiera, quella che accomuna tutti i cristiani al di là delle confessioni: «…e non ci indurre in tentazione…». Questa frase è stata spesso un problema interpretativo per gli esegeti biblici, dato che chiedere a Dio di “non indurre in tentazione” appare ben strano: chi tenta è il diavolo, lo sanno anche i bambini che vanno a catechismo. La modifica del testo, però, per come è stata pensata e presentata, pone problemi ancor più grossi che un verso da spiegare; problemi per i quali s’invita il lettore ad addentrarsi nella teologia per un istante, indipendentemente dalle proprie convinzioni in fatto di metafisica. Si tratta di una diatriba, infatti, tutta interna alla Chiesa cattolica e ai suoi principî.

Il Padre nostro è attestato per la prima volta nei Vangeli, come insegnamento di Gesù in persona; i Vangeli, nella più antica stesura che si conosca, sono scritti in greco antico. Gli studiosi che hanno proposto la modifica sono partiti dal postulato che il testo greco fosse una traduzione d’un ipotetico originale ebraico, andato poi perduto: per questo, hanno tentato di ricostruire questa prima redazione ebraica partendo dal greco. Ne risultava un verbo che avrebbe anche potuto significare: «non lasciarci nella tentazione», appunto il nuovo testo proposto per la preghiera.

Ora, se qualcuno trovasse davvero questi Vangeli in lingua ebraica, in modo da avere la controprova, non ci sarebbe nulla da eccepire; ma, allo stato attuale delle ricerche, non si hanno prove della loro esistenza; la possibilità che la versione greca non sia l’originale, ma una traduzione errata, è esattamente del cinquanta percento. Come si può stabilire chi abbia ragione? Nel merito, non c’è modo di farlo; ma esiste un problema dogmatico di cui il Papa avrebbe dovuto tener conto prima di approvare la modifica. I settantatré libri della Bibbia cristiana sono stati scritti lungo parecchi secoli da molte mani, spesso ignote, e inclusi nel canone da una tradizione di studi teologici che parte dai dotti ebrei e risale fino ai Padri della Chiesa. L’integrità dei Testi sacri, e di tutta la dottrina che ne discende, è legata, in àmbito cristiano, a un dogma che sicuramente è professato dalla Chiesa di Roma, ma con ogni probabilità è creduto anche da ortodossi e protestanti, tanto è basilare: tutti quegli autori sono ispirati direttamente da Dio, che è fatto garante unico della correttezza della Bibbia; anche delle traduzioni, però.

Quindi, ricapitolando:

  1. alcuni studiosi più o meno dei nostri giorni, ritenendo teologicamente inaccettabile e finanche blasfema la frase del Padre nostro «non ci indurre in tentazione», hanno creduto che dovesse esserci un orginale ebraico dei Vangeli, andato perduto, in cui la frase avrebbe avuto un altro senso, più accettabile;
  2. hanno ricostruito l’ipotetico testo ebraico sulla base di quello greco esistente;
  3. hanno proposto alla Chiesa cattolica – non alle altre, però – di cambiare il testo del Padre nostro sulla base della loro ricostruzione ipotetica di un originale di cui non si è provata l’esistenza.

Bene, ma rimane il fatto che la Chiesa ha sempre creduto – e tutt’ora crede – che, dietro la serie sterminata degli autori materiali della Bibbia, ci sia un autore di ultima istanza, dal quale dipende il lavoro di tutti gli altri; questo Autore supremo è Dio, il quale avrebbe ispirato anche i traduttori e i commentatori, affinché tutto il genere umano fosse guidato a salvezza. «Una piccola bagatella», direbbe l’Azzeccagarbugli. Alla luce del dogma, una modifica del Padre nostro implica:

  1. che, dopo aver curato l’edizione ebraica dei Vangeli, Dio abbia lasciato la traduzione greca nelle mani di alcuni incapaci, che hanno usato un verbo fraintendibile per la preghiera principe dei cristiani;
  2. che, dopo il pasticcio della traduzione greca sbagliata, Dio non si sia preoccupato che sopravvivesse almeno una copia dell’originale ebraico, lasciando circolare solo il testo greco errato;
  3. che poi l’Altissimo, non contento del danno, abbia affidato la traduzione latina a un altro praticone, un certo vescovo Girolamo, fatto poi santo, che rese il greco con un letteralissimo «et ne nos inducas in temptationem»;
  4. che lo stesso Dio abbia accettato che 265 Papi, tutti i loro vescovi, i sacerdoti, i frati, le suore, i diaconi e i fedeli, per duemila anni, durante la preghiera Lo insultassero chiedendoGli di non indurli in tentazione;
  5. che, infine, nella seconda metà del secolo scorso, Nostro Signore si sia finalmente svegliato e, sporgendosi un momento dall’alto dei cieli, abbia chiesto a un gruppo di studiosi di rimettere le cose a posto.

Io, fossi il Papa, ci andrei coi piedi di piombo: posto il dogma di cui sopra, non si tratta più di cambiare una semplice frase, ma di mettere in dubbio la sanità mentale di Dio stesso. Se la frase tradizionalmente accettata per due millenni è una bestemmia, non è che con questa modifica ce la caviamo meglio. Tanto più, si aggiunga, che non è così probabile che le altre confessioni ci vengano dietro in questa riforma. Resta, è vero, il problema della frase tradizionale in greco, donde provengono la versione latina e quella italiana: se, come sostengo, non si deve cambiare il Padre nostro, bisognerà almeno trovare un senso accettabile alla frase di partenza. Paradossalmente, una possibile interpretazione è suggerita anche dal caso di specie: la sola tentazione in cui l’uomo possa esser indotto da Dio, sia pure indirettamente, è quella di attribuire a Lui parole che non ha detto, in modo da giustificare qualsiasi comportamento. Quanti uomini hanno fatto di Dio il paravento delle loro atrocità! Quanti cedono alla tentazione suprema di trarre dalla Sua Parola un passepartout, per poi spargere sangue!

Ma se Gesù ci ha davvero insegnato a pregare il Padre così, chiedendogli di non indurci in tentazione, io credo che l’abbia fatto perché sentisse che, in Suo nome, ne avremmo combinate di tutti i colori; fino al punto di correggerLo.