Editoriale di Gianluca Berno, 13 dicembre 2018

Quo usque tandem abutere, Conte, patientia nostra? Credete, non mi rivolgo al Presidente del Consiglio in maniera personale, per qualche forma d’astio: attraverso la sua figura, io parlo a tutto l’esecutivo e alla maggioranza parlamentare che lo sostiene; e non scelgo un noto passo di Cicerone per accusare, ma per domandare. Un tira e molla internazionale è una di quelle cose che non si possono protrarre a lungo: sopra tutto se dall’altra parte del tavolo c’è un muro di gomma.

Mentre il Presidente del Consiglio, infatti, cerca di portare avanti una trattativa disperata con Bruxelles per evitare la procedura d’infrazione, a costo d’abbassare dal 2,4 al 2,04% il deficit strutturale, la Gran Bretagna tentenna sull’uscita dall’Unione Europea e la Francia è a un passo dall’esplosione. Se l’esecutivo giallo-verde si sia soltanto piegato al bullismo politico dell’Europa – giacché i numeri nudi e crudi non permetterebbero ai burocrati di prendersela con noi – o stia prendendo tempo in attesa del cambio dei rapporti di forza a maggio 2019, quando le elezioni europee consentiranno ai cittadini la ribellione nel voto, non si sa ancora. Se però fosse nell’aria una mezza idea di optare per la prima ipotesi, già ora avverto il Governo: le promesse elettorali, prima o poi, vanno mantenute, se il clima politico rasenta la tifoseria calcistica. Posta l’assurdità antiscientifica delle regole di cui l’Unione si sostanzia, infrangerle è necessario per sopravvivere, o l’Italia diventerà una nuova Grecia. Bisogna anche ricordare che alla Francia, dal punto di vista finanziario lo Stato più indebitato dell’Eurozona, nessuno ha detto nulla dopo l’annuncio che di nuovo i cugini d’Oltralpe sforeranno il tetto del 3 percento. Naturalmente l’Unione Europea, quel luogo ameno ove regnano l’armonia e la pace, applica le regole ai deboli e le interpreta per i forti; o meglio, le applica a chi sembra debole e le interpreta per chi si crede forte. Il motivo per cui i Francesi sforeranno, in ogni caso, non è il placet dell’Impero germanico: lo sforamento è stato strappato alle fredde mani di Macron da un simpatico gruppo di cittadini giustamente incavolati come delle bestie, che rispondono al nome di Gilet Gialli.

Ma facciamo un passo indietro per capire in che situazione sia la Francia: oltre le gesta di un galoppino dei Rotschild, che ha fatto rimpiangere ai Francesi di non aver votato la Le Pen, esistono le previsioni di cui il Fondo Monetario Internazionale aveva fatto omaggio alla Francia sia all’elezione di Hollande sia durante il breve trionfo di Macron.

Per avere un’idea del problema, devo ricorrer al prof. Sen. Alberto Bagnai: egli, in questo articolo, speiga che le previsioni del F.M.I. sull’economia d’ogni Paese vengono costruite su tre grandi parametri; questi sommandosi devono dare zero, e sono il saldo pubblico, quello privato e quello estero: il primo coincide con il bilancio dello Stato, il secondo con l’ammontare delle ricchezze private, il terzo con la bilancia commerciale. Nelle economie avanzate, il primo saldo è sempre in deficit, perché lo Stato ha enormi spese, dalle quali non può prescindere; e tale è in Francia. Il secondo, in genere, è in surplus, ossia positivo; e in Francia lo è parecchio. Il terzo saldo, per non creare problemi, dovrebbe essere in negativo, ossia indicare che il Paese in questione esporta più di quanto importi; o comunqe, dovrebbe essere bilanciato da interventi mirati. Il problema è che la Francia, dal 2002 al 2007 forte di un saldo con l’estero favorevole, con la crisi si è trovata a non coprire più con le esportazioni ciò che spende in importazioni: ha due “deficit gemelli”, uno dello Stato e uno con altri Stati. Perché il Fondo Monetario Internazionale ha potuto credere che tartassare i cittadini, cioè abbassare il saldo privato come hanno fatto tanto Hollande quanto Macron, potesse riequilibrare gli altri due saldi?

Questo è il bell’inghippo in cui si trova il nostro Napoleone della domenica: rispettar fino alla tragedia le regole europee, o aumentare ulteriormente il deficit pubblico, senza aver comunque nulla da sperare, solo per non far collassare anche il risparmio privato? Non è nemmeno il caso di discuterne, no? Alziamo il deficit sopra il 3 percento e aumentiamo il salario minimo. Come dire: accendiamo le pompe idrovore ora, che abbiamo navigato a mezza forza per quindici minuti dopo l’urto con l’iceberg. Vi ricorda nulla? Il solo modo in cui la Francia possa riequilibrare il saldo con l’estero si articola in due mosse, ciascuna delle quali complementare all’altra: ridurre la dipendenza dalle importazioni e svalutare la moneta: cioè tornare al franco: cioè abbandonare l’Unione Europea, non prevedendo il Trattato di Lisbona un modo di lasciar la valuta unica senza uscir anche da tutto il resto. Naturalmente, a Macron tale piano non passerà nemmeno per l’anticamera del cervello: egli ha puntato tutto sull’Europa e con essa affonderà, come zia Angela. La domanda è se i Gilet Gialli, fra i quali si sono notati striscioni a favore della “Frexit”, possano accettare i provvedimenti annunciati fin qui dall’Eliseo: basterà aver cestinato le nuove accise sulla benzina e aver annunciato che i salari minimi aumenteranno di cento euro?

Per ora, con l’umorismo sottile che contraddistingue le sue rare dichiarazioni pubbliche, il ministro e professor Savona – stando a Internet – avrebbe ringraziato Macron perché, alla propria età, non pensava più di poter assistere a una Rivoluzione francese. Mi chiedo se un vero e proprio dietro-front italiano sulla manovra economica, alla lunga, non possa innescare qualcosa di simile anche qui; e me lo chiedo con timore, perché in genere una rivoluzione è quel grande guazzabuglio politico armato che, alla fine, fa preferire l’antico regime anche ai più ferventi rivoluzionari. L’unica speranza che mi concedo al momento è che l’Italia regga fino alle europee, che queste vadano come si presume e che si giunga a poter trattare un cambiamento serio delle regole comunitarie, aprendo la strada allo smantellamento concordato dell’unione monetaria.