Satira n° 34 di Gianluca Berno

In attesa di Sanremo: avete mai fatto caso alle paroline, spesso senza un vero significato, con cui si rimedia ai vuoti nei testi delle canzoni?

(Già che ci sono, vorrei richiamare un po’ l’attenzione sull’Indovina l’autore/2, che ancora è senza soluzione…).

Son milioni gli autori di canzoni

arrivati a un passo che va riempito

con il testo, in sostanza, già finito:

e spuntano le strane soluzioni:

na-na-na, che in quel punto bene sta;

una sfilza di “me” e “te”, di “lo sai”

(quando non so che dir) oppure “mai”;

se no, una vocale si allungherà.

Il raffinato gioca con la musica:

del clarinetto, allora, parlerà,

che fa filù filù filù filà;

o, ancor, farà apparire cosa logica

le paroline aggiunte per riempire:

la canzone che mi passa per la testa

di zum zum zum zum zum apre la festa,

e ti ripeto pure, a non finire

quel motivetto che mi piace tanto:

“du du du du, una parola che alletta”

pensò una coppietta, Minghi e Mietta:

variata la propose nel suo canto.

Usò quel da da da una band straniera,

mentre la pillola del du du du

con un poco di Zucchero va giù.

Poiché essi cantano da un’altra sfera,

giustifico Battiato e Paolo Conte;

Morandi mitraglia ra ta ta ta,

mentre non si sa dove sta Zazà.

D’ispirazione anche Modugno è fonte:

con un oh oh!, chiunque volerà;

sospira con Cocciante: ah! Ah ah ah…

e col migliore acuto finirà:

la la la la la la la la la la!