di Gianluca Berno

Reduce dalla prima puntata del LXIX Festival della Canzone Italiana – l’ultima esibizione è finita intorno all’una di notte – raccolgo qui le mie riflessioni, come ho già fatto i due scorsi anni; troverete le recensioni del 2017 e del 2018 in questa pagina, alla sezione “Recensioni”. Quest’anno la gara dei giovani è stata fatta prima del Festival, come requisito d’accesso: i due giovani che hanno vinto sono stati mescolati agli altri cantanti, perciò ho deciso di raccogliere tutti i brani qui. Un altro articolo uscirà domenica 10 e conterrà il commento ai duetti della quarta serata, oltre alle osservazioni sul podio. Se voi pure avete visto Sanremo ieri sera, anche parzialmente o in preda alla disperazione di non trovar altro in televisione, fatemi sapere le vostre impressioni. Buona lettura.

Le ventiquattro canzoni in gara (et alia)

Apertura: Baglioni-Bisio-Raffaele cantano in cima alle scale Voglio andar via; commento di mia madre: «Di già?». Come sempre, Baglioni è auto-celebrativo al massimo, perciò gli do un 5; Bisio è in vestaglia. Il Direttore/Dittatore/e da oggi Dirottatore Artistico di Sanremo si lancia in un’omelia sull’armonia, che è il fine di questa edizione. Riporto com’è stato detto il commento di mio padre: «Se non faceva il cantante, faceva il prete». L’ordine delle canzoni è quello con cui sono uscite ieri sera.

Fracesco RengaAspetto che torni|Eguale a mille altri, il brano incomincia da un ritmo vagamente cardiaco sotto il quale Renga, semplicemente, non si ode. Non si è capita una parola, in compenso ci sono sempre i suoi acuti un po’ miagolati; quando le parole diventano comprensibili, ossia nel ritornello, si chiarisce anche perché nella Genesi il frutto proibito viene dall’Albero della Conoscenza: pappardella amorosa scontata. Voto: 5

Nino D’Angelo e Livio CoriUn’altra luce|Cori copia un po’ Giovanni Caccamo, ma non è male; incomprensibile la parte di testo affidata a Nino D’Angelo. Il ritornello è in arabo classico, con violini giapponesi. Voto: 5,5

NekMi farò trovare pronto|Voce subito e sottofondo che sale, com’è nel suo stile; ma lo stucchevole testo cuore/amore si riconosce fin dal principio, nonostante il velo di musica elettronica. Forse verrà bene in radio, ma è tediosamente ripetitiva. Mio padre: «Ma l’ha scritta col telegrafo?». Voto: 5

The Zen Circus, L’amore è una dittatura| Il cantante è una parodia di Cocciante. («Le porte aperte e i porti chiusi». Che palle! Diciamola tutta subito: chi ha letto gli Editoriali sa bene che chi scrive non è un “immigrazionista”, ma un pericoloso reazionario convinto che ogni popolo abbia il sacrosanto diritto a un posto chiamato patria, che gli Africani non si muovono volontariamente e che questo è tutto un business coloniale da fermare con ogni mezzo. Per me, chi tira fuori l’argomento delle migrazioni oggi vuol fare soldi col pietismo). Il brano si presenta come una lista della spesa di parole urlate e vocali storpiate, per concludere con un’ola da stadio. Una pena. Voto: 4

Il VoloMusica che resta|Inizio che sembra quello di Grande amore, e già partiamo male. A «Tu che sei la forza e il coraggio», cantata con un pizzico di lirica, vien da rispondere «kyrie eleison», e proprio qui sta il problema: il brano è un po’ lirico e un po’ pop, un po’ nuovo e un po’ vecchio, ma con una mescolanza che non funziona. Al primo ascolto, ho pensato: «Se i prossimi cantanti sono uguali a quelli di prima, questi vincono solo per disperazione». Belle voci buttate a mare. Voto: 5,5

Loredana BertèCosa ti aspetti da me|Mah, intanto che tu prenda un Bronchenolo. Ma se si lasciano da parte le cattiverie, il pezzo non è del tutto spiacevole nemmeno negli acuti, dove pure si avverte lo sforzo. La Bertè è riuscita a esser energica con malinconia, combinazione che pareva impossibile: solo per questo merita di salvarsi, anche se pesa la tendenza a ripetersi, pur compostamente e con sobrietà. Prima sufficienza. Voto: 6

Ospite Bocelli, prima (quasi) da solo e poi col figlio: dopo venticinque anni, canta di nuovo sul palco dell’Ariston Il mare calmo della sera, ma s’intromette maldestramente Baglioni e il brano viene malamente «baglionizzato» (cit. mia madre). Segue il duetto padre e figlio, con Follow me. Ed ecco spiegato perché non gareggia da decenni: non ci sarebbe partita.

Daniele SilvestriArgento vivo|L’inizio con gli archi è interessante, ma le percussioni lo rovinano, così come la deriva rap di Silvestri; ma il testo è impegnato e confezionato in modo molto lontano dal tipico pezzo sanremese. Ora il dubbio è se il pubblico apprezzi o meno tanta novità; per me potrebbe piazzarsi, nonostante lo scivolone iniziale. Voto: 7

Intermezzo: ironica difesa d’ufficio del Baglioni politico a opera di Bisio. Si sarebbe potuto anche evitare del tutto ogni accenno al comizio di qualche mese fa in conferenza stampa, e il Festival sarebbe andato avanti lo stesso, ma il comico riesce ad alleggerire tutto. Poi arriva Baglioni e canta Sono qui: quest’anno sta resistendo all’impulso di cantare tutto lui e premiarsi da solo alla fine? La Raffaele salva tutto con una frase: «Due Claudi al prezzo di uno!».

Federica Carta e ShadeSenza farlo apposta|Classica panacea per certi brani: quello che non dovrebbe cantare rappa le strofe, quella intonata si sfoga nel ritornello. La Carta è naturalmente vestita da… caramella. Ma la vera questione che mi disturba è la tendenza di tutti i cantanti, qui riconfermata, a ripeter a vuoto versi singoli o tutto il ritornello per arrivare a tre minuti: se non avevi niente da scrivere, perché partecipi? Voto: 6 –

UltimoI tuoi particolari|«È da tampo che non santo più…»: fra gli autori, però, non pare figuri Lisa Simpson. La voce tende a Tiziano Ferro, ma non dispiace nel prosieguo. Come in molti casi, è un peccato che il testo sia un po’ banale. Voto: 7

Favino e la Raffaele – compreso un momento Hunziker della medesima – intrattengono il pubblico allungando un po’. Non male, sopra tutto il medley dei tre musical.

Paola TurciL’ultimo ostacolo|Rif rock, poi la Turci divide la strofa in sillabe: perché? Il ritornello è radiofonico, secondo me, e piacevole. Purtroppo, un acuto non riesce, ma tutto sommato si può ascoltare. Voto: 6,5

MottaDov’è l’Italia?|No, tranquillo, ha cambiato canale ma poi torna. Il cantante pare Ermal Meta, sullo sfondo il solito tema immigrazione, che pare messo lì perché bisogna. La voce è dimenticabile, magari con un buon lavoro di rimozione dei traumi. Bocciato subito. Voto: 3

Il secondo vestito della Raffaele, visto da lontano, sembra avere un’enorme zip argentata; in compenso, Bisio non è più vestito da tappezzeria d’epoca.

BoomdabashPer un milione|L’introduzione punta quasi esclusivamente sulla voce, ma si intuisce sotto il ritmo reggae. Di base, è musicalmente molto carina, ma il testo appare debole, parecchio scontato. Non si riesce a non classificarlo nella categoria “canzonetta”, anche se è in stile giamaicano. Voto: 6 –

Patty Pravo e BrigaUn po’ come la vita|La Pravo, alla sua ennesima reincarnazione, ci stupisce con una pettinatura leggermente rasta, quasi aleggiasse ancora l’onda lunga dei Boomdabash; problemi tecnici ritardano in modo imbarazzante l’esecuzione del brano, che poi rivela un curioso – e per alcuni indigesto – accostamento di voci. Voto: 6,5

Simone CristicchiAbbi cura di me|Col suo stile molto parlato, Cristicchi inizia un lungo discorso su note dolci e intimiste; segue un ritmo da marcia militare, sovrastato da archi solenni, in un crescendo maestoso che mi ha favorevolmente impressionato. Molto bella, per me dovrebbe piazzarsi. Voto: 8

Sul palco, Giorgia: «sempre più emaciata» come Pina Fantozzi, ha ancora un’ottima voce: propone un medley dal suo nuovo album di cover, compresa I Will Always Love You della impareggiabile Whitney Houston. Infatti non osa pareggiarla neanche lei, ed evita l’acuto più famoso del mondo, prendendo la rincorsa per finire in alto solo all’ultimo. Poi canta Come saprei, con cui aveva vinto il Festival del ’95, accompagnata al pianoforte dall’eterno Baglioni; il quale anche qui perde un’occasione di tacere.

Achille LauroRolls-Royce|Il cantante g-g-giovane per i g-g-giovani ha il nome d’un noto armatore del Novecento, la cui compagnia fu commissariata venti o trent’anni fa, per poi procedere all’arresto dello stesso commissario; la sventurata nave ammiraglia, che aveva lo stesso nome, fu presa d’assalto e dirottata da membri dell’OLP negli anni Ottanta, e si incendiò al largo della Somalia nel ’94. Tutto questo per dire che il brano non fa una fine migliore. Voto: 3,5

ArisaMi sento bene|Grandiosa introduzione in stile classico, seguita dall’improvvisa esplosione di un ritmo travolgente. Qualcuno pensa d’aver già sentito degli accordi, ma è uno spettacolo dall’inizio alla fine; fine che, per altro, chiude il cerchio con un ritorno alla dolcezza. Voto: 8

NegritaI ragazzi stanno bene|Iniziano con un fischiettare sospetto di plagio, poi parte il rock alla vecchia maniera. Ancora una volta compaiono gli immigrati, ma non è troppo chiaro da che lato guardino alla vicenda, perciò concedo loro il beneficio del dubbio. Ciò che mi ha annoiato del testo, in realtà, è l’ennesima rivisitazione di un paradossalmente ormai decrepito vitalismo giovanilistico. Tanto, alla fine, quelli che spaccavano tutto da giovani vanno a lavorare in banca. Voto: 6 –

GhemonRose viola|Arriva con l’impermeabile bogartiano e canta in bilico fra una bella voce e la stecca, un po’ rap e un po’ soul. In sostanza, galleggia e nulla più. Voto: 6 –

EinarParole nuove|L’inizio è quello d’altre ottocentoventi canzoni, e la struttura molto prevedibile: piano, fortissimo, piano con più corpo, ancora fortissimo; un ritornello cerca di ribadire il concetto ripetendo a vuoto poche parole, per niente nuove. Un compitino non deve bastare a Sanremo. Bocciato. Voto: 4,5

Ex-OtagoSolo una canzone|Quando il pianoforte inzia suonando le ore e i quarti come un comapanile, e il cantante biascica qualcosa in stile lamentoso, sai già dove andrà a parare la canzone. Voto: 5

Qui da qualche parte dovrebbe collocarsi un’esibizione virtuosistica che dimostra come la Raffaele sia capacissima di condurre il Festival da sola: è infatti sul palco con Claudio Bisio, Claudio Baglioni e l’attore ospite Claudio Santamaria. I microfoni, sapientemente assegnati con le etichette «Claudio», «Claudio», «Claudio» e «Non Claudio», servono a omaggiare il Quartetto Cetra, in occasione dei settant’anni dall’incisione di Nella vecchia fattoria. Nasce un numero che, personalmente, ho molto apprezzato, sotto la direzione dell’imitatrice.

Anna TatangeloLe nostre anime di notte|Molto classica, ma con un ritmo più rapido e incalzante come sottofondo. La voce funziona, il testo è convenzionale e, notano i critici, si adatta abbastanza a raccontare la storia con Gigi D’Alessio. Non ci sono cadute gravi o evidenti, perciò manteniamo l’equilibro nel giudizio come la cantante l’ha mantenuto sul palco. Voto: 6

IramaLa ragazza con il cuore di latta|Inizio da carillon, con un Irama fra il sussurro e il rap. Se non altro, il brano ha un che di narrativo: presenta una vicenda familiare cruda e difficile, con un ritornello orecchiabile. Come dicevano sul “Telesette”, è un testo ruffiano che, visti i risultati dell’anno scorso, potrebbe andar lontano. Voto: 6

Enrico NigiottiNonno Hollywood|La canzone è musicalmente molto nella media, anche troppo, ma il contenuto funziona: è un commosso ricordo del nonno appena mancato e un’occasione di riflettere e invitare a riflettere sul corso degli eventi dai suoi tempi a oggi, per chiederci se, forse, non abbiamo sbagliato qualcosa. Voto: 7

MahmoodSoldi|L’esperimento di ripulire un po’ la trap, al fine di presentarla sul palco dell’Ariston senza far svenire i vecchietti, è inutile all’una di notte, e rimarrà tale anche nelle prossime serate, per quanto mi riguarda. Si può rispedire al mittente senza alcuna compromissione per il Festival. Voto: 4,5

Finita la carrellata, a presto!