di Gianluca Berno

Dopo la serata finale più deludente nella Storia del Festival, in cui ha vinto uno che avrebbe dovuto star fuori anche dai primi dieci, pubblico le recensioni della quarta serata, quella dei duetti, e alcune osservazioni sui premi della finale; compresi i motivi del mio sdegno.

I duetti della quarta serata

Federica Carta e Shade, Senza farlo apposta, con Cristina D’Avena | Il terzetto funziona – sarò pazzo io, non so – e la D’Avena riesce a ingentilire un ritornello urlato; ma anche a dimostrare che questo brano potrebbe riciclarsi come sigla d’un cartone animato…

Motta, Dov’è l’Italia?, con Nada | Diciamo quello che resta di Nada, purtroppo. Non pare un pezzo eccezionale, ma mi sono ricreduto sul riferimento all’immigrazione perché, in fondo, potrebbe essere molto più metaforico che reale: la canzone potrebbe essere anche un lamento degli Italiani sugli Italiani, a causa di una certa carenza di senso civico. Il fatto che Motta canti meno è tutto valore aggiunto, ma non abbastanza perché il duetto vincesse la serata, com’è invece successo.

Irama, La ragazza con il cuore di latta, con Noemi | Buona l’accoppiata di voci, che suona bene anche quando il ritornello è urlato; bello il gorgheggio di Noemi, che dà veramente «un tocco più soul» (Bisio).

Ligabue entra senza introduzioni e canta subito Luci d’America, poi Bisio lo presenta bene – tre volte, secondo un siparietto non originale ma carino. Segue Urlando contro il cielo, poi arriva Baglioni, che duetta con Ligabue… e “baglionizza” Dio è morto in omaggio (?) a Guccini. La differenza fra i due cantanti si taglia col coltello.

Patty Pravo e Briga, Un po’ come la vita, con Giovanni Caccamo | Esistono due specie di duetti: quelli che aggiungono qualcosa alla canzone, sia una strofa in più, una nuova atmosfera o altro; e quelli che non servono a niente. Questo è della seconda categoria.

I Negrita, I ragazzi stanno bene, con Enrico Ruggeri e Roy Paci | Alla fine ho scoperto il plagio del fischiettato iniziale: è la versione rallentata di L’estate sta finendo dei Righeira; ora, il pezzo incriminato è affidato alla tromba di Roy Paci, mentre Ruggeri si fa da solo la caricatura. L’effetto complessivo è quello di una festa scatenata che annega nella noia, dopo che i partecipanti dormono ottenebrati dai fumi dell’alcol; oppure di una balera a fine serata. E meno male che era un pezzo giovanile…

Baglioni dice qualcosa che pare la conferma di una sua prossima conduzione di Sanremo; ma forse è una sua speranza e nulla più.

Il Volo, Musica che resta, con Alessandro Quarta | La scelta di un virtuoso del violino è molto azzeccata, anche perché nasconde bene il plagio di Grande amore all’inizio; ma la caduta di stile potrebbe essere dietro l’angolo: il terzetto non ha scelto un cantante: sarà per non fare confusione o per megalomania?

Scenetta carina: Baglioni e la Raffaele con la chitarra di lei montata al contrario.

Arisa, Mi sento bene, con Tony Hadley e i Kataklò | Ancora dotato d’una gran voce, l’ex cantante degli Spandau Ballet accompagna Arisa un po’ in inglese e un po’ in italiano – o, meglio, in maldeiprimitivese. Niente male, davvero.

Mahmood, Soldi, con Guè Pequeno | Anche qui, manca la variazione che renda utile il duetto. Dimenticabile era e dimenticabile rimane.

Ghemon, Rose viola, con Diodato e i Calibro 35 | Comincia Diodato; in sottofondo, la band «che s’ispira al poliziesco anni Settanta». Ghemon ha indosso qualcosa che sembra una dalmatica. Va beh. L’atmosfera, però, guadagna moltissimo rispetto all’esibizione del cantante da solo.

Francesco Renga, Aspetto che torni, con Bungaro, Eleonora Abbagnale e Friedmann Vogel | I due ballerini sono impegnati una coreografia ispirata al pezzo, che è affidato al cantante e a Bungaro, uno degli autori. Il fatto che il brano, più che al solito amore, sia dedicata al padre malato d’Alzheimer, conferisce al brano un po’ d’interesse in più rispetto al primo ascolto.

Ultimo, I tuoi particolari, con Fabrizio Moro | Se c’era un modo, per Ultimo, di rovinare una gara quasi già vinta, era proprio chiamare Moro: non canta, urla. L’inizio potrebbe essere musicalmente scopiazzato da Favola dei Modà; ma non è un gran danno, visto che Ultimo canta alla grande.

L’intermezzo è affidato a Claudio Bisio, che monologa sul figlio di vent’anni e tutta la sua generazione, aggiungendo anche le colpe della propria dal punto di vista educativo. Il tutto, che si regge in eqilibrio fra un buon pezzo e la solita sbobba, si eleva a livelli davvero alti al momento dell’entrata in scena di Anastasio, il freestyler, che canta un pezzo scritto dietro le quinte in pochi minuti: una grande requisitoria che rivede tutto il monologo di Bisio dal punto di vista dei figli e dice semplicemente una grande verità: che ai giovani è stato detto falsamente: «per essere quello che vuoi, devi scordarti di quello che sei». Perché non ha gareggiato e vinto lui?

Nek, Mi farò trovare pronto, con Neri Marcorè | Il primo canta il ritornello, il secondo recita le strofe su un sottofondo musicale. Non c’è altro da aggiungere.

Boomdabash, Per un milione, con Rocco Hunt | Senza dubbio molto radiofonico; non si notano differenze sostanziali rispetto al pezzo originale, ma insieme stanno bene.

The Zen Circus, L’amore è una dittatura, con Brunori Sas | La canzone, se così la si può definire, non ottiene enormi miglioramenti; Brunori è meglio del cantante titolare, ma ci vuol poco.

Paola Turci, L’ultimo ostacolo, con Giuseppe Fiorello | La canzone viene rallentata quel tanto che basta a inserire Beppe Fiorello, scopertosi bravo a cantare quando, anni fa, ha dovuto impersonare Domenico Modugno in uno sceneggiato. Bell’accostamento, ma non si vede perchè inserire l’ennesimo pezzo parlato: come ha detto nella terza serata Paolo Cevoli: «Questo è il Festival della Prosa!».

Anna Tatangelo, Le nostre anime di notte, con Syria | Syria si presenta con un decolleté a rischio esondazione, mentre la Tatangelo, per una sera, è più abbottonata di una di quelle vecchie governanti da romanzo ottocentesco. Buono il duetto, molto armonico, senza sbavature.

Ex-Otago, Solo una canzone, con Jack Savoretti | Di origini liguri, il cantante londinese si esibisce in inglese, ma non regala grandi novità a un pezzo già troppo normale.

Enrico Nigiotti, Nonno Hollywood, con Paolo Jannacci e Massimo Ottoni | Esibizione molto elegante, con Jannacci che accompagna silenzioso al piano e Ottoni che correda il brano con la sua arte, i disegni di sabbia su un tavolo luminoso. L’atmosfera è assicurata, e avrebbe meritato di piazzarsi meglio.

Loredana Berté, Cosa ti aspetti da me, con Irene Grandi | Perfetta nel ritornello, Irene Grandi esplode con la sua voce forte e chiara dopo la strofa della Bertè; purtroppo, però, le parti s’invertono nella seconda parte: si conferma il rifiuto della Bertè di seguire il mio consiglio del Bronchenolo. Buono l’unisono.

Daniele Silvestri e Rancore, Argento vivo, con Manuel Agnelli | La canzone scorre per metà circa nella maniera cui eravamo abituati, poi compare in cima alle scale Agnelli, tipo Jesus Christ Superstar, con una strofa maestosamente gridata dall’alto, quasi a cappella. Poi, l’ospite fa il sottofondo con gli altri due che cantano. Di grande effetto.

Einar, Parole nuove, con Biondo e Sergio Sylvestre | Sylvestre, con la sua voce da coro Gospel, rivitalizza il brano; ma per timore che lo salvasse del tutto, hanno aggiunto Biondo con l’autotune.

Nino D’Angelo e Livio Cori, Un’altra luce, con I Sottotono | Finché gli  ospiti si limitano a suonare, la differenza non c’è; poi s’inserisce il cantante dei Sottotono – nome ch’è tutto un programma – con una voce vagamente da Orso Yogi. Del resto, anche senza duetto, è la canzone a essere sottotono.

Achille Lauro, Rolls-Royce, con Morgan | Pur con la raucedine perenne che lo contraddistingue, Morgan riesce nell’impresa di far sembrare questo brano quasi una canzone. Stendiamo una coperta di broccato, nera e pesantissima.

La quinta serata: le premiazioni

Lasciando da parte gli intermezzi e le esibizioni, alcune ottime, alcune mediocri e altre rovinose – povera Arisa, costretta a cantare con 39° di febbre, che si sono sentiti tutti! – passo direttamente alla premiazione. Menzoni speciali alla Raffaele, che troppo tardi fa ciò che sa fare imitando in un solo medley varie cantanti italiane; e a Baglioni, che duetta con Elisa in Vedrai, vedrai… di Tenco, riuscendo a farla bene: il cantante, tragicamente morto a Sanremo durante l’edizione del ’67 ha fatto il miracolo!

Classifica definitiva dal 24° al 4° posto: le delusioni cominciano subito: Nigiotti, Arisa, Cristicchi, Silvestri e Paola Turci sono decisamente troppo in basso; Achille Lauro, in una maniera vergognosa, non è ultimo ma nono, sopra il povero Nigiotti. Il podio contiene un solo meritevole, Ultimo. Il pubblico in sala, a quanto pare tutto per la Bertè, protesta, e non solo per lei; mi associo, alla faccia del “Festival dell’armonia”.

Premio della critica “Mia Martini”, assegnato dalla Sala Stampa: Daniele Silvestri e Rancore, Argento vivo.

Premio della critica “Lucio Dalla”, assegnato dal giornalismo digitale: Daniele Silvestri e Rancore, Argento vivo.

Premio “Sergo Endrigo” alla miglior interpretazione: Simone Cristicchi, Abbi cura di me.

Premio “Sergio Bardotti” al miglior testo: Daniele Silvestri e Rancore, Argento vivo.

Permio “Giancarlo Bigazzi” alla miglior composizione musicale, assegnato dall’orchestra del Festival: Simone Cristicchi, Abbi cura di me.

Premio “TIM Music” al brano più ascoltato in streaming: Ultimo, I tuoi particolari.

I premi hanno rappresentato un giusto risarcimento a chi avrebbe meritato realmente il podio; la Bertè, a quanto pare, è rimasta completamente a bocca asciutta, al quarto posto. Arrivano terzi i giovani de Il Volo; secondo Ultimo; primo Mahmood. La canzone di questa nuova proposta non è neanche una tragedia, ma non l’avrei vista neppure fra i primi dieci: il testo è su un tema poco praticato, ma irrilevante; la musica inconsistente. Il sospetto che l’edizione dell’anno scorso fosse truccata si rinforza con questa, e i motivi politici per far vincere Mahmood – o, meglio, le sue origini parzialmente straniere – non mancherebbero. Mi dispiace per lui: nessuno merita di essere strumentalizzato, e la faccia che ha fatto all’annuncio della sua vittoria dimostra appieno la sua buona fede. Per me, se è andata come immagino, non gli hanno fatto un buon servizio, ed è un vero peccato: meglio quindicesimi dopo una bella gara oggettiva, che primi per appagare l’ego smisurato dei benpensanti che, per tanti anni, si sono gloriati di snobbare il Festival, e ora ne trarranno lo spunto da campagna elettorale più becero (e razzista) del mondo.