Editoriale di Gianluca Berno, 20 febbraio 2019

Non ritengo si possa trovare un titolo più appropriato per riassumere in un colpo solo la valanga di notizie che ci ha sommersi dallo scorso editoriale. Chiunque abbia visto la televisione o letto i giornali ne avrà ricavato un’impressione di confusione totale. Anche io, però, per non affogare in questo mare, mi limiterò ad alcuni punti, e non tutti quelli di cui varrebbe la pena parlare.

Cominciando dal nostro attuale Governo, non nasconderò lo scarsissimo entusiasmo per il reddito di cittadinanza da poco approvato, sul quale rimangono aperti parecchi dubbi. A parte la necessità di riformare i centri per l’impiego, i rischi collegati a chi potrebbe approfittarsi della nuova norma e tutto ciò che già parecchi analisti hanno messo in luce, un’altra tessera dello strano mosaico mi preoccupa: si moltiplicano i casi di cambi di residenza e separazioni strategiche, a quanto pare; ma, qualora la notizia fosse confermata inequivocabilmente, significherebbe che i criteri di accesso a detto reddito favoriscono i singoli individui e non, come mi sarei aspettato, le famiglie numerose; quelle, cioè, che hanno un gran numero di bocche da sfamare a carico, e quindi più bisogno di soldi.

Tutti quanti hanno posto l’accento su quelli che, con un’espressione assolutamente da abolire, vengono designati  i «furbetti» del reddito; dico da abolire, perché chi truffa il proprio Stato, cioè la totalità dei cittadini che lo abitano, è un deficiente, non un furbo. In verità, secondo me, non è nemmeno questo il punto su cui battere: mi sono stancato di sentire alla televisione e sulla carta stampata che, qualunque legge si scriva, l’Italiano è colui che cerca istintivamente d’aggirarla. Questo è auto-razzismo: il popolo italiano non è geneticamente truffatore: semplicemente non si fida di nessuno; e ne ha ben d’onde, considerando quanti capi l’hanno illuso nella Storia, da Cesare a Renzi – e pensate che bel climax. E poiché non si fida, a ogni legge cerca di capire come non rimetterci un’altra volta: prima d’insultare i propri concittadini gratuitamente, i giornalisti, se n’esistono ancora, dovrebbero chiedersi quali comportamenti una legge scritta in un certo modo potrebbe agevolare, e se questi facciano bene al Paese. Se i risultati del reddito di cittadinanza son questi, significa che esso è pensato per i singoli e non per il gruppo, per chi vive in affitto e non per chi possiede una casa, magari piccola e cadente, pagata col sudore della fronte e trent’anni di mutuo: ossia, tende a sfaldare il tessuto sociale e le sicurezze economiche, prima di fornire il famoso «aiuto concreto alle persone». Forse è il caso di ragionare in termini di famiglie, se si vuole finalmente invertire la crisi demografica in atto. «Come faceva Mussolini?» diranno i benpensanti. Come faceva anche Augusto, se è per questo: garantire che nel 2050 esista qualcuno che paghi le pensioni a qualche milione di anziani non è di destra o di sinistra, è semplicemente di buonsenso.

Se poi mi si risponderà che per quello esistono gli immigrati, io mi metterò a ridere: prima di pagare le pensioni agli Italiani, gli immigrati, essendo per definizione più poveri di coloro che li ospitano, graveranno sul comparto assistenziale dell’INPS, poiché sono esseri umani in difficoltà e hanno diritto a tanta assistenza. Guarda caso, è proprio la spesa assistenziale a mettere a rischio l’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale, e non quella pensionistica; e questo potrà esservi confermato dalla maggior parte degli anziani che vive in Italia, da sempre in lotta contro la pressione alta e la pensione bassa.  Vorrei capire da Boeri come pensi di risolvere abbassando le pensioni i problemi di un Paese destinato ad avere più consumatori anziani che consumatori giovani. Poi ci sono anche i falsi invalidi, gli unici su cui possiamo rivalerci; ma, se anche tutto quello che han rubato fosse restituito, basterebbe a tamponare spese sempre più alte? I precedenti esecutivi non ci hanno lasciato in eredità solo immigrati per i quali non era stata pensata alcuna integrazione, ma anche cinque milioni di poveri nostrani in più, stando ai dati dell’ISTAT.

Inutile spiegare ancora una volta che nessun Governo, neanche quello Giallo-Verde, al netto degli errori scusabili e delle idiozie lampanti, potrebbe tamponare davvero quel buco, se non ha almeno la libertà di fare debito pubblico come se non ci fosse un domani. Molti arricceranno il naso: e poi chi paga il debito pubblico? Ma questa domanda implica che non si sappia – o non si voglia dire – che cos’è il debito pubblico: il nome è un pochino fuorviante, poiché esso è contemporaneamente un debito e un credito. Lo Stato chiede in prestito i soldi di cui ha bisogno per funzionare: strade, scuole, ospedali, polizia, vigili del fuoco, opere pubbliche, stipendi dei dipendenti, debiti – quelli sì – dell’amministrazione pubblica: tutto si paga emettendo buoni del tesoro, che dovrebbero essere acquistati dai cittadini stessi. Dunque, lo Stato chiede in prestito il denaro che gli serve dai suoi cittadini; ma lo Stato, come si diceva prima, è i suoi cittadini: li presta a sé stesso. Per di più, questi cittadini, che hanno prestato denaro oggi, fra dieci anni riavranno indietro il capitale e gli interessi: avranno, cioè, qualche soldo in più che potranno spendere di nuovo nell’economia nazionale, garantendo il suo funzionamento. Se qualcuno si chiedesse, allora, a che cosa serva pagare le tasse, risponderò che sono soldi in più con cui controllare l’inflazione e gli squilibri economici esterni, dato che quelli si possono solo arginare e non prevenire. Non c’è modo che un circuito del genere fallisca; o meglio, c’è: si chiama Unione Europea.

Il circuito di cui sopra, infatti, si basa sulla disponibilità virtualmente illimitata di denaro cui uno Stato sovrano può attingere in caso di necessità: uno Stato sovrano, infatti, può stampare i soldi dal nulla, e si trattiene solo perché non perdano improvvisamente tutto il loro valore. Il principio regolatore non è una riserva aurea, come nei tempi andati, ma la necessità dell’economia reale: si stampa solo quel che serve; ma se serve stampare di più, uno Stato che voglia chiamarsi tale ha anche diritto di operare una svalutazione, non dovuta al cambio fluttuante ma ai bisogni correnti. Questi diritti sovrani sono il motivo per cui, quando la Standard & Poors tolse agli Stati Uniti la tripla A nella valutazione di affidabilità del loro debito pubblico, nessuno si scompose; nemmeno i Cinesi, che di quel debito detengono una quota gigantesca. In Cina sanno che gli Americani, per ripagare gli interessi e il capitale versati da Pechino, possono stampare dollari senza chiedere nessun permesso col cappello in mano. L’Italia si è privata di questa possibilità adottando l’euro, dopo essersi già privata dell’altra misura di sicurezza fondamentale, quella che tiene a galla il Giappone, nel 1981: fino ad allora, il debito italiano era tutto in mano agli Italiani, perché i titoli di Stato rimasti invenduti erano acquistati dalla Banca d’Italia, che così li garantiva e li rifilava alle banche italiane come investimento a prova di bomba. Il famoso divorzio fra la Banca d’Italia e il Governo voluto nell’81 anticipava le ottuse e arretrate regole della futura Unione Europea (n. 1993 – m. a breve), la quale impedisce attivamente agli Stati membri di evitare che i loro titoli del debito finiscano nelle mani di speculatori stranieri senza scrupoli.

Se fossimo nell’Unione ma avessimo ancora la cara vecchia Lira (come la Gran Bretagna ha sempre tenuto la Sterlina anche quand’era dentro e la Svezia mantiene la Corona), potremmo ancora pagare interessi e capitale a queste sanguisughe internazionali senza che vengano a imporci come gestire i nostri soldi per paura di non riavere indietro i loro; ma attualmente abbiamo l’euro, cioè il Marco tedesco fissato al cambio del 1999: quindi, tutto il debito pubblico italiano è praticamente denominato in valuta estera, e del tutto ingestibile. Questo rende l’Italia una colonia che non può disporre di denaro suo, ed è vincolata a fare quello che vogliono gli altri, e ad aumentare il debito – debito che diventa un problema perché non è sotto controllo – per pagare il signoraggio bancario: una banconota da 100 euro ha un valore intrinseco (=costo di produzione: carta, inchiostro, energia, manodopera) di 30 centesimi; un valore nominale  (=quello scritto sopra) di 100 euro fissato da un trattato (e garantito solo dal copyright, dal momento che la BCE non è di nessuno Stato); e un costo, per lo Stato italiano che la compra, di euro 102,50, ossia capitale più signoraggio, ossia più di quello che vale. I due euro e mezzo in sovrappiù, poiché non sono prodotti da nessun altro che la stessa BCE, sono per l’Italia un debito.

Ma l’Italia non deve essere precipitosa: non deve far saltare il banco, o daranno tutti la colpa a lei; e i nostri nonni sanno bene che cosa succede quando i Tedeschi possono dare la colpa delle loro disfatte a qualcun altro. No, noi dobbiamo aspettare che la Deutsche Bank fallisca da sola; che i Gilét Gialli ghigliottinino Macron, liberino l’Africa dal Franco CFA e, di conseguenza, escano dall’Europa da soli; che lo Stato tedesco realizzi da solo di aver buttato via almeno 3700 miliardi di euro in politiche economiche assurde e accoglienza non pianificata degli immigrati, i quali rimangono poveri, ossia assistiti e non contribuenti dell’Ente previdenziale tedesco. Sarà uno di questi due Paesi a implorare la riforma o la dissoluzione stessa dell’euro, non noi. Questo dovrebbe essere il motivo per cui Conte, se ha davvero un piano che deve tener segreto, fa gli occhi dolci a zia Angela quando dovrebbe odiarla, e per cui il professor Savona in televisione auspica gli irrealizzabili Stati Uniti d’Europa: sa bene che per edificarli si dovrebbero mettere in comune tutti i debiti pubblici d’Europa e stampare gli Eurobond, garantiti da una BCE pubblica o almeno controllata dal super-Stato; ma questo è proprio quello che l’europeista (?) zia Angela non vuole, perché la sua (finta) potenza si basa sulla schiavitù per debiti di tutti gli altri – anche dell’amicone Macron, che fa tanto il figo e ha due deficit gemelli, mentre l’Italia no. Conte deve agire nell’ombra per evitare ritorsioni, e Savona vuole stanare i falsi amici dell’Europa e le loro autentiche mire imperialistiche.

Nel frattempo, gli Stati Uniti, come sempre in nome del dio-Petrolio, stanno cercando di dare il colpo di grazia al Venezuela, stroncato dalle loro sanzioni e non da Maduro, reo di aver lasciato l’unione monetaria col dollaro – ossia di aver negato agli Stati Uniti il diritto di accedere a prezzi modici alle enormi riserve petrolifere venezuelane, e qui stanno le ritorsioni di cui Conte deve aver paura. Ma naturalmente, quello che i cittadini dovranno pensare è che Maduro sia solo un cattivone e Guaidò solo la salvezza del suo popolo, e non, com’è realmente, il burattino americano. Su questo tema dissento da Salvini, che purtroppo deve fare la bella faccia agli Americani, mentre sono d’accordo sulle sue proteste d’innocenza circa l’accusa di sequestro, mossa di nuovo nei suoi confronti. Su tale vicenda grottesca, la patata bollente è in verità tutta per i Pentastellati, dal momento che solo la legittimazione popolare dell’altro giorno consente loro di negare ai giudici l’autorizzazione a procedere – dopo che per anni avevano ripetutamente tuonato che va sempre data, perché la Casta è brutta e cattiva. Certo che sono sfortunati: da quanto tempo non capitava a un’aula parlamentare un caso serio di fumus persecutionis? Proprio a loro, che negavano quest’eventualità, è toccato constatarlo…

Ma il mio pensiero, ora, va al povero Renzi, che pur di fare campagna elettorale tuona berlusconianamente contro i magistrati. Non scorgete una tragica ironia della sorte? Il partito dei colti e dei competenti (che ha votato leggi lesive dell’economia), che tiene tanto alla salute dei cittadini (ma impone dieci vaccini per contrastare una malattia sola), anti-razzista (ma che ha riempito il Paese d’immigrati solo per darli in pasto alle sue cooperative, senza un piano per collocarli), anti-fascista (ma che appena non lo votano accusa gli Italiani di essere analfabeti funzionali e vorrebbe rimuovere il suffragio universale), dalla parte delle donne (ma che non le considera abbastanza intelligenti da emergere in politica senza quote rosa); ora, dopo aver a lungo deriso come complottista chiunque tentava ragionamenti, anche validi, fuori dai suoi dogmi, si è ridotto a credere agli hacker russi che pilotano le elezioni in tutto il mondo e ai processi a orologeria contro il cadavere politico di Renzi. Se l’arresto dei genitori di un ex Presidente del Consiglio è a orologeria, suggerisco ai magistrati di ricaricare quell’orologio, perché è in ritardo di tre anni.