Sonetto nazionale n° 1 di Gianluca Berno

Cari lettori, state per leggere il primo di un ciclo di sonetti in cui si gioca su quelli che una volta si chiamavano i caratteri dei popoli, ossia quell’insieme d’abitudini tipiche e stereotipi con cui un popolo dipinge sé stesso e gli altri.

Cominciamo dall’autoritratto, ma prima terrei a segnalare un articoletto comparso mesi fa e passato inosservato a causa delle vacanze di Natale: era una breve poesiola, la seconda puntata d’Indovina l’autore: siccome muoio dalla voglia di scriverne delle altre, spero che qualcuno si cimenti a indovinare a chi alludevo in quei pochi versi; seguirà la terza puntata con la soluzione della seconda.

Di tutti i popoli mi credo meno:

fra i monumenti degli avi m’aggiro

né provo a farne più né più li ammiro,

ma innesto contro me un ottuso freno.

*

A fare come gli altri ogn’ora aspiro:

pesco le leggi dall’acque del Meno,

dai barbari che vivono oltre il Reno;

mi soffoco me odiando finché spiro.

*

Eppure, i miei difetti son d’ognuno,

e tanto li compenso con le doti

di cui gli altri Paesi sono vuoti:

*

e chi inventò il telefono? Meucci;

e chi inventò l’America? Vespucci.

Ma meglio era lasciar l’orbe digiuno.