di Gianluca Berno

Cari lettori, ricorrendo oggi i centosette anni dal naufragio del Titanic, pubblico un brano da un libro che ho reperito solo in inglese e sto traducendo. Non è un’inchiesta né una ricostruzione né un romanzo: si tratta del resoconto d’un sopravvissuto, il professor L. Beesley, vedovo e docente di Fisica in pensione laureato a Cambridge, il quale fu convinto a mettere per iscritto, in nome della verità, i ricordi di quel disastro, che per altro era anche il suo primo viaggio in mare. Credo che risalire a una testimonianza diretta lasci tutta un’altra impressione.

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D. Warner impersona il prof. Beesley nello sceneggiato televisivo S.O.S. Titanic, Gran Bretagna 1979 (immagine di “Moviefone” reperita su Google).

L. BEESLEY

La perdita del piroscafo Titanic. La sua storia e la sua lezione

Pp. 115-9.

  E poi, mentre osservavamo attoniti, lentamente s’inclinò verso l’alto, apparentemente ruotando intorno a un centro di gravità appena a poppavia di mezzanave, finché raggiunse una posizione verticale; e così essa rimase – immobile! Mentre saliva, le luci, che per tutta la notte avevano brillato senza interruzione, se n’andarono improvvisamente, tornarono per un solo istante, e infine se n’andarono tutte insieme. E mentre facevano questo, si udì un rumore […]; mi è sempre sembrato che non fossero altro che i motori e le macchine che uscivano dalle loro sedi, e precipitavano attraverso i compartimenti, schiantando qualunque cosa trovassero sulla loro strada. Era parte un ruggito, parte un cigolio, in parte uno sferragliamento e in parte uno schianto, e non fu un improvviso boato, come sarebbe stata un’esplosione: continuò ininterrotto per alcuni secondi, probabilmente dai quindici ai venti, man mano che il pesante macchinario rovinava in basso sino al fondo – ora la prora – della nave: suppongo che abbia sfondato la parete e sia affondato per primo, davanti alla nave. Ma era un rumore che nessuno aveva mai udito prima, e nessuno desidera udire di nuovo: era stupefacente, scioccante, mentre giungeva a noi sulle acque. Fu come se tutte le cose pesanti che si possano immaginare fossero state buttate giù per le scale dall’attico di un casamento, schiantandosi a vicenda e distruggendo le scale e tutto quel che incontravano.

  […].*

  Quando il rumore cessò, il Titanic era ancora dritto come una colonna: ora potevamo vederne solo la poppa, e circa 45 metri di esso si stagliavano nitidi contro il cielo stellato, una forma nera incombente nell’oscurità, e in questa posizione esso rimase per alcuni minuti – io credo cinque, ma può essere stato meno. Poi, prima sollevandosi un poco a poppa, pensai, esso scivolò lentamente in avanti attraverso l’acqua e s’inabissò inclinata in giù; il mare si chiuse su di esso, e avevamo visto la fine della splendida nave su cui ci eravamo imbarcati quattro giorni prima a Southampton.

  E al posto della nave su cui tutta la nostra attenzione era stata concentrata tanto a lungo, e alla quale avevamo guardato per la maggior parte del tempo perché era ancora il solo oggetto sul mare che fosse per noi un riferimento certo – al posto del Titanic, ora avevamo il mare piatto che si estendeva ininterrottamente fino all’orizzonte: ondeggiava lievemente proprio come prima, senza indizi, sulla superficie, che le onde si fossero appena richiuse sul più meraviglioso vascello mai costruito da mani d’uomo; le stelle guardavano giù, sempre le stesse, e l’aria era ancora rigidamente fredda.

  Ci parve un grande senso di solitudine, quando fummo abbandonati sul mare in una piccola lancia senza il Titanic: non che avvertissimo malessere – se non per il freddo – né ci sentissimo in pericolo: non pensavamo di trovarci in nessuno dei due casi, ma il Titanic non c’era più.

 

* Nel paragrafo omesso, il prof. Beesley dissentiva coi pochi superstiti per i quali la nave si era spezzata in due mentre affondava; come lui, sostennero la stessa tesi moltissimi altri testimoni, fra cui si ricordano il colonnello A. Gracie, anch’egli autore d’un libro sul naufragio, e il presidente della White Star Line J.B. Ismay (il quale, per altro, non avrebbe mai potuto sostenere la tesi della rottura dello scafo nemmeno avendola vista: sarebbe stato un disastro per la Compagnia, già travolta dalla notizia in sé, aggiungere dubbi forti sulla solidità dello scafo). Queste testimonianze, ancorché errate, ci danno comunque un indizio sulla dinamica del disastro: diciamo che non dev’essere andata come la raccontò Cameron…