Editoriale di Gianluca Berno, 5 maggio 2019.

Avete sentito Juncker? Se non l’avete sentito, ricapitolo io: sul “Fatto Quotidiano” del 2 maggio, che vi lascio qui da consultare se non ci credete, si riporta che il Presidente della Commissione Europea, il buon Gianclaudio, ha bacchettato la Germania.

«I Tedeschi» afferma «amano lamentarsi degli Italiani, ma anche loro hanno violato il patto di stabilità 18 volte – le ho contate – e continuano a farlo». Seguono le precisazioni del caso, in sostanza quelle che gli economisti degni di questo nome avevano già previsto o constatato da tempo: la Germania, in quello che diremmo puro stile italiano, fa la furba da vent’anni – da quando esiste l’euro – accumulando surplus commerciale oltre quanto i trattati europei consentirebbero; ha ridotto il proprio deficit facendolo pagare agli altri, sebbene il buon Gianclaudio ribadisca che non è il nostro più grande problema – e qui sta mentendo, ma ve ne parlo dopo. Persino il settore finanziario tedesco, contro la vulgata di tutti i giornali, appare poco solido ed esposto a rischi: inutilmente l’annunciata fusione tra la Commerzbank e la Deutche Bank tenterà di nascondere tutto questo sotto il famoso tappeto, ormai trasformato in una regione montuosa. La Deutsche Bank è quella che più preoccupa, poiché voci insistenti la danno, se non per moribonda, gravemente malata. Il coperchio, presto o tardi, salterà.

Il problema dell’Europa non è la corruzione italiana ma quella tedesca: la Germania, dal momento in cui si decise che un euro sarebbe dovuto valere un marco tedesco e restare fisso sull’ultimo valore calcolato – era il 1999 –  ha potuto approfittare di una continua svalutazione del proprio tasso di cambio, mentre l’economia reale chiedeva di rivalutare: il suo obiettivo era aumentare le esportazioni verso i suoi vicini europei, attuando nei loro confronti una politica mercantilista che è tutto l’opposto di quello che dovrebbe accadere in un’Unione di Stati pacifici. Ma, nonostante l’innegabile vantaggio di essere il solo beneficiario del cambio fisso, il Governo tedesco ha cercato di migliorare la propria posizione internazionale aumentando la propria competitività: da un lato, ha attuato già nel 2002 le riforme strutturali, le famigerate riforme Hartz. Come ha spiegato nel 2013 il professor Bagnai, le riforme strutturali «sono pagare un po’ meno i lavoratori»: dal 2002, la Germania ha il suo “Jobs-Act”, per intenderci, e i consumi delle famiglie tedesche ne hanno risentito, sia pur lentamente. Dall’altro lato, la Germania ha lungamente prestato immense somme di denaro ai Paesi periferici dell’Euro-zona senza mai verificare se fossero investimenti sicuri, al solo scopo d’indurre questi Paesi a ricambiare il favore acquistando le merci tedesche. In sostanza, il Governo tedesco ha usato il debito degli altri per appianare il proprio, finché la Grecia, cui aveva prestato somme immense fino al 2010, non le è esplosa tra le mani. Lascio che i lettori leggano l’articolo del prof. Bagnai, per capire come il cambio fisso alteri il mercato e impedisca agli investitori di accorgersi se un Paese stia andando male. Il risultato, alla fine, è evidente: gli Stati periferici si sono indebitati oltre il sostenibile perché, a causa del cambio fisso, gli Stati centrali li hanno creduti affidabili, e hanno prestato loro troppi soldi avventatamente. Non è facile stabilire con sicurezza chi abbia colpe e chi ne abbia di più, dato che i rischi erano tutti camuffati da una valuta sbagliata.

Se l’Europa fosse basata sulla solidarietà interna e non sulla concorrenza; più in breve: se l’Europa fosse un’Unione di Stati; ancora più in breve: se l’Europa fosse, i fondatori si sarebbero premurati di dare delle regole al mercato interno. Il solo vantaggio dell’unione doganale fra più Stati è che, in caso di recessioni all’esterno dell’area, gli Stati possono andare avanti a commerciare fra loro e compensare l’urto della crisi da fuori. Questo non accade nell’Euro-zona. Qui gli Stati non commerciano con gli altri ma contro gli altri, e il risultato è che, alla prima crisi dagli Stati Uniti dopo la nascita dell’euro, c’è stata in Europa la peggior frana economica dal 1929; un crollo del capitale privato cui si è finto di poter rimediare strangolando il settore pubblico, che invece proprio in questi frangenti dovrebbe spendere di più – altrimenti chi immette denaro nell’economia?

Gli Stati dell’Unione monetaria europea, già mentre scriveva il Bagnai, si trovavano in un pantano assurdamente simile a quello da cui dovettero uscire dopo aver combattuto la Seconda guerra mondiale: dal 1939 al 1945, tutti i Paesi belligeranti avevano accumulato un debito spaventoso per finanziare la carneficina internazionale; debito che dovettero liquidare dopo il disastro, attuando riforme che regolamentarono il settore finanziario in modo stringente, controllarono i flussi di capitali, favorirono la ricostruzione industriale e aumentarono i salari per sostenere i consumi. Dopo il 1970, si cominciò a invertire la rotta, concedendo sempre più alla finanza e agli speculatori, sciogliendo al capitalismo le briglie che l’avevano mantenuto in funzione; nel 2007 scoppiò, dopo essere maturata fin a quel momento, la crisi della Lehman Brothers.

Oggi siamo ridotti come se avessimo di nuovo fatto la guerra, senza aver fatto la guerra; con tanti cari saluti ai «settant’anni di pace garantiti dall’Europa». Non stupisce che il buon Gianclaudio si sia finalmente risolto a far notare alla Germania le irregolarità della sua posizione: come certi vecchietti, stati mangiapreti incalliti per tutta la gioventù e l’età adulta, vedendosi sbiancar i capelli iniziano a presentarsi a Messa tutte le domeniche, il caro Juncker sente appressarsi la morte politica, per quanto cerchi di negarlo. Sa che, se le europee dovessero decretare la vittoria delle forse sovraniste, queste potrebbero avere i numeri sfiduciare lui e tutti i suoi amichetti spacca-finanze. Resto in attesa di ulteriori sviluppi.