Editoriale di Gianluca Berno, 27 maggio 2019

I dati che compariranno nel seguente articolo vengono tutti dal sito dell’Ansa, aggiornato alle 14:26 del 27 maggio 2019.

Prima ancora che nascesse l’Unione Europea, quando la parola «Europa» faceva rima con economia, nel 1979 il Parlamento europeo esisteva già. All’epoca la politica era poca, quasi tutta in mano agli Americani attraverso la Nato o ai Sovietici attraverso il patto di Varsavia; inoltre, ogni Stato aveva un’autonomia ben superiore all’attuale, perciò dubito che quel Parlamento avesse funzioni molto estese. Il problema è che non le ha ancora adesso, nonostante fosse logico attribuirgliele con lo fondazione dell’Unione (1993). Ma, come diceva Mark Twain: «Se votare servisse, non ce lo farebbero fare»; infatti l’Unione non prevede il voto popolare per le istituzioni che comandano davvero, la Commissione Europea e la BCE.

Ciò premesso, il quasi inutile Europarlamento ha una sola funzione che, oggi, conferisce importanza al risultato delle elezioni europee di ieri: esso può sfiduciare la Commissione Europea, e ce ne sarebbe parecchio bisogno.

Ma veniamo al dunque, al succo della faccenda: chi ha vinto? In Italia, questa è l’unica domanda per rispondere alla quale non servono scienziati: la Lega ha preso il 34,33%, che corrisponde a 28 seggi sui 73 spettanti alla nostra nazione. Diventa più complesso il discorso sui posti successivi al primo, però, perché il Movimento 5 stelle ha subìto uno scivolone di cui raramente si è visto l’eguale: confrontando il dato della Lega col 17,07% che i grillini hanno racimolato a queste europee, lo scenario è quasi esattamente opposto a quello delle scorse politiche. C’è da riflettere su questo, e noto con sollievo che Di Maio lo ha fatto, a differenza di molti politici: ha ammesso la batosta e gli errori, si è scusato e promette di migliorare. Saranno parole, ma sono già molto, quando da anni tutti i partiti fingono di aver vinto le elezioni anche quando prendono il 3%.

Stupisce, in prima battuta, il risultato del PD, che raggiunge un inopinato 22,69%. Dopo, a mente fredda, le analisi spiegano bene la situazione: probabilmente, il partito maggiore del centrosinsitra ha assorbito i voti dei partiti più piccoli intorno a sé, come mostrano la scomparsa dai radar di Liberi e Uguali (o equivalente, non so più che nome abbia preso) e della Bonino. Per quanto riguarda l’emorragia dei Pentastellati, pare non ci sia stato il ritorno all’ovile dei delusi dal PD, ma uno spostamento verso la Lega. Se tale analisi fosse confermata, si potrebbe interpretare il passaggio di voti come un segnale al Governo: dei due capi di partito e vicepresidenti, uno è piaciuto palesemente più dell’altro. Non si può pensare di ottenere consensi immobilizzando i cantieri, il mezzo con cui si crea lavoro in momenti difficili come il presente, per timore della corruzione: se il Governo non riesce a porvi un argine, chi deve farlo? Il voto in Piemonte non è solo per il centrodestra, ma anche per la realizzazione della TAV. Possiamo discettare amabilmente su come faremmo noi una grande opera e sulla sua reale utilità, ma il voto è un fatto. Inoltre, non si può pensare di vincere le elezioni attraverso le scaramucce con l’alleato, sopra tutto se al momento è molto apprezzato. Lungamente noi potremmo discutere se i molti Italiani che apprezzano Salvini abbiano ragione, ma non è questo che m’interessa: posta questa situazione, i grillini avrebbero dovuto agire in linea con ciò che vedevano. La campagna elettorale aggressiva di Di Maio ha ottenuto meno del quasi assoluto silenzio di Zingaretti, come notava Mario Giordano ieri sera a Matrix.

La somma di tutti questi dati è chiara: ha prevalso la polarizzazione tra i difensori della costruzione europea attuale e coloro che la vogliono riformare dalle fondamenta. Vince il secondo fronte, di quasi dieci punti; i Pentastellati, di cui non è mai stato troppo chiaro il programma, hanno disperso le energie in questioni di poco conto e hanno perso.

Fuori dall’Italia, troviamo un quadro molto frammentario, a differenza di quanto accade in genere alle europee. Ogni Stato ha fatto quello che voleva, segno che l’Unione è ormai solo a parole. In Germania, il partito di zia Angela perde ancora qualcosina ma rimane al 28%, appena otto punti al di sopra dei Verdi, che hanno avuto un vero exploit; per altro, i Verdi tedeschi sono identitari e conservatori, a differenza di quelli italiani, e bisogna tenerne conto nelle analisi. In Francia, le europee hanno sancito il testa a testa tra Macron e la Le Pen, e la vittoria di quest’ultima per 0,9 punti. In Spagna non hanno nulla contro Sanchez, a quanto pare, e gli permettono di staccare di brutto il secondo partito, dandogli il 32,48%: è l’unico partito socialista, tra gli Stati più importanti d’Europa, che non sia affondato miseramente. Nel Regno Unito, il Paese che continuerà a votare finché rimarrà nell’Unione, ha vinto con evidenza assoluta il Brexit Party di Farage; alla faccia di chi diceva che in Gran Bretagna erano tutti pentiti di aver votato per andarsene… In Ungheria, Orban riceve un plebiscito che in Italia sarebbe impossibile: 52,33%.

In sostanza, si notano movimenti diversi a seconda delle latitudini: i sovranisti vincono in vari Stati, anche se non stravincono (Orban a parte); quasi ovunque, il vero dato è un tracollo dei socialisti et similia. Era ovvio, nota Nicola Porro, che andasse così per tutti e due gli schieramenti: non c’era modo che i sovranisti vincessero sul serio, ma nemmeno che i socialisti si salvassero dal giudizio degli elettori. E ora? Si apre una fase di lunghe contrattazioni, senza dubbio, ma la domanda di cambiamento emerge un po’ ovunque. La notizia più recente è la riemersione della famosa letterina di Bruxelles, quella con cui ci si accusa di debito eccessivo e si propongono sanzioni. Non so come la pensiate voi, ma la ricomparsa proprio ora di una procedura d’infrazione, ch’era stata accantonata perché senza basi, mi sa un filino di misura punitiva. Evviva la democrazia…