Editoriale di Gianluca Berno, 4 novembre 2019

Secondo le indiscrezioni che gironzolano in rete, pare che finora i soli nomi realmente implicati nel caso dei danari russi a Salvini siano quelli di Giuseppe Conte e di Matteo Renzi. Cose splendide che succedono solo nel bel Paese dove il sì suona; ma alla battuta non seguirà una trattazione puntuale della faccenda, in vero un po’ ridicola fin da quando è apparsa sui giornali: basti osservare che questo caso rischia di scoppiare in faccia all’esecutivo Giallo-Fucsia – di rosso, qui, vedo solo i visi infuriati di certi intellettuali ed elettori del centrosinistra, i quali hanno sfogato su Internet un odio razziale e un tantinello fascista contro chi, tra gli Umbri, ha osato votare il centrodestra.

Ma, sinceramente: quale sarebbe stata l’alternativa? In Umbria non è successo niente che non fosse ampiamente prevedibile. Per riassumere: al momento, il nostro comune amico Giuseppi governa l’Italia sostenuto da una coalizione fra centrosinistra e pentastellati; la stessa coalizione è stata presentata alle elezioni regionali umbre, le quali erano peraltro anticipate; infatti, i membri grillini della Giunta Regionale scorsa avevano denunciato la gestione corrotta della sanità umbra da parte della maggioranza piddina, provocando la solita raffica di dimissioni. Il radicamento del sistema corrotto si doveva all’incredibile continuità amministrativa dell’Umbria che, da quando esiste la Repubblica Italiana, è stata sempre governata da forze di centrosinistra.

Ora, non serve un genio a capire che una coalizione tra il partito che ha mandato a catafascio la sanità umbra e il movimento che ha scoperchiato il calderone è contro natura e avrebbe meritato di perdere solo per questo; ed è anche comprensibile che, più del Pd, cui ormai siamo abituati, abbia suscitato ribrezzo negli Umbri il movimento di Di Maio, che dopo aver denunciato i corrotti li affiancava in coalizione come se niente fosse stato. Se si considerano le elezioni umbre scorse, in cui il Movimento 5 stelle aveva preso il 14-15%, il baratro salta all’occhio: oggi la stessa formazione ha totalizzato poco più del 7%, la metà esatta, mentre il Pd si attesta su risultati simili a quelli nazionali, ma di molto inferiori a quelli della scorsa tornata umbra. Stravince, invece, il centrodestra, a riprova del fatto che la strategia salviniana di rischiare le coronarie funziona. Ma anche dentro il gruppo vincente c’è chi non ride: Forza Italia ha ottenuto qualche decimale oltre il 5%, pericolosamente vicino a quanto potrebbe prendere Renzi se partecipasse a uno straccio di tornata elettorale che fosse uno.

In tutto questo, la ciliegina sulla torta è stata messa proprio da Giuseppi, che negli ultimi tempi ha smesso di essere inappuntabile e si è lasciato andare a dichiarazioni indegne di un avvocato, che dovrebbe sempre misurare le parole. Qualche tempo fa, un giornalista gli aveva chiesto se una sconfitta dei partiti di maggioranza in Umbra potesse provocare la caduta del Governo; Conte, che già intuiva l’ecatombe elettorale, aveva cercato di dire prima quello che gli sconfitti dicono sempre dopo per giustificarsi: «con tutto il rispetto», si sarebbe comunque trattato di una consultazione locale, per altro in una Regione il cui corpo elettorale è di settecentomila abitanti, «più o meno come la Provincia di Lecce». Per quanto i toni potessero essere diplomatici, sottolineare la piccolezza dell’Umbria non è un buon modo di ridimensionare i retroscena esagerati della stampa; anzi, l’infelice uscita è stata subito percepita come un velato insulto, una schiacciante maggioranza del Corpo-elettorale-come-la-provincia-di-Lecce ha mandato a quel paese Conte, i grillini e il Pd. Renzi non si è nemmeno presentato perché, sostiene, sapeva già che sarebbe andata così e non ha voluto bruciarsi. Infatti, meglio perdere alle politiche: dà più soddisfazione.

Già, le politiche: Mattarella, responsabile delle grosse precipitazioni degli ultimi giorni, ha dichiarato che alla prossima caduta dell’esecutivo si andrà a elezioni anticipate, senza più giochetti di palazzo. Molti erano pronti a giurare che aspettasse l’occasione per imporre un Governo Draghi, il quale, a richiesta tedesca, getterebbe ai cani le miserabili spoglie mortali dell’Italia dopo averla spremuta fino all’ultima goccia. Forse Mattarella preferisce conservare il «vile affarista» (cit. Cossiga, buonanima), per il ruolo di proprio successore al Quirinale, senza sprecarlo come Primo Ministro.

Comunque sia, pare che tutti vogliano andare a elezioni ma nessuno intenda far saltare il banco: Zingaretti avrebbe l’occasione di eliminare definitivamente i renziani rimasti nel Pd attraverso la composizione delle liste elettorali, compito che da segretario spetta a lui; ma sa bene che il prossimo Governo sarà una faccenda privata fra Salvini e la Meloni, e questo gli scoccia. Di Maio potrebbe compiere un grande gesto retorico opponendosi alla manovra più tassaiola di sempre, confortato dal fatto che non ha nulla da perdere, dato che questo è il suo secondo mandato e quindi, da statuto del M5s, anche l’ultimo; ma il suo successore (Di Battista?) comanderebbe il movimento dall’opposizione, in mezzo alle macerie; e poi i grillini sono azionisti di maggioranza del Governo in carica, e perciò non lo lasceranno affogare, anche se questo vorrà dire turarsi il naso per anni e votare anche ciò che non gradiscono di ogni provvedimento scritto con il Pd. Renzi spunta ogni tanto, in una continua ansia d’esser notato, per ricordare che avrebbe i numeri per far cadere il Governo; se solo avesse anche una convenienza a farlo. Salvini, la Meloni e Berlusconi, se possedessero i numeri per far cadere il Governo, non se lo farebbero ripetere; ma per ora possono solo farlo impantanare negli emendamenti.

Certo è che, come osserva il Marcotti sul suo canale Youtube Finanza in chiaro, se tutte o quasi le prossime elezioni regionali fossero vinte dal centrodestra, ci troveremmo nella grottesca condizione di avere un esecutivo Giallo-Fucsia e tutte le Regioni in mano alle forze d’opposizione; e a quel punto – Mattarella lo sa – non sciogliere le Camere sarebbe un atto criminale.