Editoriale di Gianluca Berno, 7 novembre 2019.

Oikonomìa, letteralmente il «governo della casa», è il termine che i Greci antichi usavano per riferirsi alla gestione del patrimonio e a tutte quelle attività che permettono di avere una casa presentabile; non sia mai che, venendo qualcuno, trovi la polvere sui mobili. La colossale multinazionale francoindiana Arcelor-Mittal ha trovato ben altro che polvere, il giorno in cui lo Stato italiano l’ha invitata a prendere un tè… e la più grande acciaieria in Europa. A chi scrive non importa assolutamente nulla di capire chi, tra il Governo di casa nostra e la megaditta estera, stia agendo in malafede. L’obiettivo di queste righe è andare oltre e più a fondo nell’intera questione.

L’ILVA, che a Taranto ha – per ora – il suo più grande stabilimento, un tempo era proprietà dello Stato, attraverso l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (IRI); questo, fondato dal signor M. quando si era reso conto che perseguire politche liberiste non ci avrebbe mai fatti uscire dalla crisi del ’29, era arrivato a essere, prima della sua privatizzazione, la settima azienda mondiale. Sì, perché pare che l’Italietta della liretta fosse la quarta fra le potenze industriali, prima che si decidesse di portarla, com’è ora, a un passo dal baratro, in nome dell’Europa – avete presente l’Europa, quella cosa che è stata immaginata per la prima volta nel ‘700 dagli illuministi, e che è fallita nel 1914 con la Grande Guerra? Ecco. Prodi dismesse l’IRI, come ammette candido oggi, trent’anni dopo, non perché avesse dei problemi, ma unicamente perché l’Unione Europea gliel’aveva chiesto. Cominciamo da qui, dal primo errore gravissimo di una classe politica indecentemente subalterna a tutto ciò che è straniero, perché imbevuta di autorazzismo. Dismettere un’azienda pubblica in grado di competere ai più alti livelli, pur non essendo neanche tenuta a farlo, è una pura e semplice follia, e lo dico nel senso dantesco del termine: un’azione che, non essendo assistita dalla Grazia divina – o, come qui, anche solo dall’umano raziocinio – è destinata a produrre catastrofici fallimenti, orride sofferenze sociali e la dannazione eterna. Quello che sta succedendo oggi all’ILVA, in una parola.

Tutte le scemenze sul mondo globalizzato che è andato troppo avanti per tornar indietro siano lasciate fuori dai commenti sotto quest’articolo – sarebbe bello chiacchierare un po’ con i lettori, solo per sapere se io davvero stia scrivendo qualcosa d’interessante. Per quanto globalizzato il mondo possa essere, lo è solo perché i suoi governanti hanno voluto che lo fosse; e come lo hanno voluto, possono anche smettere di volerlo, se si rendono conto dei danni che ciò ha causato a tutti. Insomma, l’ha capito Trump: ci può arrivare chiunque. La fola sul processo inarrestabile e irreversibile, calato dal cielo perché Deus vult, raccontatela a qualche altro pollo, per cortesia. Leggete bene quanto segue, perché scrivo a ragion veduta: entro non molti anni le frontiere verranno richiuse e gli Stati torneranno ad affermare il sacrosanto diritto di decidere chi entra, chi esce e in quale maniera potrà farlo; e questo succederà solo perché la libera circolazione d’uomini e merci è una cosa stupida; lo è sempre stata e lo sarà sempre, ma per quarant’anni ce l’hanno venduta come il futuro dell’umanità.

Non voglio però nascondervi nulla. Coloro che ci hanno truffati in questa maniera sono ora prigionieri delle loro stesse menzogne: ammettere d’aver mentito allora li darebbe in pasto alla folla inferocita, che avrebbe tutti i motivi di linciarli – non le giustificazioni, sia chiaro; solo i motivi. Il signor M., quando capì che il liberismo ci aveva gettati in una crisi senza precedenti, poté sfruttare la sua posizione di dittatore: licenziò i consiglieri che gli avevano suggerito di agganciare la lira alla sterlina, causando una contrazione dei salari tra il 15 e il 20%, rimise l’economia sotto il parziale controllo dello Stato, spese un sacco di soldi in opere pubbliche per rilanciare l’occupazione; e nessuno lo tacciò d’incoerenza, dato che al signor M. non piaceva essere contraddetto. Nessuno oggi ha tanto potere da potersi smentire senza che nessuno glielo rinfacci – e meno male! Ma la paura di fare la prima mossa spingerà i Governi a uno stillicidio di problemi che si accumulano, fino alla loro deflagrazione nel peggiore dei modi possibili. Allora la globalizzazione sembrerà finire da sola, e non per volontà loro, così come era sembrato che da sola si avviasse; ma le spese saranno tutte a carico nostro, ancora una volta.

Guardiamoci intorno: il mondo è una polveriera; i popoli si ribellano a un progresso che non hanno chiesto e che li sta uccidendo – dato che non è progresso, ma solo una diversa maniera di sfruttarli. Intanto, vieniamo a sapere, tutt’a un tratto, che nell’ultimo anno la Deutsche Bank ha guadagnato poco più di centotrenta milioni, a fronte di una perdita di oltre seicento milioni. Non è un caso isolato, ma la plastica dimostrazione di quello che la Germania ha sempre nascosto: di essere il Paese più corrotto ed economicamente fragile d’Europa, lacerato da immani squilibri tra un Sud-Ovest molto ricco e un Est alla canna del gas, capace di sopravvivere solamente sfruttando il cambio fisso dell’euro come arma nel commercio con i suoi alleati. Una situazione simile si sta rivelando deleteria per lo stesso popolo tedesco, che infatti non ha più tanta fiducia come prima in zia Angela; ora il problema del resto dell’Eurozona è sopravvivere quanto basta perché sia la Germania a svegliarsi e uscire per prima dall’euro; poi sarà facilissimo per chiunque, anche per la nostra bistrattatissima Italia, vittima dei luoghi comuni più che dei suoi reali problemi, tornare alle sacrosante valute nazionali.

Il problema è: quanto tempo dovremo resistere in queste condizioni? Ce la faremo? E lo Stato avrà il coraggio di ammettere che gli «investitori stranieri» non portano i soldi in Italia per carità, ma spendono dieci oggi per portare via cento domani? E avrà quindi la risolutezza di cacciarli via tutti, com’è giusto, e mettere gli italiani nelle condizioni di investire in Italia? L’ILVA tornerà mai a essere quello che dev’essere, ossia un’azienda del popolo per il popolo, bonificata e rimessa in funzione dallo Stato per migliorare la nostra economia e non solo le tasche di qualcuno? Tutte domande alle quali arriverà presto una risposta, perché una sola cosa è certa: prima o poi non si potrà più nascondere la polvere sotto il tappeto.