Editoriale di Gianluca Berno, 6 gennaio 2020

La donna americana che inventò il Monopoli s’ispirava alle teorie di un suo conterraneo, un economista del primo ‘900 di cui mi sfugge il nome. Costui aveva individuato uno dei grandi mali dell’economia statunitense nella concentrazione eccessiva di proprietà nelle mani di pochi; pertanto proponeva la redistribuzione delle ricchezze secondo un criterio progressivo. La prima versione del gioco, infatti, prevedeva che all’inizio della partita i giocatori si accordassero su un’aliquota da pagare a ogni giro della plancia, per esempio il 10% del valore complessivo delle proprietà possedute da ciascuno. Nel corso del gioco, si veniva a creare una situazione d’equilibrio per cui nessuno poteva più ridurre sul lastrico un altro giocatore, perché pur pagando tutti solo il citato 10%, ognuno lo calcolava sui propri beni: chi aveva di più pagava di più. Quando il gioco fu messo in vendita, per altro senza il consenso dell’inventrice, questa regola d’equilibrio fu tolta: ne risultò un perfetto modellino del capitalismo senza regole all’americana, dove i soldi vanno sempre da chi li ha già e gli altri si arrangiano – fino a morir di fame.

Quest’immagine del Monopoli, gioco di contrattazione per eccellenza, può tornar utile per spiegare il Risiko internazionale cui stiamo assistendo.

L’altro giorno, un presunto organizzatore d’attentati terroristici iraniano è stato fatto saltare in aria all’aeroporto di Baghdad (Iraq) dagli Americani. Subitaneo è divampato il dibattito: l’ucciso era davvero una minaccia, come sostiene Trump, o siamo di fronte a un nuovo caso d’imperialismo americano ai danni dell’Iran, la cui banca centrale è ancora fuori dal controllo dei terribili Rothschild? Strisciante ma per nulla improbabile, un’altra interpretazione s’insinua, quella per cui l’ordine di far partire le bombe sia nato non da Trump, ma dal deep State: uffici sotto il controllo dei gruppi di pressione finanziari, con il solo obiettivo di minare la credibilità del Presidente presso il suo elettorato, cui Trump aveva promesso pace, avrebbero fatto lo scherzetto.

Comunque sia andata veramente in questo rompicapo alla Schroedinger, nel quale tutto è vero e falso al contempo, mi pare più interessante cercar di capire la posizione italiana in tutta la faccenda: per fortuna o purtroppo, gli Stati Uniti, prima di giocare alla guerra con l’Iran, non ci hanno chiesto nemmeno una consulenza tecnica. Certo, possiamo fare ironie a basso costo sul fatto che il Segretario di Stato americano, appena si sia reso conto che il suo interlocutore italiano sarebbe stato Giggino Di Maio, se non proprio Giuseppi, si sia detto ch’era meglio far da sé; tuttavia, siamo seri: da una parte, possiamo sperare di non essere coinvolti in eventuali escalation; dall’altro, resta lo smacco di contare come il due di picche.

Nel frattempo, giungono sulla stampa due reazioni molto diverse dentro il centrodestra – nessun altro partito, pare, ha battuto un colpo. Mentre Salvini si limita a festeggiare «un terrorista di meno», Giorgia Meloni sfodera un’inedita diplomazia e mette in guardia da eccessivi sbilanciamenti, temendo che scoppi una guerra e vi veniamo trascinati. Da qui si giunge alla glorificazione della leader di partito italiana sul Times: la Meloni è assurta in un lampo a panacea di tutti i mali italiani, prossima guida del centrodestra eccetera. Il dubbio maligno che mi viene in mente è che la Meloni venga incensata dalla voce del capitale perché inoffensiva per il capitale; oppure, che lo voglia o no, risulti funzionale a sottrarre consensi a Salvini, che sarebbe il vero nemico da abbattere. Se le cose stessero in questi termini, l’elettorato dovrebbe convergere su un unico obiettivo, non disperdere il voto, squilibrare ulteriormente quella bilancia che vede la Lega al 30% e FdI al 10; non sono particolarmente confortanti, per esempio, certe dichiarazioni di Giorgia Meloni sul debito pubblico e il deficit, incompatibili con la ricetta promossa da Salvini ma, in modo assai sinistro, molto compatibile con le regole di bilancio di Bruxelles; si ricordi, anzi, che Fratelli d’Italia votò a favore dell’inserimento del pareggio di bilancio in Costituzione: e si sa, dai tempi della Destra storica, che il pareggio di bilancio è solo un modo d’affamare il popolo, senz’alcuna ricaduta positiva sull’economia.

Per aggiungere un altro pezzo al gioco da tavolo della politica, si sta giocando una partita a scacchi alquanto complicata nel Governo: Gianluigi Paragone, dopo aver espresso una certa insofferenza verso le scelte recenti del Movimento, anche attraverso il voto, è stato infine espulso. Perché aspettare d’essere cacciati e non andarsene subito? si sarà chiesto qualcuno. Fin qui è facile: finché uno se ne va da solo, gli si può sempre dire che è colpa sua, che è incontentabile, che tradisce il mandato elettorale o cerca una poltrona dove gli convenga di più. Se invece un volto noto della televisione, le cui idee ben si conoscono da tanti anni, viene sbattuto fuori dai vertici del partito, può passare per martire delle idee. Quello che rimane inspiegabile è perché Paragone intenda far causa al Movimento per esservi reinserito: se non ci si può stare, perché tornarci? L’unica idea che mi venga è che Paragone voglia sfruttare fino in fondo il muro contro muro. Nel frattempo, Di Maio pare intenzionato a cacciar via altra gente: quaranta persone addirittura, ree di pensiero non conforme; ma qui siamo alla fantascienza. Cacciare via tanti parlamentari significa privarsi potenzialmente dei numeri per tenere in piedi la maggioranza, di per sé già poco favorevoli. O Di Maio bluffa, cercando di rimettere in riga i potenziali nuovi fuoriusciti, o sta provando a far cadere l’esecutivo – perché? Ignoriamo anche questo.

Quanto al Pd, ora dovrà scegliere: è più pericoloso lasciare Salvini a capo della Lega o darlo in pasto a un processo per sequestro che non ha basi giuridiche ma forti connotati politici, trasformandolo in un martire? Si noti che l’autorizzazione a procedere verrà data o negata il 20 gennaio, sei giorni prima delle elezioni regionali in Emilia-Romagna: le conseguenze sarebbero imprevedibili, in caso di voto favorevole; perciò è probabile che il Pd, temendo la sconfitta, non approfitti dell’occasione di liberarsi di Salvini per vie non politiche. Voi che cosa ne pensate? Anche sulle altre faccende toccate qui, intendo. Anche sul Monopoli in edizione filologica: sarebbe un esperimento da fare quello di giocare reintroducendo l’antica regola.