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L'Irriverente

"Non prendete la vita troppo sul serio, comunque vada non ne uscirete vivi" [Robert Oppenheimer]

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Editoriali

Marco se n’è andato, ma ritornerà

Editoriale di Gianluca Berno, 15 marzo 2020

Fermi tutti! Che nessuno si muova: ho capito bene? Davvero la Germania, non mandando lettere imploranti a nessun membro della Commissione europea, ha tirato fuori dal cilindro 550 miliardi per sostenere la propria economia durante l’emergenza sanitaria? Continua a leggere “Marco se n’è andato, ma ritornerà”

Poi, finalmente, peste

Editoriale di Gianluca Berno, 1° marzo 2020

Cito il Manzoni, autore di una delle più celebri descrizioni di pestilenze nella letteratura universale, con tutta la carica antifrastica che ciò mena seco. Continua a leggere “Poi, finalmente, peste”

Dubbio catodico

Editoriale – Speciale regionali di Gianluca Berno, 27 gennaio 2020

Il risultato delle regionali in Calabria era stato dato per scontato quasi subito, pur non essendolo per niente: i trascorsi non idilliaci fra la Lega e il Meridione sono lontani dall’attuale strategia comunicativa di Salvini, ma non sono certo lontani nel tempo; quindi il risultato ottenuto là dal centrodestra è un’opera straordinaria: dal 32% della volta scorsa al 53 odierno, in cui la Lega è quasi al livello di Forza Italia (12% e qualcosina) mentre la volta scorsa non si era nemmeno presentata: da zero a secondo partito della coalizione vincente è molto.

Ma come i funerali di Gigi Sabani, fagocitati da quelli concomitanti di Pavarotti, anche il voto calabrese non ha suscitato alcun interesse, se paragonato a quello per l’Emilia-Romagna. Continua a leggere “Dubbio catodico”

Giochi da tavolo

Editoriale di Gianluca Berno, 6 gennaio 2020

La donna americana che inventò il Monopoli s’ispirava alle teorie di un suo conterraneo, un economista del primo ‘900 di cui mi sfugge il nome. Costui aveva individuato uno dei grandi mali dell’economia statunitense nella concentrazione eccessiva di proprietà nelle mani di pochi; pertanto proponeva la redistribuzione delle ricchezze secondo un criterio progressivo. La prima versione del gioco, infatti, prevedeva che all’inizio della partita i giocatori si accordassero su un’aliquota da pagare a ogni giro della plancia, per esempio il 10% del valore complessivo delle proprietà possedute da ciascuno. Nel corso del gioco, si veniva a creare una situazione d’equilibrio per cui nessuno poteva più ridurre sul lastrico un altro giocatore, perché pur pagando tutti solo il citato 10%, ognuno lo calcolava sui propri beni: chi aveva di più pagava di più. Continua a leggere “Giochi da tavolo”

Non dire «gatto»…

Editoriale di Gianluca Berno, 13 dicembre 2019

Mentre un movimento d’ispirazione ittiologica, che si definisce apartitico nonostante sia nato dall’iniziativa del Mortadella, riempie le piazze con l’aiuto di Photoshop, Giuseppi si porta a casa l’autorizzazione del Parlamento a tradire la Patria firmando la riforma del MES. Essa consiste in un aumento smisurato dei poteri di un organismo internazionale il cui unico scopo è spostare le ricchezze dai Paesi dell’Unione che hanno bisogno d’aiuto ai creditori ricchissimi di questi Paesi. La volta scorsa, il MES uccise la Grecia in cambio di finti aiuti, pagati dall’Italia, che di fatto sono passati dalle casse greche solo per finire nei caveau delle banche francesi e tedesche, creditrici verso lo Stato greco. Naturalmente, se gli amministratori di queste banche si fossero premurati allora d’indagare in quale Paese stessero investendo, non avrebbero avuto bisogno di ammazzare di austerità settecento bambini greci e chissà quanti padri di famiglia, suicidatisi per motivi economici. Continua a leggere “Non dire «gatto»…”

Eco-drammi

Editoriale di Gianluca Berno, 7 novembre 2019.

Oikonomìa, letteralmente il «governo della casa», è il termine che i Greci antichi usavano per riferirsi alla gestione del patrimonio e a tutte quelle attività che permettono di avere una casa presentabile; non sia mai che, venendo qualcuno, trovi la polvere sui mobili. La colossale multinazionale francoindiana Arcelor-Mittal ha trovato ben altro che polvere, il giorno in cui lo Stato italiano l’ha invitata a prendere un tè… e la più grande acciaieria in Europa. A chi scrive non importa assolutamente nulla di capire chi, tra il Governo di casa nostra e la megaditta estera, stia agendo in malafede. L’obiettivo di queste righe è andare oltre e più a fondo nell’intera questione. Continua a leggere “Eco-drammi”

Stat, magni nominis Umbria

Editoriale di Gianluca Berno, 4 novembre 2019

Secondo le indiscrezioni che gironzolano in rete, pare che finora i soli nomi realmente implicati nel caso dei danari russi a Salvini siano quelli di Giuseppe Conte e di Matteo Renzi. Cose splendide che succedono solo nel bel Paese dove il sì suona; ma alla battuta non seguirà una trattazione puntuale della faccenda, in vero un po’ ridicola fin da quando è apparsa sui giornali: basti osservare che questo caso rischia di scoppiare in faccia all’esecutivo Giallo-Fucsia – di rosso, qui, vedo solo i visi infuriati di certi intellettuali ed elettori del centrosinistra, i quali hanno sfogato su Internet un odio razziale e un tantinello fascista contro chi, tra gli Umbri, ha osato votare il centrodestra. Continua a leggere “Stat, magni nominis Umbria”

Morto un Conte, se ne fa un altro (?)

Editoriale di Gianluca Berno, 5 settembre 2019

Signor Presidente – già, ma sarà il titolo giusto? Insomma, se la guardiamo dal punto di vista dell’esecutivo in via di dismissione, dovrei chiamarla «Signor Presidente uscente», «Signor ex Presidente»; se invece la guardiamo dal punto di vista di un Governo costituendo, ancora privo di una fiducia parlamentare, dovrei rivolgermi a lei come al «Signor Presidente in potenza» o al «Signor quasi Presidente». O dunque? Sa, allora, che cosa faccio, giacché chiamarla «Signor Conte» fa tremendamente Ancien Régime? Intesto così –

Signor Interim, anzi –

Signor Limbo,

leggiadramente sorvolo sulle felicitazioni per il possibile secondo incarico, che fin troppa gente Le ha fatto anzitempo: gente quasi sempre del tutto estranea alla nostra Nazione, digiuna affatto d’affari italiani e talvolta implicata in trascorsi non per forza onorevoli – il che è condizione frequente, quando si è a capo di Governi o Stati. Altrettanto fuggevole sarà il mio accenno al voto appena conclusosi sulla piattaforma Rousseau, quello in cui la base del Movimento 5 stelle, il maggior sostenitore della Sua ricandidatura, era stata consultata sull’opportunità dell’alleanza con il Pd. Mi limiterò a citare il Marcotti che, sul suo canale YouTube Finanza in chiaro, ha affermato più o meno: «Se volevano fare una schifezza, l’hanno fatta enorme». La domanda era chiara e, in condizioni di vera democrazia diretta, avrebbe prodotto un plebiscito contro l’alleanza malefica; perciò, il Movimento ha pensato bene di ribaltare le risposte: pare che, votando No, l’iscritto di turno si vedesse comparire una finestrella con scritte come «Grazie per aver votato Sì» o «Hai selezionato Sì, continuare?». Il risultato è stato a dir poco bulgaro: circa l’80% di Sì. A occhio, una tornata elettorale nel mondo reale che finisse veramente così solleverebbe come minimo qualche vago sospetto.

Più il tempo passa e le notizie si affastellano, più mi convinco, signor Limbo, che questo esecutivo giallo-rosso (o giallo-fucsia, secondo la definizione del Fusaro) sia in verità non solo un vile attacco di Macron alla sovranità italiana, finalizzato a eliminare l’ostacolo che noi rappresenteremmo all’allungamento dei tentacoli francesi sull’Africa (cfr. Sapelli) ma soprattutto il capolavoro politico di Salvini.

«Ma come?» mi dirà Lei. «L’abbiamo ostacolato per mesi approfittando del fatto che io e Tria andavamo a negoziare con l’Europa (anche sulla riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità) in sedi non ufficiali, così che il Parlamento non avesse a disposizione alcun verbale da consultare; l’abbiamo costretto a fare la figura del deficiente che prima tenta il colpaccio e poi ritira la mozione di sfiducia all’ultimo, capendo che è stato incastrato; ci siamo messi assieme Pd e 5s (il partito che voto e quello che mi vuole) a scapito suo e ora è fuori, all’opposizione, dove può solo sbraitare…»

Appunto. Non mi risulta che Salvini sia passato dal 4% del 2013 al 17% del 2018 mentre governava; non mi risulta che il Movimento 5 stelle abbia accresciuto la propria base di elettori dal 25% del 2013 al 34% del 2018 facendo parte d’un esecutivo. Mi risulta, invece, che il Pd sia passato proprio governando dal 40,8% delle Europee 2016 al 18% del marzo 2018. Mi risulta anche che i grillini abbiano perso consensi, durante quasi quindici mesi di esecutivo, passando dal 34% parlamentare al 17% delle Europee. Il Pd, dal canto suo, ha leggermente migliorato la propria posizione non solo rifiutandosi nel 2018 di creare un Governo purché fosse, ma chiudendosi pure in un ostinato silenzio di più mesi: infatti era passato dallo striminzito 18% già detto al 20-22% delle ultime Europee – per altro, anche riassorbendo i partitini. Corroborano il dato i risultati di Giorgia Meloni, che prima del 2018 era appena sopra lo sbarramento e oggi è data nei sondaggi sopra Forza Italia – la quale, sorreggendo il Pd nel Governo Letta, ha fatto la sua stessa fine, arrivando oggi a un inedito e ininfluente 6% nei sondaggi. La sola eccezione par essere, alla fine de’ conti, la Lega, la quale ha rafforzato i propri consensi governando, dal 17% del 4 marzo al 34% delle Europee 2019 – e si noti lo scambio di percentuali con i grillini.

Al di là dei dati, che sono inoppugnabili in sé ma si prestano a diverse letture, un altro è il punto che più mi preme farle notare, signor Limbo. All’atto pratico, sarà molto facile tenere in piedi a qualsiasi costo la strana coppia più terzo incomodo – giacché si aggiunge al patto anche il cadavere di Liberi e Uguali: sarà che Speranza è l’ultimo a morire? – ma rimane un piccolissimo dettaglio, ossia la facciata che i due partiti maggiori della nuova maggioranza hanno sempre mantenuto prima di quest’esperienza comune: come metter insieme quello che per i 5 stelle è «La Casta», il «Partito di Bibbiano», con quelli che il Pd non ha mai esitato a tacciare, più o meno velatamente, di analfabetismo funzionale? Per una poltrona si può tutto, soprattutto quando si tratta di blindare quella che nel 2023 non sarà più di Mattarella e consegnare tutte le altre a Macron; ma gli elettori non sono stupidi, e non apprezzeranno. Se tutto andrà secondo logica, signor Limbo, il Governo di questi due partiti sarà per entrambi l’ultima fatica prima dell’annientamento alle urne.

Quindi, sì. Sarà il capolavoro politico di Salvini. «Ma no» mi dirà Lei. «Intanto, fino a quel giorno governiamo noi e facciamo quello che vogliamo.» Ma naturalmente… se ci sarà lo spazio di manovra: pare che nelle Commissioni parlamentari, soprattutto del Senato, si preannunci battaglia. Se c’è una cosa che la politica avrebbe dovuto imparare dalla storia travagliata del Porcellum, essa è: non far scrivere un regolamento a Calderoli. Questi ha annunciato in un’intervista che la Lega, ancora maggioritaria nelle Commissioni, creerà ingorghi di emendamenti e impiegherà ogni cavillo per evitarci, ove possibile, il peggio. Infatti, l’ideatore della famigerata legge elettorale bocciata dalla Consulta ha ricordato di essere tra gli estensori del nuovo regolamento di Palazzo Madama, e che questa volta ci sarà d’aiuto. Che dire? Io sono convinto che la maggior parte degli Italiani sia disposta ad affidarsi a tutti i Senatori di buona volontà, a patto che funzioni – anche a me l’ottimismo del professor Bagnai, secondo il quale il nuovo Governo si saboterà da solo, pare forse un po’ eccessivo.

In conclusione, signor Limbo, le auguro buon lavoro, in senso morale: sarebbe gradito un fallimento già in sede di fiducia, onde evitarci più posticcio patto per la poltrona della Storia d’Italia; ma non pretendo un simile scatto d’orgoglio da chi pensa di sacrificare la Patria a un apparato burocratico internazionale, fatto a uso e consumo di qualche decina di nababbi.

La crisi delle beffe

Editoriale di Gianluca Berno, 14 agosto 2019

Signor Ministro,

dopo essermi rivolto l’altro ieri all’uno dei due Vicepresidenti del Consiglio, il segretario della Lega, ho deciso di scrivere anche a lei, capo politico dei pentastellati. È vero che, interrogato o meno dalla stampa, lei ha sottolineato che con Renzi non intende sedere ad alcun tavolo delle trattative; ma è anche vero che non mi è giunta alcuna sicura notizia che lei abbia negato trattative con l’unico uomo del Pd titolato a farne, il segretario Zingaretti.

Non vale neanche rispondere che è colpa di Salvini, se, a esecutivo morto, doveste concluder l’inciucius maximus: dubito che questo Governo di scopo, di legislatura o comunque vogliate dire, vi sia prescritto dal medico. Dubito che si trovino alternative più nobili del voto, se davvero la maggioranza attuale non ci fosse più, e di certo non sarebbe proprio il massimo, per un partito contro la Casta e antisistema, allearsi con quel che ieri l’on. (o sen.?) Bernini (credo fosse lei) ha già ribattezzato “il partito di Bibbiano”.

Rivedendo i fatti degli ultimi giorni, mi permetto di ritornare su quanto scritto al suo collega: avevo concluso che dietro la decisione di far cadere il Governo da parte di Salvini dovesse celarsi qualche ragione a noi ignota, un obiettivo X che sperava di ottenere. Vorrei vedere con lei se esista una spiegazione della mossa compiuta ieri dallo stesso Salvini in aula al Senato, la quale parrebbe quasi un dietrofront in grado di vanificare tutto; una spiegazione che funzioni anche alla luce di quel famoso X ancora ignoto.

Riepilogando: dopo aver dovuto votare le mozioni sulla TAV in accordo con il Pd e non con voi, Salvini apre la crisi di governo, affermando che non esiste più una maggioranza; anche in questo si è trovato d’accordo con il Pd. Viene, in effetti, presentata la mozione di sfiducia nei confronti di Conte, proprio il giorno in cui quel pover’uomo festeggiava il compleanno; non solo a questo si dovrà la sua stizza nell’apprender la notizia. Il 13 agosto, ieri, si riuniscono i senatori per votare il calendario: il centrodestra, riunito per l’occasione e, forse, per le prossime elezioni, propone che si voti la sfiducia il prima possibile, mentre il Pd e il suo Movimento propongono che prima si attenda il discorso di Conte, programmato per il 20 agosto; Renzi indice una conferenza stampa prima di questo voto e afferma che si creerà una nuova maggioranza; va così, ma Salvini spiazza tutti, anche il Capo dello Stato, rilanciando: se è così importante, per il Movimento, votare la riduzione dei parlamentari, la Lega accetta di farlo a patto che, subito dopo la prima approvazione di questa riforma, si vada a elezioni senza inciuci. Giuristi vicini al Quirinale affermano che non si può rimandare una riforma alla prossima legislatura, approvandola a metà in questa; sì, a metà, perché, secondo la Costituzione, una riforma costituzionale com’è il taglio dei parlamentari va approvata da ogni Camera due volte, e tra la prima e la seconda approvazione di ciascuna Camera devono passare non meno di sei mesi.

O dunque? Mi pare che manchi proprio la logica nella proposta di Salvini, o la benché minima conoscenza del diritto costituzionale; a meno che il suo vero obiettivo non sia, invece, tirare in lungo.

Io parto da tre presupposti: il primo è che Salvini non sia un idiota, o quanto meno che si faccia consigliare da gente capace, altrimenti non sarebbe dov’è ora; il secondo, che la crisi di Governo sia un mezzo per ottenere il famoso X di cui dicevo prima; il terzo, che allora la crisi di Governo possa tranquillamente essere un bluff, come avevo già scritto. Se questi presupposti sono tutti veri, la situazione attuale mi suggerisce anche un possibile valore dell’incognita X. Una semplice ipotesi, null’altro ho in mano, ma potrebbe spiegare tutto: prima della questione TAV, il più grosso rospo che il Ministro dell’Interno abbia dovuto fin qui inghiottire è stato l’elezione della Von Der Leyen a Presidente della Commissione Europea, resa possibile dal decisivo voto di quattordici membri del Movimento 5stelle. Di fronte a un tal tradimento, che giustifica le ultime perdite nei sondaggi del suo partito, si può supporre che Salvini volesse, direi, vendicarsi; e quale modo migliore che fingere di silurare il Governo perché anche l’ultima maschera cadesse dal volto dei grillini? Appena la cosa ha avuto un minimo di concretezza, che lei lo volesse o no, signor Ministro, il suo partito si è gettato ai piedi del Pd – o non ha opposto resistenza alle sue avances, che è lo stesso. Io sono convinto che, alla fine, il passo decisivo non verrà più compiuto, che Salvini ritirerà o voterà contro la sua stessa mozione e che il Governo rimarrà in piedi. Ma se anche mi sbagliassi, è ormai evidente che il Movimento 5stelle sarebbe disposto, al primo spiraglio, a cercare l’accordo con il Pd: il partito che rappresenta più di tutti l’odiata Casta, quello amico dei banchieri che fanno bancarotta sulla pelle dei cittadini, quello che precarizza il lavoro appena può, quello che fa da scendiletto alla Merckel. A quel punto, dove sarebbero la lotta ai politici corrotti e il bisogno di giustizia sociale di cui, finché era opposizione, il suo partito si è sempre fatto megafono? E, una volta metabolizzato questo, che cosa sarebbe del consenso popolare che il suo Movimento ha guadagnato negli scorsi anni e sta già perdendo a pieno ritmo?

Signor Ministro, non è che, niente niente, Salvini l’ha fregata?

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