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L'Irriverente

"Non prendete la vita troppo sul serio, comunque vada non ne uscirete vivi" [Robert Oppenheimer]

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Saggi senza pretese

E guardo il volgo da un oblò

Saggio senza pretese di Gianluca Berno

I. Quanti di voi hanno mai tentato la lettura anche parziale dei due massimi poeti dialettali della letteratura italiana?

Nel porre questa domanda, sorgono alcune riflessioni: la prima è che sembra mal posta, se si pensa alla letteratura italiana come al corpus delle opere in italiano; ma a questo si risponderà facendo prevalere il criterio nazional-residenziale su quello linguistico, considerando anche l’assenza plurisecolare d’una vera e propria lingua nazionale.

Un secondo dubbio è su quanto queste righe possano realmente dire a chi osserva la questione da fuori: molti si staranno chiedendo quali siano i due personaggi cui si è alluso; e tra quelli che hanno intuito, sorgeranno due ordini di domande:

  • Che cosa leggo a fare, se non sono né di Milano come Porta né romano come Belli? tanto non capirò niente, si diranno gli Italiani d’altre città;
  • What dialettali means? domanderanno molti stranieri.

Ai primi si faciliterà la lettura traducendo ogni parola; ai secondi servirà dire due parole in più.

Non molte nazioni hanno vissuto per secoli divise in piccoli Stati, spesso in guerra fra loro, parlando in ogni zona una diversa varietà linguistica derivata dal latino. Nella maggior parte dei casi, l’unificazione risale a molti secoli fa, come in Francia, e la guerra alle favelle locali è ormai vinta da molto tempo a vantaggio della lingua della capitale; ma in Italia, dove le capitali erano otto ancora 1848, e dove per secoli ogni Comune del Nord e di Toscana era vissuto come uno Stato a parte, il discorso cambia. L’italiano non è come l’inglese, che si è scisso darwinianamente in tante specie quant’erano le colonie ed ex colonie fondate dagli Inglesi, né come il francese, ch’è tuttora regolato da un’unica Accademia Nazionale, insignita del ruolo d’arbitro dalla legge. La sola volta in cui un Governo della Repubblica Italiana abbia tentato di dare alla lingua una norma simile a quella francese – iniziativa di Berlusconi – le centomila Accademie dello Stivale, tutte prime donne, non vollero cedere il ruolo ad altri.

II. Dunque, Carlo Porta, impiegato statale sotto Napoleone e gli Austriaci, illuminsta, lettore e poeta milanese, in milanese; e Giuseppe Gioacchino Belli, buon cittadino e devoto fedele di Santa Romana Chiesa ai tempi in cui le due cose coincidevano, autore di castigatissime poesie in italiano e di più schietti sonetti romaneschi, nonché inflessibile censore teatrale negli ultimi anni della sua vita. Porta non poté vedere il primo tentativo di riscossa milanese dal dominio straniero, quel marzo 1821 che giunse due mesi dopo la sua morte; Belli ebbe la grazia di spirar meno d’un decennio prima che le cannonate di Porta Pia dessero Roma in pasto ai Savoia – ché altrimenti sarebbe morto quel 20 settembre, di crepacuore.

Tutto questo preambolo ha un motivo: questi due poeti, geni nel loro genere, sono quelli che si sono avvicinati di più alla realtà nel tentativo si ritrarre le rispettive plebi. In un’epoca che per prima si riempì la bocca della parola “popolo”, è significativo che a compier meglio l’esplorazione siano stati due autori in dialetto, quelli relegati ai margini della letteratura alta e accademica: Manzoni, col suo “libro per tutti” su Renzo e Lucia, caposaldo della letteratura mondiale, si fermò ancora sulla soglia del popolo; lo mise in scena, e anche bene, ma muovendo i fili dalle superne altezze della sua bonaria ironia. E così Garibaldi, tutto preso dall’idea di un’Italia unita, non seppe capire le masse contadine della Sicilia, convinte che fosse sbarcato Robin Hood e scese subito in piazza a chiedere terra, dopo secoli di latifondismo feudale: la piccola incomprensione fu risolta a cannonate presso Bronte. E ancora Mazzini, tutto Dio, Patria e Famiglia, non capì come chiamare a raccolta per la sua causa le campagne, sicuro senza prove che tutti i contadini d’Italia fossero piccoli proprietari e stessero bene così.

III. Porta e Belli non giunsero mai in campagna nemmeno loro; ma del popolino delle città in cui vissero sapevano tutto: la condizione irrimediabilmente subalterna, la rassegnata sopportazione d’ogni sopruso, l’attaccamento a una religiosità popolare ai limiti del superstizioso, gli sfoghi segreti e gli inchini manifesti. Porta e Belli erano tra loro ben diversi per idee e si trovarono a vivere in ambienti lontani anni luce: la Milano del Porta stava uscendo dal vecchio stereotipo del milanese buseccone, l’amante della buona tavola, pacifico e gentile ai limiti della dabbenaggine; c’erano nell’aria, portati dai venti dell’illuminismo e della Rivoluzione francese, i segni del futuro sviluppo economico e culturale: nasceva il mito della Capitale morale, dell’operosa Milano che mangia bene perché fattura molto. E quasi a presagire un futuro ancora lontano in cui tutti avrebbero dovuto fare la propria parte, popolo e nobili, la lingua era una sola: tutti i Milanesi, dall’ultimo povero all’arcivescovo, prlavano in milanese; ma i cittadini più colti potevano passare al francese quando dovevano parlare a un ospite forestiero. L’italiano era un’idea vaga e remota, libresca anche per chi amava la letteratura.

Qui Porta si forma, aderisce al nuovo mito, se ne fa il più autentico cantore: pensino, il clero e i nobili, a rendersi utili per la città quanto lo sono gli altri, se vogliono rispetto; nella nuova Milano, non c’è posto per chi si fa mantenere, fosse anche marchese:

Sissignor, sur Marches, lu l’è marches,

marchesazz, marcheson, marchesonon,

e mì sont el sur Carlo Milanes,

e bott lì! senza neanch on strasc d’on Don.

Porta, Poesie, Milano 1975

“Signorsì, signor Marchese, lei è marchese, marchesaccio, marchesone, marchesonone, e io sono il signor Carlo Milanese, e morta lì! senza neanche uno straccio di un don” (titolo di rispetto tuttora in uso nelle regioni del Sud).

Così si apre uno dei più noti sonetti del poeta, in cui la sua stessa voce denuncia in toni comici una disparità sociale insensata nella logica della nuova Milano. Il sonetto è del 1815, anno della seconda e definitiva caduta di Napoleone: Milano sarà pervasa da un tumulto di cui non si ricordavano precedenti, e ne farà le spese l’odiato ministro delle finanze Prina, precipitato dal piano nobile di Palazzo Belgioioso da una folla di tartassati dal fisco e finito a colpi d’ombrello. Manzoni, barricato nell’attigua casa di via Morone, conserverà il trauma a vita, recuperandolo per l’assalto ai forni nei Promessi sposi; Porta, invece, che aveva di gran lunga preferito Napoleone ai restaurati Austriaci, rimane l’indiziato numero uno, assieme a Tommaso Grossi, tra i possibili autori della Prineide, il poemetto milanese che circolò anonimo dopo il Congresso di Vienna, in cui il fantasma ancor tumefatto del ministro derideva i Milanesi, caduti dalla padella napoleonica nella brace asburgica.

Tutti i sonetti vedono levarsi la voce del Porta, magari tramite qualche intermediario come Meneghino, eredità della commedia dell’arte; ma molto spesso il popolo è lontanissimo dai fermenti rivoluzionari e dalla carica dissacratoria del poeta; e siccome questi lo sa, ritrae anche il popolo com’è in altre poesie. Le più note di questo filone sono i poemetti narrativi in ottave ariostesche, sempre in dialetto, dove parla la voce sola di un popolano che racconta i suoi casi: per citarne qualcuno, le Desgrazzi de Giovannin Bongée (“disgrazie di Giovannino Bongeri, quasi un antenato del moderno Fantozzi), le Olter desgrazzi (“altre disgrazie…”) che ne proseguono il racconto, La Ninetta del Verzée (cioè “del Verziere”, zona di mercato che allora era in largo Augusto: la poveretta racconta a un cliente gli inganni che l’hanno condotta a prostituirsi) e il Lament del Marchionn di gamb avert (“lamento del Melchiorre dalle gambe storte”, su un pover’uomo truffato da una donna).

Qui il popolo ai più bassi gradini della gerarchia parla senza filtri, senza che il Porta s’intrometta mai, con un realismo raro ancor oggi.

IV. Lo stesso realismo torna nei Sonetti del Belli, scritti come “monumento di quello che oggi è la plebe di Roma”, per citare l’introduzione dello stesso Belli. La Roma di quel tempo era un altro mondo: era riuscita a sopravvivere quasi immutata nonostante il controllo di Napoleone; i nobili, laici o ecclesiastici, parlavano in italiano e se ne faceva un vanto, lasciando alla plebe l’ignominia d’esprimersi in dialetto (non “romano”, ma spregiativamente “romanesco”). Belli attinge a questa parlata del popolo quando lo mette in scena nei suoi Sonetti, in modo che la censura, snobisticamente disinteressata alla poesia dialettale, non se ne curi più di tanto; invece ricorre all’italiano per le poesie leggibili anche da un’educanda, come il beffardo sonetto Al signor Giuseppe Mazzini, in cui Belli compie il suo dovere di lealtà verso Pio IX, restaurato dopo la cacciata dei repubblicani del 1849.

Il popolo romano ritratto da Belli, privo di reali speranze, affronta una vita brutale e ingiusta con il cinismo dei migliori personaggi di Alberto Sordi; ne è un esempio il sonetto Er caffettiere fisolofo, cioè “filosofo”, in cui torna il tema pariniano della morte che parifica tutti; lo stesso di cui si servirà il grande Totò, in napoletano, per ‘A livella.

L’ommini de sto monno sò ll’istesso

che vvaghi der caffè nner mascinino,

[…]

e mmovennose oggnuno, o ppiano, o fforte,

senza capillo mai caleno a ffonno

pe ccascà nne la gola de la morte.

Belli, Sonetti, Milano 1952

“Gli uomini di questo mondo sono lo stesso che i chicchi del caffè nel macinino, […] e muovendosi ognuno, o piano o forte, senza caprlo mai calano a fondo per cascare nella gola della morte”. Non la denuncia, ma il fatalismo; non la sovversione dei rivoltosi di questo mondo, ma la tranquilla coscienza che il solo atto rivoluzionario spetta, direbbe s. Francesco d’Assisi, a “sora nostra morte corporale, / da la quale nullu homo vivente pò skappare”.

In sostanza, di una cosa si erano resi conto i due poeti, e molto meglio dei poeti maggiori del canone letterario o dei grandi teorici del Risorgimento: il popolo non ricorre ai forconi, se non è proprio messo alle strette; la sua sopravvivenza, come la sua condanna, deriva da una straordinaria propensione all’adattamento, di cui però è sempre bene non approfittare troppo.

Elogio delle frontiere

di Gianluca Berno

Un giorno di duemilacinquecento anni fa, in Grecia, il filosofo Eraclito faceva due passi in riva a un fiume; e mentre guardava l’acqua scorrere sotto il ponte, notò che nello stesso fiume non passava mai la stessa acqua: al contempo era e non era lo stesso fiume. Ma se cambiava continuamente, perché agli occhi della gente rimaneva sempre quel fiume, con quel nome? Che cosa permette alle cose, che pure divengono incessantemente, di rimanere sé stesse? Continua a leggere “Elogio delle frontiere”

Perché Sanremo è Sanremo/2019b

di Gianluca Berno

Dopo la serata finale più deludente nella Storia del Festival, in cui ha vinto uno che avrebbe dovuto star fuori anche dai primi dieci, pubblico le recensioni della quarta serata, quella dei duetti, e alcune osservazioni sui premi della finale; compresi i motivi del mio sdegno. Continua a leggere “Perché Sanremo è Sanremo/2019b”

Perché Sanremo è Sanremo/2019a

di Gianluca Berno

Reduce dalla prima puntata del LXIX Festival della Canzone Italiana – l’ultima esibizione è finita intorno all’una di notte – raccolgo qui le mie riflessioni, come ho già fatto i due scorsi anni; troverete le recensioni del 2017 e del 2018 in questa pagina, alla sezione “Recensioni”. Quest’anno la gara dei giovani è stata fatta prima del Festival, come requisito d’accesso: i due giovani che hanno vinto sono stati mescolati agli altri cantanti, perciò ho deciso di raccogliere tutti i brani qui. Un altro articolo uscirà domenica 10 e conterrà il commento ai duetti della quarta serata, oltre alle osservazioni sul podio. Se voi pure avete visto Sanremo ieri sera, anche parzialmente o in preda alla disperazione di non trovar altro in televisione, fatemi sapere le vostre impressioni. Buona lettura. Continua a leggere “Perché Sanremo è Sanremo/2019a”

Non ci indurre in tentazione

di Gianluca Berno

Troverete qui gli altri Saggi senza pretese. Il presente s’addentra in un territorio arduo, ma si spera di aver discusso la faccenda con chiarezza.

Di recente è ricomparsa la notizia della modifica del Padre nostro, proposta da alcuni filologi e, secondo il Televideo di qualche giorno fa, approvata dal Papa.

Tutti, immagino, hanno presente la penultima proposizione di cui si compone la nota preghiera, quella che accomuna tutti i cristiani al di là delle confessioni: «…e non ci indurre in tentazione…». Questa frase è stata spesso un problema interpretativo per gli esegeti biblici, dato che chiedere a Dio di “non indurre in tentazione” appare ben strano: chi tenta è il diavolo, lo sanno anche i bambini che vanno a catechismo. La modifica del testo, però, per come è stata pensata e presentata, pone problemi ancor più grossi che un verso da spiegare; problemi per i quali s’invita il lettore ad addentrarsi nella teologia per un istante, indipendentemente dalle proprie convinzioni in fatto di metafisica. Si tratta di una diatriba, infatti, tutta interna alla Chiesa cattolica e ai suoi principî. Continua a leggere “Non ci indurre in tentazione”

Del femminismo

di Gianluca Berno

Un secolo e mezzo orsono, le donne si domandarono che cosa mai avessero di meno rispetto agli uomini. La risposta è: assolutamente nulla. Infatti seguì presto un’altra domanda: perché, allora, fra gli uomini e le donne c’era, in alcuni àmbiti, una disparità di trattamento? Perché ai primi spettava il diritto di voto e alle seconde no? Perché il mondo del lavoro era in molti settori precluso a uno dei due sessi? Continua a leggere “Del femminismo”

Un successo (in)editoriale

di Gianluca Berno

Gentile Editore,

secondo il celebre poeta Vittorio Alfieri, per essere scrittore il primo requisito non è, come immaginrebbe chiunque, il talento, né l’ispirazione o la tecnica, una particolare sensibilità, l’orecchio d’Enzo Iannacci; no, prima di tutto ciò bisogna essere nobili. Non nobili d’animo, nobili proprio di stirpe. Continua a leggere “Un successo (in)editoriale”

Linguistica da ridere

di Gianluca Berno

In questo nuovo saggio senza pretese (troverete qui i precedenti) si è pensato di partire da uno sketch del Trio (T. Solenghi, M. Lopez e l’indimenticata A. Marchesini): negli anni Ottanta furoreggiavano in televisione, parodiandone le parti più imbarazzanti; una era sicuramente la moda delle telenovelas brasiliane, oggi sostituite dalle serie spagnole. Continua a leggere “Linguistica da ridere”

Giurisprudenza spicciola

di Gianluca Berno

Quello che segue è un commento appena scritto in coda a una interessantissima discussione, sotto un breve articolo di Guido Sperandio, cui rimando per chi volesse avere il quadro completo. Anzi, consiglio di leggere quello che ha scritto perché è graffiante come sempre. Prima delle mie parole, aggiungo qui che il tema da cui sbocciano è il malfunzionamento della giustizia italiana, vexata quaestio alla quale, con un po’ di buona volontà e vocazione al martirio, si potrebbe anche rimediare. Continua a leggere “Giurisprudenza spicciola”

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